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famiglia“Pusilli animi est…” (AL 304), così titola ed inizia una riflessione che il Prof. Andrea Grillo introduce parlando della querelle sull’Istituto Giovanni Paolo II e sull’intervento di S. Ecc. za Mons. Camisasca di Avvenire che anche noi abbiamo rilanciato.

Ora, anzitutto, sulla vicenda dell’Istituto Giovanni Paolo II noi come Associazione non ci siamo ancora pronunciati. Non riceviamo pressione da alcuno – e ci mancherebbe – ma non amiamo lo scontro fazionistico. Non fa bene alla Chiesa. Lo scontro opera una riduzione. Tribalizza. Mentre piuttosto ci teniamo a rilevare una ovvietà come abbiamo fatto qui, “Nella pastorale, a rigore, per rispetto dell'incarnazione, ciò che "muta" nel senso che dinamicamente si adatta, è la Carità non la Verità. Chiedere alla Verità di assumere i connotati dinamici della Carità significa impoverire l'una e l'altra e, in certo qual modo, bestemmiare l'incarnazione. Il principio della gradualità rispetta, per natura propria, il duplice moto dell'incarnazione che, di certo, non è mai impantanamento, ma discesa per una trascendenza.”

Una ovvietà da ribadire ricordando il famoso inno Paolino, scritto guardando a Cristo, al versetto 7 “.. πάντα στέγει, πάντα πιστεύει, πάντα ἐλπίζει, πάντα ὑπομένει che possiamo tradurre con “… Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Dunque a noi pare estremamente ovvio che il “principio di gradualità” si smarca totalmente da due tentazioni ricorrenti nel cuore dell’uomo.
Una di esse tende a far sì che l’uomo sia ridotto a ciò che compie e spegne la Speranza. E lo fa moralizzando. Un escamotage dualistico frequente, specie in Lutero e figlioli, che tende a sottolineare una corruzione profonda dell’uomo e una sua irredimibilità. La sola fede necessita, per tale visione, e si evira i tre stichworthe di cui abbiamo parlato:

Gratia supponit naturam et perficit eam
Gratia supponit naturam et extendit eam
Gratia supponit gratiam et profectum in ea

Cadendo nella stigmatizzazione e nella citata irredimibilità.

L’altra tentazione, altrettanto grave, è quella che tanto ci si cala nel vedere il soggettivo del soggetto e il suo percorso personale, che la morale diventa situazionistica. Cioè si fa fare alla Verità non un cammino di incarnazione ma di impantanamento, giustificando moralmente, magari come male minore, determinati scelte ed atti. Ora su ciò che è “male minore” (vd anche Rm. 3,8) rimandiamo alla Veritatis Splendor nn. 79-80:

«

È da respingere quindi la tesi, propria delle teorie teleologiche e proporzionaliste, secondo cui sarebbe impossibile qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie - il suo "oggetto" - la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall'intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell'atto per tutte le persone interessate. »

(Veritatis Splendor 79)

«

La ragione attesta che si danno degli oggetti dell'atto umano che si configurano come "non-ordinabili" a Dio, perché contraddicono radicalmente il bene della persona, fatta a sua immagine. »

(N. 80)

In quella bellezza, in quell’immagine irriducibile che, nella libertà disordinata, porta alla pena eterna troviamo l’anima dei tre stichworthe.
Usando categorie care alla scolastica (anche se riducenti la retorica ebraica delle parole), il peccato ferisce la “somiglianza” non “l’immagine”. Questo non aderire della “somiglianza” "all’immagine", se confermato, porta alla pena eterna. Tuttavia, finché siamo qui, su questa terra, dobbiamo fare ogni sforzo interno ed esterno affinché questa somiglianza aderisca, per quanto possibile, all’intangibilità dell’immagine.

Ora, leggere Amoris Lætitia alla luce di questi due errori di cui abbiamo parlato, la moralizzazione o la soggettivizzazione morale e situazionale, è grave.

È grave per i critici del documento, è grave da coloro che la usano per avallare un “finalmente” o un “tana libera tutti”, è grave per un professore incaricato all’insegnamento, è grave per avallare il fazionismo. Tutto questo mortifica la ricerca teologica, l’audacia vera, e cade nei pruriti, persino teologici, a feticcio da adorare.

È un meccanismo di autostima vecchio come l’uomo e la sua ferita. E richiama sovente consenso di massa. E ché a qualcuno gli piace "stupire il popolo borghese".

Però di fatto questo avviene e molti trascurano l’esortazione del Santo Padre di leggere con calma ed attenzione (e scevri da preconcetti ideologici) il documento.
Ne parlai diverso tempo fa proprio qui, ne parlò Giovanni Marcotullio qui e ne parlò Carlo Rocchetta, il cui operato conosco da decenni, intervistato da Marcotullio per Aleteia qui

Per cui l’accento pastorale del documento è non leggibile e non capibile se non alla luce di Veritatis Splendor, di Humanæ Vitæ, di Familiaris Consortio e del lavoro sinodale che ha preceduto A. L., in un legame profondo.

C’è una continuità solida ed una discontinuità di accenti che richiama ad una continuità.

In certo qual modo, giustamente Grillo, con la fascinazione che gli è propria (potremmo dire alla Proietti, “acchiappesca”) dice alla fine del suo articolo:
“La confusione che si deve evitare è quella tra la domanda di continuità, che è una cosa seria, e la pretesa di ridurre la continuità alla strategia meschina di una “societas perfecta” incapace di considerare le storie concrete dei soggetti.”
, ma il professore lo fa, appunto, con premesse errate che nascono da una violenza ai documenti che ne assicurano non solo la continuità ma anche la discontinuità necessaria nel quadro antropologico e teologico che ci è consegnato e che, tale continuità, non cade nei due errori di cui abbiamo parlato.
Ricorrenti nella storia della Chiesa.

