Rassegna stampa formazione e catechesi

Solo l’#obbedienza vince l’amor proprio “cattivo”

maria addolorata guarda al FiglioL’amore di sé e i tre #bisogni fondamentali - terza parte
Il peccato, le abitudini, i vizi e tutti i disordini non si estinguono autonomamente, né semplicemente riflettendo su di essi, ma nella prostrazione e nella confessione umile del peccato. Lì comincia la sequela, che accoglie nella fede il comandamento di non peccare più e la grazia per eseguirlo

Prima parte

Seconda parte


Premessa (repetita iuvant)

Caro lettore amico, non mi stancherò di ripeterlo.

Tale piccolo excursus è finalizzato ad iniziare un cammino di discepolato non ad assumere nuovi contenuti su sé, su Dio e sulle pieghe del nostro cuore. Il rischio grande che abbiamo, anche noi, figli dei nostri progenitori, è quello di non ricondurre il “disordinato” al bene ma il bene al “disordinato”.

E cioè cerchiamo di cosificare, possedere per “essere”.  Ed in tal caso entra in gioco il demone e il vizio dell’Avarizia, principio di ogni idolatria (Col. 3,5; Gc. 4,3).

Diciamo a noi stessi: “Più conosco, più mi possiedo, più sono”, rispondendo in maniera disordinata al “bisogno di identità” di cui abbiamo accennato.

Conoscer-si è certo importante, conoscere è certo molto utile, ma la conoscenza psicologica e spirituale si avviluppa in se stessa se non è sostenuta dall’umiltà e dalla resa; dall’obbedienza. Lo vedremo meglio.

Se in noi non c’è una presa sul serio dell’affermazione-comando di Cristo “Al principio (Bereshit) non era così..” (Mt. 19,8) come uno stare in ginocchio e farsi guidare passo passo dall’orazione, e da una guida, si rischia di cadere in quel “narcisismo spirituale” in cui si è attenti “all’estetica” della fede e non alla sostanza. In solitaria; la “solitarietà”.

Alla fine la meditazione diventa opinionistica e non discepolato.

L’estetica e la forma poco giovano se non sono ancorate alla sostanza; ad un vero e deciso desiderio di conversione di cambiamento “di capoccia”, di Metànoia, di ritorno a Dio (Shuv).

Il peccato, gli habitus, i vizi, i disordini non si estinguono da sé solo conoscendo su di essi ma stando in ginocchio, prostrati, e facendoci guidare in maniera ecclesiale nella direzione comunitaria e personale. Il peccato non muore di morte naturale. Non si estingue per un ruolo ecclesiale e neanche con “la grazia di stato”, sia essa matrimoniale che sacerdotale o vocazionale.

Altri ancora sapendo l’impresa impegnativa e dura che si prospetta si fermano prima e non intraprendono il lungo e santo viaggio:

Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.
(Sl. 84,5-6)

Non trovo il direttore spirituale, non ho tempo per la preghiera, la comunità è assente; è troppo arduo. Magari non lo dicono in maniera immediata, ma sub-liminalmente, con quella paura e mancanza di fede che si riveste falsamente di umiltà.

Mi fermo prima così da non fare troppi danni. Non è per me.

Ma sovente non è la temperanza e la prudenza a parlare come cardini del nostro cammino ma il vizio dell’accidia e il demone della tristezza. L’incapacità di essere grati.

Talvolta è la stessa vanagloria che ci “incarta” in quell’assioma: “poiché sono egocentrato mi fermo prima di fare danni. Meglio che non faccio nulla e rimango nella mediocrità piuttosto che rischiare di fare male il bene”.

Anche qui l’io, il bisogno di identità si avviluppa in sé stesso con la maschera della prudenza e della virtù. Ma non per una gradualità nello Spirito ma per immobilismo. Seppelliamo il talento sotto terra senza che esso porti alcun frutto.

