Rassegna stampa formazione e catechesi

Saluto e augurio verso il #Perdono di Assisi

san francesco abbraccia cristo crocifisso bartolomc3a9 esteban murillo È ben noto come nacque la pia consuetudine del “perdono di Assisi”, quando Onorio III concesse al Poverello «ampio e
generoso perdono». Mentre ci avviciniamo al 2 agosto, vogliamo offrire uno spunto di riflessione che permetta di cercare nella propria vita le tracce di quanto ci allontana dalla Grazia. Sono le tracce della “philautía”, che ha molte e molte declinazioni


Filautia, l’origine dei mali, ed i bisogni fondamentali – prima parte

“Voglio mandarvi tutti in Paradiso” non c’è affermazione più identificativa di San Francesco e, nel contempo, non c’è vetta mistica più grande della preghiera dell’Absorbeat.
Vero antidoto alla Filautia.



Absorbeat

Sì, lo abbiamo detto di recente, non c’è modo di identificare più chiaramente il poverello di Assisi che l’affermazione solenne che egli fece davanti al popolo fedele, vescovi, chierici e laici, “Fratelli, voglio mandarvi tutti in Paradiso” (Canone Teobaldino). Nel contempo, se dobbiamo dipingere le vette mistiche di Francesco e, probabilmente, della santità stessa, non c’è preghiera più grande dell’Absorbeat:

“Rapisca ti prego Signore, l’ardente e dolce forza del Tuo Amore, l’anima mia
da tutte le cose che sono sotto il Cielo
perché io muoia dell’Amore tuo
come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amore mio”.
(FF 277)

E’ importante fissarne lo sguardo. Proprio ora che ci apprestiamo a celebrare la Solennità del Perdono di Assisi nel Giubileo della Misericordia.

In questa vetta di ipsissima verba Francisci, il poverello crea il sano amor cortese. Non quello di Tristano ed Isotta, che analizzavamo nella meditazione su Santa Maria Maddalena, citando Denis De Rougemont (L’amore e l’occidente, BUR, pag. 82). Amor cortese, quello dei due “innamorati”, che è carico di narcisismo proiettivo e di cosificazione dell’amore, dove gli amanti amano l’idea dell’amore e quindi se stessi.

No, qui si ama l’amato e lo si ama di amore tale, più per stupore che per risposta, proprio perché Egli per primo ci ha amati e ha dato la Sua vita per ciascuno di noi. Senza che lo meritassimo. Egli ci ha resi così importanti che è diventato piccolissimo, minore, servo. Il suo amarci, ed è qui il nocciolo dell’Absorbeat, ci ha resi il Suo dio.

Dio ci ama a tal punto che diventiamo il dio di Dio. Qui Jacopone da Todi innesterà le sue laudi. Nell’Absorbeat, nel vero e puro e casto amor cortese. Da qui poi la spiritualità di Sant’Angela da Foligno e, prima di lei, quella di Santa Chiara, che, nel mezzo (si badi bene, il mezzo) della povertà si voleva assumere in sé la povertà di Colui che si è reso povero per farci ricchi della Sua Divinità (2Cor. 8,9) . Espresso nell’unico Privilegium Paupertatis concesso alle clarisse: Per la quale cosa, piegando le ginocchia e inchinandomi profondamente, anima e corpo, affido in custodia alla santa madre Chiesa romana, al sommo Pontefice, e specialmente al signor cardinale che sarà deputato per la Religione dei frati minori e nostra, tutte le mie sorelle, le presenti e quelle che verranno, perché, per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, abbia cura di far osservare a questo suo piccolo gregge - questo che l'altissimo Padre, per mezzo della parola e dell'esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa, proprio per imitare la povertà e l'umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre vergine -, la santa povertà, che a Dio e al beato padre nostro Francesco abbiamo promessa, e si degni ancora di infervorare e conservare le sorelle in detta povertà.” (FF 2841)

Tu, creatura, che rimani e sei tale, vieni innalzata dall’Amore di Dio, che si fa servo, schiavo, amante fino alla fine. Egli ti innalza in una neo-ontologia possibile solo per Grazia. Diventi il dio di Dio. Tu, realmente, vali la pena, sei preziosissimo per Dio. Egli è morto per te e perché tu potessi amarlo per essere ciò che sei. Egli non è morto solo per noi, ma anche per te, per te che ora leggi. Tu vali la “pena” di Dio, il suo uscire da Sé e discendere Kenoticamente perché tu possa divinizzarti per grazia e (da non dimenticare) per collaborazione a questa grazia.

Questo è il disegno nascosto nei secoli eterni di cui si parla nell’Eulogia agli Efesini (Ef. 1,3ss). Quel disegno che non era chiaro a satana stesso, il quale uccidendo il figlio di Dio, per mano d’uomo, ha ratificato in maniera inimmaginabile e radicale, questo disegno (1Cor. 2,8).

Dio ti ha amato dall’eternità nel Suo Figlio diletto, nel quale si è compiaciuto e, nel quale, di te, nella tua unicità, si compiace. Tu sei prezioso per Dio. Qui si svela l’estasi armonica, compiuta, buona, giusta, del “molto buono” (tov tov, in ebraico) di Dio creatore che guarda l’uomo e la donna davanti a sé.

