Rassegna stampa cattolica

Non esiste cristianesimo senza affetto del cuore - quarta parte sui bisogni fondamentali e la filautia

francesco crocifisso cavaniIn questa quarta parte del nostro percorso iniziamo ad esplorare il bisogno di essere amati e le sue implicanze spirituali ed esistenziali

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

-       - Premessa    -

Abbiamo visto assieme come il bisogno di identità, il più liminale di questi bisogni e attitudini profonde dell’uomo, sia stato usato come leva per disordinare l’uomo dal di dentro.

Fargli dimenticare le fondamenta del suo essere amato e, nel contempo, disordinare l’obiettivo che compie la maturità dell’Immagine che è quello di poter realmente amare.

E’ una triste realtà questa.

Da potenziali precursori di Cristo siamo diventati antagonisti.

E talvolta ancora oggi lo siamo.

Cioè diventiamo non coloro che lo precedono per poi scomparire ma coloro che lo negano, anzi lo usano per affermarsi; come Giuda di Keriot, come, biblicamente parlando, l’anticristo.

Dobbiamo stare molto attenti.

In ogni realtà dove siamo posti.

Sia essa pastorale, lavorativa, educativa, politica, sociale, sempre dobbiamo ricordarci che non è importante affermare noi stessi ma affermare Cristo Gesù; in maniera esplicita ed implicita, secondo sapienza. Perché l’anticristo che viene “anzi è già nel mondo” (1 Giov. 4,1ss) ha bisogno di tali precursori, cioè di discepoli suoi che puntano all’affermazione di sé.

Ognuno di noi si esamini e pianga le sue lacrime nel silenzio della propria camera davanti al Padre (Mt. 6,1ss).

Come abbiamo visto, far ristabilire a Dio la nostra identità, colmare questo bisogno, riconoscere il nostro limite oggettivo, non significa negarsi, annullarsi, ma piuttosto ricevere il nome, l’identità da colui che solo la può dare, secondo ordine e bellezza, come all’inizio della creazione.

Gli antichi padri del medioevo infatti interpretavano la retorica ebraica, che ribadisce sostanzialmente lo stesso significato, quando afferma “l’immagine e la somiglianza” (Gen. 1,26) introducendo, giustamente, il criterio operativo di adeguamento all’immagine.
La somiglianza è la capacità dell’uomo di aderire all’immagine di Dio che ha ricevuto. La sua collaborazione alla Grazia.
Qui si gioca la nostra risposta e l’uso corretto dei bisogni fondanti/potenzialità di cui stiamo trattando: quello di essere amati, quello di identità e quello di amare.

Come correggere questa virata mortifera che ci potrebbe rendere degli “anticristi”?

Abbiamo ricordato che il bisogno di identità può essere corretto solamente ricordando nella carne, esistenzialmente, il fatto che tutto sostiene: Dio ci ha amati per primo. Giustamente S. Agostino ricorda “Fecisti nos ad Te..” (Confess. 1, 1, 1). C’è infatti in noi un appetito ontologico, una vis appetitiva ontologica, un fondamento profondo.

Solo Dio può colmare questa sete, questo bisogno.

Ed in effetti i profeti costantemente ricordano, ad Israele, che non si può scavare ed abbeverarsi a cisterne screpolate (Ger. 2,13).

Dopo il peccato di Adamo ed Eva questa è la nostra ferita: cerchiamo Dio dove Egli non è presente. I vizi, di ogni ordine e grado, Lussuria, Gola, Avarizia, Accidia, Ira, ecc.. sono dei modi disordinati con cui l’io cerca identità e il nostro cuore cerca di colmare il suo bisogno di infinito. E annaspa chiedendo vita ed aiuto dove vita ed aiuto non ci sono. Chiedendo un nome dove un nome non c’è. Chiedendo amore dove c’è schiavitù e vuoto.

O nella migliore delle ipotesi dove c’è la creatura, il limite.

Quante volte tra coniugi la domanda silente e non esplicitata è: “salvami!”; ma il tuo coniuge è un dono, non è Dio. Non ti può salvare.

Non può colmare la solitudine profonda e necessaria, dove sei posto o posta, per le tue uniche e personali scelte.

Quanto discernimento vocazionale deve essere messo in atto durante il fidanzamento per prepararci bene al coniugio. Alla solitudine esistenziale e alla sponsalità con Cristo.

Questo “mendicare”, questo annaspare è così subliminale e basilare che crea in ogni epoca falsificazioni. Ideologie, eresie, ideologie politiche, ideologie economiche, teoria del Gender, X-factor, passioni smodate, dipendenze, super-impegno...