Certamente occorre gradualità e non l’entusiasmo che genera fuochi di paglia ma il lento e sistematico habitus nella grazia. Per questo si ricorda che la “grazia presuppone la natura”. Quella natura voluta e redenta da Cristo nell’Incarnazione e nella logica del Terzo giorno.

Come faceva Gesù a pregare di notte? Tanta era la sete del Padre.

Ma in questo, certamente, l’umanità santissima di Cristo, ha seguito la spinta dello Spirito. Si è disciplinata in esso, con la gradualità possibile via via alla sua crescita “in età sapienza e grazia” (Lc. 2,52). Ha avuto fiducia totale nel Padre. Lo ricorda san Paolo nella lettera alla comunità di Roma:

“..Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.” (Rm. 8,12-13)

Questo debito è fiduciosa consapevolezza che Dio ci precede, ci attira, ci spinge alla pienezza.

Alla pienezza dell’essere (bisogno di identità) alla pienezza dell’umiltà e del discepolato (bisogno di essere amati), alla pienezza della maturità nella Carità (bisogno di amare).

Egli ci ha portato lì, ci aspettava da sempre, nel Suo amore.

Ci aspettava in quei cinque (5!) minuti sottratti al sonno, a netflix o alle dissipazioni della sindrome di Marta.

Consegniamoci a Cristo!

Anzitutto con la decisione: voglio seguire Cristo anche e nonostante le mie resistenze, liminali e subliminali. Poi sottraiamo del tempo da qualche parte, che sia il sonno, che sia le serie tv, che sia la fuga del fare e degli impegni. Prepariamo il “contenitore” per la sostanza dello Spirito già riversata con il Battesimo. Qui è il “debito” nello e verso lo Spirito. Oh Cristo, non in me, ma in Te ho fiducia.

L’antica dimensione tripartita della nostra persona, eredità del mondo greco e ripresa dai padri fino agli ultimi trattati di psicologia con antropologia cristiana, come quello dei fratelli Cencini e Manenti, per un approccio cristiano alla psicologia del profondo, così si divide: quello più liminale del “soma”, quello più profondo della “mente” e della psiche e quello ancora più profondo dello spirito. Non abbiamo modo di approfondire ma questi livelli, ognuno per la sua parte ed in interazione con gli altri, ricevono pian piano ordine e misura restituendo quella “innocenza” perduta” con il peccato, quella dignità e quell’anello al dito che abbiamo smarrito, quella veste calpestata e sporcata dallo stare pascolando i porci e mangiando carrube nella vuotitudine dell’affermazione di sé.

E il dono di questa rinnovata veste nuova, custodiamolo con passione e rigore.

 

Trattiamo ancora del bisogno di identità

In passato avevamo parlato come nell’ira, intesa come vizio, ci sia un “caricarsi”, un demone ed un vizio descritto nella lingua ebraica come il “gonfiare” le narici, le narici del sé con se stessi. A richiamo della nostra dimensione animale. Un “gonfiarsi” ad opera del sé che si vuole auto-determinare, auto-costruire. Tutt’altro dalla pneumatizzazione dell’essere ad opera di Dio (come nella creazione e poi nella ricreazione a Pentecoste, At. 2,1ss). Così ragionò Eva nel dialogo con il serpente e così ragionò il popolo che decise in cuor suo: “.. costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome..” (Gen. 11,4), con una dilatazione disordinata del sé.

Ed in effetti, i passi della nostra vita, da feriti ed erranti, sono sovente sotto questo vizio che ha appunto questa attitudine: l’affermazione di sé.

Il bisogno di identità è così radicato e connaturato che si dispiega costantemente come Filautia.

Per educazione e per una falsa autostima non lo diciamo ma in realtà è come se camminassimo per il mondo dicendo: “io, io, io..” e scontrandoci con altri, fratelli e sorelle, che dicono altrettanto. La lotta è inevitabile. Il mendicare è costante e l’annaspare per un minimo di affermazione e celebrità con i famosi 15 minuti di Andy Warhol è un must.