Questo “svuotamento” di Dio per l’uomo commuoveva radicalmente Francesco che vagando  per le campagne di s. Maria degli Angeli, piangendo e gridando, diceva: “L’Amore non è amato, l’Amore non è amato” (FF 1413). E di questo egli era credibile, non per devozionismo, che spesso colora i nostri passi con il volontarismo ego-centrato (di cui parleremo), non per maniera (più o meno finta ed ipocrita), come spesso sono i nostri sentimenti, che, anche qui, analizzeremo più avanti, ma per intimità, per immersione, per concretezza cristiana, per risposta colma ai nostri bisogni fondamentali.

I tre bisogni fondamentali

Entriamo quindi nel vivo di questi bisogni.

L’analisi del profondo non l’ha di certo inventata la psicologia moderna che, pur con i suoi pregi, è così limitata nei presupposti e nell’analisi. Così com’è intrisa di meccanicismo e di positivismo. Così spesso poco scientifica, popperianamente parlando e carica di presupposti ideologici religiosissimi. L’analisi del profondo, piuttosto, appartiene all’umanità da sempre, da quando l’uomo, con onestà, si domanda chi è, da dove viene e dove è diretto. La Sacra Scrittura, illuminata dall’Ispirazione nello Spirito, fornisce chiari contorni di questa analisi presente nelle riflessioni sapienziali del Genesi, nei Salmi, nei Profeti, nei Sapienziali e seminate qua e la, nel Vecchio e Nuovo Testamento, con una chiarezza unica.

L’umanità creata da Dio, l’uomo e la donna, presentano chiari sin da subito tre bisogni fondamentali. Il bisogno di essere amati, il bisogno di amare, il bisogno di identità. Distinguiamo questi tre bisogni solo analiticamente ma essi sono fortemente coesi ed uniti e l’uno non può esistere senza l’altro anche se, per incipit necessario ciò che precede è il bisogno di essere amati. In quanto creature, in quanto esistenti, per partecipazione e per grazia, questi tre bisogni non hanno un equilibrio perfetto, sussistente in sé, da sempre, “confermato”, ma hanno un inizio con la creazione e con un atto di puro dono da parte di Dio, il quale solo è (Es. 3,14). Dio ci ha creato ad immagine e somiglianza di sé e questi bisogni sono la base, la necessità ontologica, atti ad unirci a Lui e per "essere". Essere pienamente compiuti, umani. Ciò che in Dio semplicemente è, per moto eterno, ricevere e dare amore e nel contempo identità, senza divisione, né mescolanza, per noi, in quanto creature, tali attitudini, sono bisogni profondi, radicali, inscritti nella nostra natura. Nel nostro limite oggettivo. Essi sono, dunque, nel contempo, moto al trascendimento, alla piena e sana realizzazione di sé. Senza fughe dal reale, senza manipolazioni del reale. Senza deliri. Sono l’incipit necessario, creaturale, vocazionale, che Dio ha posto perché lo amassimo e lo servissimo conoscendolo (Catechismo di San Pio X, 13) e conoscendoci, tra noi e in noi, nel Suo Amore.

I tre bisogni fondamentali nel Genesi

Nella riflessione sapienziale del Genesi, che illumina, nello Spirito, l’autore sacro e la sua redazione, appare estremamente chiaro che l’uomo è creato da Dio come dono e dandogli l’immagine e la somiglianza di sé (Gn. 1,26ss). Dio dunque rende partecipe l’umanità, l’uomo e la donna, della Sua speculare immagine e della sua capacità (somiglianza, come direbbero i medievali) di aderire a questa immagine. Ecco perché l’umanità uscita dalle mani di Dio è “molto buona”, non gli manca nulla. Ha l’immagine di Dio e la capacità di trascendersi in essa in un cammino graduale e proporzionato senza difetti a quello che (si capirà poi) è la Cristificazione.

Nel secondo racconto della creazione (Gn. 2,7ss) appaiono alcuni elementi importanti che completano il racconto della prima creazione. Anzitutto l’uomo viene tratto dal suolo, egli è polvere creata, ha un limite ed è legato alla creazione tutta intera (si veda anche il Sl. 150). In secondo luogo l’uomo prende vita per lo Spirito di Dio che gli viene immesso “nelle narici” (af, in ebraico). E’ indicativo constatare che nel vizio capitale dell’ira esiste questo gesto animale del prendere più aria per caricarsi, per gonfiarsi da sé. Per tale motivo in ebraico l’ira viene descritta con il termine narice e in latino il termine “ira” è legato a sollevare, spingere. Ecco qui abbiamo una prima traccia fondamentale. L’uomo è amato da Dio, creato dalla polvere e riceve la “pienezza”, il riempimento non dal “disordine” di un moto dell’animo, ma dallo Spirito. L’uomo è, esiste e può essere, perché riempito da Dio. Dal Suo Spirito (Ruah) e da quella parte più alta dello Spirito che è la “Neshamàh”, cioè la capacità divina-intellettiva-relazionale, propria dell’Altissimo. L’uomo non solo è reso vivo dallo Spirito ma è reso “immagine e somiglianza” di Dio. Ma per dono di Dio, non da se stesso. Lo ricorda anche Giobbe: “finché ci sarà in me un soffio di vita, e l'alito di Dio nelle mie narici” (Gb. 27,3). L’uomo non si dà da sé risposta al bisogno di identità, Egli è perché riempito dallo Spirito, chiamato unicamente da Dio. E’ Dio che ti dona l’essere e ti dice chi sei. Come ricordavamo nella meditazione di Santa Maria Maddalena che, nel "giardino" della Resurrezione, viene appunto chiamata per nome. E dunque vede.