Come fare dunque per fare questa esperienza dell’Amore di Dio?

Occorre anzitutto che qualcuno te lo annunci, in Spirito e Potenza (At. 10,38) e questo non avviene che nella Chiesa, per la Chiesa e con la conferma della Chiesa.

Occorre che qualcuno te lo annunci non a nome suo ma per un mandato ricevuto, per una testimonianza apostolica e che, nel contempo, ti aiuti a decodificare tutti i numerosi segni che Dio ti dona.

Persino quelli che Egli semina dove tu non immagineresti. Per conservarti nell’umiltà.

Stiamo facendo questo piccolissimo percorso verso la Festa di San Francesco e dunque non possiamo non ricorrere a lui per capire le coordinate di come questo avvenga.

 

-       -  Francesco e la conversione    -

Francesco viene attratto dalle e nelle sue aspirazioni.

Dio non le nega, le rettifica strada facendo. Conduce Francesco nel profondo di sé. Facendo lo storno dei numerosi passi intermedi del suo cammino vocazionale, cinque sono le caratteristiche e le coordinate che lo confermano da tre eventi fondamentali.

L’incontro con il lebbroso “dove quello che era amaro si trasformò in dolcezza di animo e di corpo” (FF. 110); la chiamata a San Damiano “Francesco, va’ e ripara la mia casa” (FF. 593) e il Vangelo alla Porziuncola Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!” ( FF. 356).

Quindi da qui estrapoliamo i 5 capisaldi oggettivamente validi nella vita cristiana.

La Carità (Prv 3, 27, Giac.2,1ss),

l’Orazione e la Devozione,

la Fraternità,

la Minorità questuante ed itinerante,

la Liturgia.

Questi sono i canali fondanti con cui Francesco fa esperienza dell’amore di Dio. Dove l’ultimo sarà un punto sempre fisso per Francesco, la preghiera, la Liturgia delle Ore e la Santa Messa.

Nel nostro percorso tratteremo alla fine del bisogno e della potenzialità di amare ma qui non possiamo eludere che Francesco comincia anche da esso.

Qui fa un’esperienza unica che lo segnerà per sempre “quello che mi era amaro si mutò in dolcezza di animo e di corpo”.

La sua grande sensibilità al bello, all’emozione, allo stupire, al fare gesti “fuori degli schemi”, che ne aveva fatto l’animatore delle grandi feste di Assisi, viene capovolta in quell’abbraccio ordinariamente “indecente”. Non poteva essere altrimenti.

Le consolazioni e le locuzioni interiori che il Signore gli aveva dato, e poi gli darà, prendono “soma”, si armonizzano nella carne, tramite la ferita del fratello, tramite la carne devastata del fratello.

Se a San Damiano il crocifisso gli parla, nell’incontro con il lebbroso, il crocefisso lo abbraccia.

E Francesco non lo scorderà più.

Capisce realmente che la via per salire, per l’ascesa, per sperimentare la pienezza dell’amore è una via di umiltà e di umiliazione. Comprende qui il suo essere Minore. Capisce con sapienza la via kenotica della lettera ai Filippesi (Fil. 2,1ss).

A differenza di altri percorsi spirituali Francesco non attua una via imitativa ma una via affectionis: sperimentare nella carne i misteri di Cristo.

L’uscire dal mondo di Francesco non avviene solo per scelta, per così dire, sociale, ma per scelta affettiva.

Desidera appartenere ad un’altra categoria, quella dei discepoli, di coloro che sono nel mondo ma non gli appartengono più perché sono legati affettivamente a Cristo.

Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio. Ma dal momento che ho deciso di servire Dio, gli rendo il denaro che tanto lo tormenta e tutti gli indumenti avuti da lui. D’ora in poi voglio dire: “Padre nostro, che sei nei cieli”, non più “padre mio Pietro di Bernardone”. (FF 1419)

Questa desatellizzazione perfetta sembra che colpì lo stesso fondatore della psicanalisi moderna, Sigmund Freud. (Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi; vd anche Totem e tabù)

Qui Francesco centra e colma sempre più il suo bisogno affettivo, il suo bisogno di essere amato. Questo gli darà un nome e lo porterà sempre più ad amare. Lo sguardo del Padre, lo sguardo sponsale di Cristo, l’unzione dello Spirito.

 

-       -  Gratia supponit Gratiam    -

Certamente è verissimo quanto dice San Tommaso e che viene riassunto nello stichwort “Gratia supponit naturam et perficit eam”: la Grazia suppone la natura e la porta a compimento.