In questo, le strutture ideologiche non aiutano di certo, siano essi “sistemi” di pensiero, siano essi luoghi sociali; come i social, ad esempio. L’anarchia,  incapace di ascolto dei social, anche di noi discepoli di Gesù, è mortifera. Abbiamo spesso tradito le indicazioni e le avvertenze d’uso dette a suo tempo da Benedetto XVI (Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 5 giugno 2011).

Si apre un profilo social non solo per incontrare un “tu” (nel Tu) ma per dire “io”; non per condividere il bello, ma per affermare il sé. Talvolta in un vero e proprio delirio che richiama e accorpa anche il delirio altrui. Vanagloria che cerca vanagloria, si nutre di vanagloria e crea dipendenza nella vanagloria. Tempo sottratto nel dare gloria a Dio.  Una lotta continua.

Ma così accade anche nel luogo di lavoro, nelle amicizie, nella fila alla posta. Lo vediamo nel linguaggio che assume talvolta connotati iperbolici, esagerati, come a far parte di una categoria speciale: “Però, io penso.. Assolutamente sì o no.. Io certamente credo..” Un continuo bisogno di rafforzare il nostro unico pensiero e legare indissolubilmente ad esso la nostra autostima.

Altro effetto curioso di questa vanagloria è che quando la vediamo, inevitabilmente, nei fratelli e nelle sorelle non l’avvolgiamo di misericordia o di chiarezza, nel contempo, ma di disgusto implacabile e supponente, come a dire: “ma io non sono così”. Diventando magari freddi, insensibili, rigidi, puritani, censori; dei veri e propri castigatori del prossimo. Ricordiamo sempre al nostro cuore le parole di quell’emissario papale a Port Royal: “caste come angeli, superbe come demoni”.

E’ indubbiamente anche una sorta di difesa psichica.

Non sopportiamo di essere anche noi Superbi, Vanagloriosi, colmi di Filautia che preferiamo condannare il fratello e la sorella con il vizio che essa presenta, speculare a quello del nostro cuore malato. Che, ovviamente, neghiamo, obnubiliamo.

Sono scorciatoie.

Sia perché adempiamo la logica del capro espiatorio. Cioè tutto il male è presente, ma fuori di me.

Sia perché identifichiamo il peccato con il peccatore: quella sorella è così, quel fratello è così. E così.. ci siamo protetti e confermati nella nostra disordinata risposta al bisogno di identità.

Altre volte siamo dei ladri raffinati, come il serpente, arum, l’astuto ed omicida. Facciamo finta di prestare attenzione all’altro “mettendolo in cattedra” ma non perché tiri fuori il meglio di sé, ma per fagocitarlo, possederlo, per affermare noi stessi, per sedurlo, per trascinarlo nel profondo nero delle catene che abbiamo dentro.

Siamo educati, buoni, generosi, affabili, per il potere, per sedurre e dominare.

Come Adamo ed Eva dopo il peccato ci diamo la morte l’un l’altro e, sotto sotto, diciamo: “se proprio non puoi morire al posto mio (“è stata la donna che Tu mi hai messo accanto”) allora muori con me nel buco nero della mia isterica e coccolatissima ed egotica autostima malata”.

Ora, anche Dio mette in cattedra ciascuno di noi.

Lo vediamo in Abramo nel suo discernere e dialogare con Dio su Sodoma e Gomorra.

Lo abbiamo ascoltato in Mosè nella lettura proclamata domenica scorsa: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito… Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso..” (Es 32,7-11.13-14).

Ma Dio lo fa per compiere bene il tuo bisogno di identità.

Cioè per Cristificarlo, per portarti ad avere un cuore sacerdotale, diacono, servo, donato, dimentico di sé, attento ai fratelli, a ciascuno.