In terzo luogo, la seconda creazione, come rivelato dalle meravigliose udienze-catechesi di San Giovanni Paolo II (5/9/1979-2/4/1980) l’essere creato come persona precede il suo essere sessuato. A significare che la Sua dignità, in quanto persona, precede il suo essere uomo o donna. Però attenzione non sta a significare che il suo essere persona apre ad altri poli sessuati. I poli sessuati sono due, maschio e femmina, e qui compiono il loro essere “persona”, o come uomo o come donna. Per tale motivo ritengo improprio parlare di “persona omosessuale”, anche se tale termine è usato (secondo me impropriamente) al numero 2359 del Catechismo (ma chiarito nei numeri precedenti 2357 e 2358). Infatti non esiste un terzo polo sessuato ma due poli sessuati che possono subire, per effetto del peccato, un disordine. Tale disordine profondo dovuto alla ferita di origine, che indica la cautela che dobbiamo avere in tal senso, può “deviare” il pensiero originario, creaturale di Dio, che desidera la persona come uomo o come donna, in varianti possibili alla parte malata e ferita dell’uomo. Vedremo in seguito una possibile risposta del perché accade questo. Per cui, sarà anche impopolare, però sì, l’omosessualità, in tal senso e contesto, è una “malattia” profonda dell’anima dell’uomo e, come dice il catechismo “Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova.” (2358) e può portare a “ad atti gravemente disordinati” (2357) che offendono la “castità” cioè il pensiero di Dio sulla dimensione affettivo-personale e relazionale dell’uomo, nel suo triplice ordine. Verso Dio, verso sé e verso l’altro. Per tal motivo sarebbe più appropriato parlare di "persone con (o che hanno) tendenze omo-affettive", più che di “persone omosessuali”.
Nel contempo il catechismo indica che proprio perché tale: “inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova” le persone con tendenze omo-affettive “devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.” (2358)

Infatti la ferita del peccato originale colpisce vari ambiti, negli uomini e nelle donne. Come sempre ricordato dal Catechismo al numero 2396:  “Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citati la masturbazione, la fornicazione, la pornografia e le pratiche omosessuali.(2396) Quindi non solo inclinando alcuni a pratiche omosessuali ma anche la pornografia, la masturbazione e la fornicazione. Siamo, in tal senso, tutti feriti e deboli, malati e capaci di distorcere la nostra natura e la finalità impressa in essa da Dio Creatore.

Un altro particolare che spesso sfugge del Genesi è che Dio pone il divieto al frutto dell’albero della “conoscenza del bene e del male” (Gn. 2,16-17) prima della differenziazione sessuata. Cioè il limite dell’uomo, il suo dipendere da Dio, dal Suo Spirito (ontologicamente ed operativamente) lo connota profondamente prima della sua differenziazione sessuata. Ecco perché, principio e culmine del nostro cammino è la santità. Ed è per questo che tale cammino è la porta stretta per tutti. Uomini e donne, più o meno feriti. Lussuriosi, accidiosi, avari, vanagloriosi, irosi, persone con orientamento omo-affettivo, fornicatori, idolatri. La Filautia, l’amore disordinato di sé, si esprime in molti modi. Nessuno di noi è esente da ferite e nessuno di noi si senta migliore o giusto davanti a Dio per non cadere in un male peggiore, spiritualmente più profondo. Come ricordava iperbolicamente un visitatore papale di alcune monache di Port Royal, profuse di Giansenismo: “caste come angeli e superbe come demoni” e, prima di lui san Giovanni Cristostomo affermava che “la verginità degli eretici è più impura dell’adulterio” (La Verginità, V).

Infatti la santità è il modo sano e retto, nello Spirito Santo, di compiere e vivere i tre bisogni fondamentali, il bisogno di essere amati, il bisogno di amare e il bisogno di identità.

Ma, se Dio ci dona Grazia, ne parleremo meglio successivamente.

Fin d’ora un carissimo Perdono di Assisi a ciascuno; con una consegna profonda, anche da parte mia, alla Misericordia di Dio, sorgente inesauribile, dei fondamenti, dei bisogni fondamentali di ognuno di voi. Di cui avrò cura personale di adagiarli, con rispetto e passione, all’altare della Porziuncola. Grazie.


© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 30 luglio 2016

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