Ma è altrettanto vero che Francesco comprende che Gratia supponit gratiam et profectum in ea”, la Grazia suppone la Grazia e progredisce (con disciplina) in essa.

San Bonaventura, colui che teologicamente sistematizzerà il pensiero di Francesco, ne parlerà proprio nel suo Itinerarium Mentis in Deum che, guarda caso, il Santo Dottore iniziò a scrivere proprio nel luogo dove Francesco aveva ricevuto le stimmate, cioè la Verna.

A San Bonaventura fa eco più recentemente J. Ratzinger: “la grazia cresce mediante un più profondo radicarsi della grazia nell'anima che comporta insieme anche una maggiore purificazione dell'anima. Così la grazia stessa aumenta mentre aumenta anche l'inclinazione dell'anima verso la grazia e verso Dio.” (Il Vangelo della grazia- J.Auer, J.Ratzinger, Cittadella Editrice)

Ma cosa può volere dire per noi e per il nostro piccolo itinerario?

Che Dio vuole riempire veramente il tuo cuore.

Riempirlo con quella pienezza affettivo-ontologica che solo Dio può dare. Non è solo “pienezza di senso”, non è solo lume dell’intelletto, non è solo emozione profonda, e tanto più non è “narcisismo spirituale”, è, piuttosto, un abisso inenarrabile.

“Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate” (Sl. 41,8)

E’ Dio che anzitutto brama di poterti amare e di colmare il bisogno e la potenzialità di voler essere amati. Ma non per via imitativa soltanto, non per via intellettiva che pure ha la sua importanza e necessità, ma per via di affezione profonda.

Cari amici, proprio così, con il Battesimo siamo entrati nella vita mistica e a furia di voler fare i “praticoni” del cristianesimo, ricchi di documenti e piani pastorali, di “pastorale delle caselle” e dei servizi, rischiamo di dimenticarci dove Dio realmente e concretamente ci vuole portare. Egli è certamente “amareggiato” di come noi, quotidianamente, in tanti modi, mendichiamo e cerchiamo pienezza dove non c’è, ricevendo un nome che non è il nostro e de-centrando il bisogno di identità.

Come con Francesco, Egli ci vuole chiamare per nome e donarci che “l’amarezza si trasformi in dolcezza di animo e di corpo”.

Come con Maria ci vuole chiamare (per quanto a ciascuno possibile) “pieni di grazia”; come con Maria Maddalena ci vuole chiamare per nome. Il nostro unico nome.  Proprio quando piangiamo e obnubilati dalle lacrime non lo riconosciamo nell’orto del nostro quotidiano.

Quanto ama Dio chiamarci per nome!

Per questo la via della Carità, dell’abbraccio al lebbroso (dentro e fuori di noi), la via dell’orazione e della devozione, cioè della penitenza e del digiuno, la via della minorità, cioè dell’umiliazione e quella soprattutto della Liturgia, che ha il suo culmine e la sua fonte nella Santa Messa, sono ineludibili per fare esperienza dell’Amore di Dio.

-       - La Preghiera, la Parola, la Santa Messa -

Un aspetto di Francesco ci deve essere chiaro. La Via Affectionis di Francesco non è una via sentimentale, ma quella del cuore biblico, del Lev (לב). Cioè una via affettiva ed effettiva nel contempo. Non una via  che tocca il livello superficiale della persona ma che tocca le vie profonde della coscienza e si irradia, poi, per la dimensione psico-intellettiva e poi somatica. Parte dal centro. Questo perché Francesco si “giocava in Dio”.

Quando il Signore si rivela nel sogno di Spoleto, Francesco non razionalizza, non cerca spiegazioni che possano diminuire l’evento ma prende sul serio l’invito e torna ad Assisi. Quando Francesco sente e vede che il crocifisso a San Damiano gli parla e gli dice “Francesco – chiamandolo per nome – va’ e ripara la mia casa..!” (FF 593), Francesco non comprende fino in fondo ma si “gioca” su quello che comprende. Ed inizia a riparare San Damiano e poi altre chiese tra cui la Porziuncola.

In questo suo aderire secondo gradualità generosa, Dio si rivelerà sempre più compiutamente. Francesco si arrendeva a Dio, qui sta la sua via affectionis. Non fuggiva. E Dio lo attirava unicamente a sé, anch’Egli arrendendosi a Francesco.

Se la resa dei nostri piccoli in un abbraccio scioglie le nostre viscere cosa accadrà al cuore del Padre se noi “ritorniamo come bambini”? (Mt. 18,4)

Pertanto la preghiera costante, il digiuno, le umiliazioni dell’uomo di carne, per Francesco sono un mezzo per questa via affectionis.