Non così si comporta l’astuto e talvolta anche noi.

Usiamo “del bene” per portarlo al male della vanagloria e al gonfiamento dell’ego e non portiamo invece ciò che è disordinato al bene.

Ma allora non c’è scampo, come ci muoviamo facciamo danni!
Ma l’intento non è la sfiducia nel bene che si può compiere ma vedere l’ambiguità sempre presente per, piuttosto, con generosità, disciplina e spoliazione, fare sempre più bene il bene. Per tale motivo è importante affrontare anche, il bisogno fondante dell’essere amati.

Oh, Signore, donami la letizia dei progenitori prima della caduta, quel loro non provare vergogna di essere poveri, nudi, bisognosi, dipendenti, resi. Quel “Bereshit” a cui richiami con la Tua Parola.

Il bisogno di identità nella comunità ecclesiale

Questo furto dell’affermazione di sé accade anche a livello ecclesiale. L’equivoco grande è quello di una pastorale che per riconoscere il buono in ogni situazione nega il valore dei “no” e della disciplina. Della mortificazione e del digiuno. Che invece è fondamentale. E’ un errore speculare a quelli che vedono tutto nero, corrotto ed irrimediabilmente perso. Questi ultimi vedono la realtà come insanabile e rendono vano il sacrificio di Cristo e alla fine si danno ad ogni licenza della carne, anzitutto con l’avarizia e l’orgoglio; gli altri, per contro, valorizzando le pieghe del bene nascosto e negando o camuffando il vizio e il peccato fanno professio fidei che Cristo Signore sia morto di morte naturale.

E seguono le mode, cambiando, ad esempio, la misericordia in “misericordite” e “piacioneria”. E’ questa una rinnovata licenza carnale al “bisogno di identità”: io sono buono, io aiuto gli altri, io amo i poveri, io presto aiuto ai terremotati, io sono questo.. questo.. questo.. non come quel “rigido” difensore dei “principi non negoziabili, quell’arcaico amante della Sacra Liturgia.. “non come quel pubblicano” (Lc.18,9-14).

Ma come non erano i “tradizionalisti”, i farisei?

Caro amico e teofilo, ciascuno di noi, che sia “fedele tradizionale” o “fedele attento alle pieghe dell’oggidì”, nell’ampio spettro dell’economia del Regno, non sfugge al fariseismo come affermazione vanesia e vanagloriosa di sé.

Le mode sono una brutta bestia, specie se spiritualizzate e rivestite di pastoralismo.

I vizi e le condotte, gli habitus disordinati, non muoiono da sé, come dicevamo.

Occorre un sano e costante “maltrattamento” nella grazia.

Se sono “avaro”, bramoso, goloso e lussurioso di attenzione e di considerazione.

Se ho bisogno di umiliare gli altri per sentirmi qualcuno.. non posso aspettare che queste piante mortifere dell’io scompaiano da sé.

Ma chiediamo a Dio di essere presi a sberle e di offrire guancia, schiena, alla verga della Sua bellissima correzione. Chiediamo di guarire profondamente e lacrimiamo radicalmente, nel segreto, senza smettere di operare il bene.

Operare il bene è un debito gioioso e silenzioso. Una spinta dello Spirito che urge in noi: “Caritas Christi urget nos” (2Cor. 5,14)

Persino se offro me stesso per il nemico ma sono incartato in me stesso sono un ladro della gloria di Dio e del bene dei fratelli e mio.

Persino se benedico e prego per i miei persecutori con l’intento sotterraneo di dir-mi “ammazza quanto sono in alto che prego per chi fa male” sono un vanesio e ladro. Patetico e ladro come Adamo che risponde tutt’altro e maldestramente, alla richiesta di Dio “Dove sei?”

Ripeto, l’intento non è la sfiducia nel bene che si può compiere, ma vedere l’ambiguità sempre presente e dunque, piuttosto, con generosità, disciplina e spoliazione e il sempre necessario umorismo nello Spirito, fare sempre più bene il bene. Non per perfezionismo (che cela sottile vanagloria) ma per piacere a Dio e fare il vero bene a sé ed ai fratelli e alle sorelle. Nel silenzio di ogni tipo di riflettori.

Insomma, cuore del mio cuore, vuoi seguire il Signore si o no?

Rispondiamo come il popolo a Giosuè: “Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce!” (Gios. 24,24) che si può anche tradurre “quello che il Signore ci chiede lo faremo e poi lo comprenderemo”. In questa pericope non è presente solo il rafforzativo della lingua ebraica che indica solennità di una affermazione ma anche il dispiegamento esistenziale nella via di Dio.

Dio lo comprendi se ti giochi in Lui, se ti fidi e ti giochi in quella fiducia.

In quel luogo esistenziale comprendi sempre più quello che Dio vuole da te e per te.

Lì vedi, cioè ri-acquisti, il “dono di Scienza” che fu proprio dei progenitori. E tutto acquista sapore, colore, sapienza e bellezza. La gioia mette le sue autentiche radici, ed è inamovibile.

Il bisogno di essere amati.

Ecco bisogna rimettere in ordine tutto. Ma come?

Occorre fare esperienza e memoria di un fatto: Dio ti ama senza misura.

E’ un calore ed una luce immensa.

Egli che ti ha creato anche per essere amato è il primo che ti colma di questo amore.

E’ una esigenza esistenziale, fondamentale.

Proprio quella che Eva dimentica e distorce nel primo peccato assieme ad Adamo.

Che bello è profetico è stato l’invito di San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo.” (Omelia di insediamento, 22 ottobre 1978).

Lo ha ricordato quest’anno il Santo Padre: “È così che Dio agisce nei confronti di noi peccatori. Il Signore continuamente ci offre il suo perdono e ci aiuta ad accoglierlo e a prendere coscienza del nostro male per potercene liberare. Perché Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra salvezza. Dio non vuole la condanna di nessuno!” (Udienza generale, 3 febbraio 2016)

L’esperienza dell’Amore misericordioso di Dio è radice di ogni azzeramento dell’orgoglio, della vanagloria e della filautia. Egli solo colma i nostri tre bisogni.

Francesco di Assisi ha vissuto questo graduale ri-orientamento di sé tramite le vicende della sua vita.

Dio non nega il suo “bisogno di identità” che si traduce nella vanità e nella gloria di voler essere un grande cavaliere e diventare nobile. Ma gli ricorderà nel sogno di Spoleto “.. perché cerchi il servo in luogo del padrone?” (FF 586-587)

E qui Francesco, assieme ad alcuni eventi probanti, inizierà una preghiera fondamentale che lo accompagnerà tutta la vita: “Chi sei tu, Signore? E chi sono io vilissimo vermine e disutile servo tuo?” (FF 1915). Qui Francesco guarirà il suo “bisogno di identità” sperimentando profondamente l’Amore di Cristo, soddisfacendo il suo “bisogno di essere amato”. Qui si farà chiamare per nome.

Non c’è una parola, uno scritto, una preghiera dove Francesco parla come “io”, come soggetto protagonista, come si intravvede in certe deformazioni di preghiere a lui attribuite sui social. Ma Egli sempre dirà: “Il Signore, mi mostrò.. il Signore mi diede.. il Signore fece.. il Signore ci dona..”. Francesco si sentiva amato, prezioso, “araldo del gran Re”.

E, lodando Dio, riconoscendolo nella Sua Bellezza, con intimità e rispetto, con silenzio e pudore, imparerà ad amare e a completare, il più possibile il proprio “bisogno e la propria potenzialità di Amare”, con innocenza ed espropriazione del cuore. Che è la vera povertà.
Se Dio ci dona grazia ne parleremo meglio il prossimo giovedì.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 15 settembre 2016

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