Grillo lo fa con una morale situazionale e soggettivistica che non offre continuità nella discontinuità ma spezza totalmente ogni forma di continuità con la parvenza di audacia teologica. E, ci duole dirlo, ma questo è l’indirizzo preso dal professore da oramai diverso tempo.

Cosa vogliamo dire? Che la continuità ha in sé i germi di discontinuità che sono insiti nella continuità ma ciò non significa dire, ad esempio, su Humanæ Vitæ e Familiaris Consortio, quei documenti sono sbagliati, ci hanno ingabbiati, hanno confermato una pastorale e visione distorta del matrimonio, ecc., ma piuttosto quei documenti hanno introdotto e portato la Chiesa nella Sua Autocoscienza, nello Spirito Santo, proprio in continuità ad una riflessione discontinua perché la Chiesa sia in continuità con la Sua Tradititio. Essi contengono nel patrimonio solido un germe di maturazione discontinuo perché ci sia continuità, per la “Salus animarum”.
La salvezza delle anime rispetta sempre la logica dell’incarnazione senza riduzioni moralistiche o soggettivistiche; entrambe dannose e pericolose.

A noi può sembrare strano questo perché ragioniamo sì in maniera ridotta, e talvolta meschina, accecati dalla soggettività o dal clericalismo, a sostegno del principio di “non contraddizione” da noi deformato e ridotto. Cioè una cosa o è A o è B. Mentre lo Spirito, ascoltato, ci porta ad una terza via che conferma che A è A e B è B, senza ledere il “principio di non contraddizione” e lievitando l’uomo, sia come soggetto che come corpo ecclesiale, ad una maturazione.

È proprio lo Spirito che porta talvolta alla discontinuità ma lo fa alla luce di una continuità e non lo fa senza tenere conto di tutto ciò che ci ha preceduto.

Così ha fatto con Abramo, con Maria, con la moltitudine di santi, ed il loro magistero, e con chiunque faccia sul serio un cammino spirituale. Dio non inganna, Dio porta a maturazione e lo fa a volte con dei salti.
Solo gli adolescenti, nella loro spinta propulsiva o immatura, dicono “prima era tutto sbagliato”, “ora arrivo io”. Oppure gli stessi adolescenti si irrigidiscono in posizioni sclerocardiche che negano una maturazione perché li metterebbe in discussione.

Ed è proprio il principio di maturazione l’ossatura di Amoris Lætitia, su cui mi riserverò in futuro di fare ampia disamina.
E solo in questo principio di maturazione e di attenzione alla persona ed al suo cammino, onesto e sincero, autentico, realmente spirituale, esigente, che può essere compreso il documento. Alla luce dei documenti che l’hanno preceduto, nella logica dell’incarnazione di cui abbiamo parlato, nella logica della Carità.

Rimane pertanto veramente meschino leggere A.L. 304 senza tenere conto di questo intero afflato. Riportiamo il testo integrale di tale numero:

“304. È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare». [347] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione. [348]

E queste le note richiamate

 [347] Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4.

 [348] Riferendosi alla conoscenza generale della norma e alla conoscenza particolare del discernimento pratico, san Tommaso arriva a dire che «se non vi è che una sola delle due conoscenze, è preferibile che questa sia la conoscenza della realtà particolare, che si avvicina maggiormente all’agire» (Sententia libri Ethicorum, VI, 6 [ed. Leonina, t. XLVII, 354]).

Come si vede il testo ricorda chiaramente che la “meschinità” nostra può essere duplice: una moralizzante e l’altra situazionale. Entrambe le visioni riducono non solo A. L. ma anche l’azione dello Spirito nel cammino della persona per la sua salvezza.
Per comprendere questo però bisogna essersi spesi e consumati nel cammino realmente pastorale e realmente scarnificante su di sé, senza sconti.

Per cui si vede in realtà che il cammino proposto da A. L. in realtà è molto più esigente dei documenti che lo hanno preceduto.

Esigente per ogni persona chiamata a fare realmente, e per dinamica di incarnazione, un vero cammino, chiamando bene il bene e male il male in una logica di gradualità, che la Chiesa, da San Giovanni Paolo II ha chiaramente ricordato.

Ma soprattutto il documento è esigentissimo, ben oltre la percezione, nei confronti dei pastori chiamati veramente ad essere saldi e ad incarnarsi senza sconti ma con totale appartenenza ed amore.Temiamo che questo sia stato obnubilato, proprio dai pastori.

In tal senso A. L. è un documento profetico ed incompleto che necessita, probabilmente in un prossimo pontificato, di un documento radicale e di reale formazione verso il sacerdozio il quale è ancora immaturo ed impreparato ad una pastorale così attenta, incarnata, spirituale e realistica verso le persone, verso le anime, senza diminuzione alcuna, di un solo iota, di quanto abbiamo ricevuto nel Vangelo inerente il Matrimonio e la Famiglia.

A.L. chiama alla santità anche situazioni ferite ma, soprattutto, chiama alla santità i pastori e chi, come noi si occupa di teologia.

Possiamo solo rispondere con le parole testamentarie di Francesco di Assisi:

“Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!” (FF 500)


Paul Freeman