La Parola di Dio, per Francesco, viene vissuta in questo modo. Con immediatezza. Cosa intendiamo? Porto un esempio che in altro ambito fece l’attore ed artista marziale Bruce Lee.

Un giorno un giornalista interrogò l’artista marziale sulla sua “nuova arte” il Jeet kune do e Bruce gli parlò proprio dell’immediatezza. Il giornalista non comprendeva e Bruce si fece dare il portafoglio e lo lanciò moderatamente in aria. Al ché il giornalista lo prese al volo senza pensare. Bruce gli chiese: “quando lei ha visto cadere il portafogli che cosa ha pensato?”, “nulla – rispose il giornalista – ho agito secondo logica d’istinto e l’ho preso”. “Questa è l’immediatezza”, rispose Bruce Lee. Eppure dietro quella immediatezza quanta abitudine (habitus) è presente. Sia in un semplice gesto che nell’arte marziale che presuppone ore ed ore di “forme”.

Ecco questo esempio mondano solo per chiarire che la Via Affectionis di Francesco portava sempre più il poverello ad agire con generosa immediatezza nello Spirito davanti alla Parola, con una rigorosa e personale disciplina alla docilità in Dio.

Quello che vi trovava scritto, se compreso, veniva messo in pratica.

Quello che non era ben compreso se lo faceva spiegare e confermare dalla Chiesa, come alla Porziuncola. Oppure attendeva in silenzio che Dio lo spiegasse nei tempi e nei modi che Egli riteneva. Ed è così.

La Parola di Dio non è solo “Ispirata da Dio” (2Tim. 3,16). Cioè non ci dice solo ciò che Dio desidera, per noi ed in sé. Ma ci dona lo Spirito Santo per poterla mettere in pratica e per incontrare il cuore di Dio. Lo ricordava S. Ambrogio, Theopneustos (2Tim. 3,16) significa anche “spirante Dio” (De Spiritu Sancto, III, 112).

La Santa Messa ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita del santo tanto che lo ricorda con il suo stile asciutto e sapienziale nelle Ammonizioni:

“..tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l'umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati.

E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l'altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è l'Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice: "Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza [che sarà sparso per molti"], e ancora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna". Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, è lui che riceve il santissimo corpo e il sangue del Signore.

Tutti gli altri, che non partecipano dello stesso Spirito e presumono ricevere il santissimo corpo e sangue del Signore, mangiano e bevono la loro condanna.

Perciò: Figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore?

Perché non conoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio?

Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote.

E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato.

E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio,

così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero.” (FF. 142-144)

Proprio l’Eucarestia istruì e compì il santo di Assisi nel fargli comprendere che non esiste una preghiera personale ma che ogni preghiera, anche se svolta in maniera personale, è comunque preghiera liturgica, ecclesiale.

Egli dunque non conobbe la preghiera come forma privata ma come custodia del “gran Re”, come luogo intimo di affezione con il Gran Re. Ma sempre Egli ricevette i fratelli come un dono. “Il Signore mi diede dei fratelli..” (FF. 116) Un dono ecclesiale ineludibile dove avere lumi, conferma, amministrazione anche dei grandi doni che il Signore gli elargiva nel cuore. Così come avvenne a La Verna con le stimmate e come avvenne, soprattutto, con la composizione del Cantico delle Creature, prima composizione in lingua italiana.

Il povero ed illetterato Francesco, dopo una notte di sofferenza grande nello spirito e nel corpo. Dopo la paura di vedere persi i suoi frati che non seguivano il Santo Vangelo (lo leggiamo nella regola non bollata Custodite, perciò, le vostre anime e quelle dei vostri fratelli”, FF. 15), viene richiamato dal Signore e rassicurato in Lui.

E il poverello di Assisi, come un nuovo Abramo, sacrifica il suo figlio unico, compie questa immensa desatellizzazione dai fratelli che il Signore stesso gli ha donato e prorompe di gioia. Coglie lo scandalo sano dello Spirito che prima dona e poi toglie, per ridare in forma compiuta. Una letizia perfetta.

E scaturisce una summa teologico-spirituale, poetica ed unica, che aderisce perfettamente alla visione teologica, cosmologica ed antropologica del Salmo 150.

E nasce la lingua italiana.

Ma di questo aspetto donativo e del bisogno di amare ne parleremo, se a Dio piace, il prossimo giovedì.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 22 settembre 2016

Abbonatevi a La Croce
http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora