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Rassegna stampa cattolica

Francesco voglio portarvi fratelli tutti in Paradiso
Il lavoro del nemico è nel promuovere teologia sui termini senza Verità e senza Amore.

Senza Amore e senza Verità, coese in comunione e dalla medesima fonte, si va alla deriva.

 

Questa metodica non tocca solo i problemi inerenti la “fine naturale” e le riflessioni attuali, su cui il governo collusivo, opportunisticamente, tace volontariamente.
Ma segna anche la vicenda dell’Istituto Giovanni Paolo II. Come la vicenda dell'omo-affettività. Come le mala-interviste di giornali cattolici e compagnia e sulle risposte intemperanti di altri siti che si pongono a “difesa” del vulnus toccato.
Persino i casi deformi ed osceni – letteralmente parlando, in morale – delle vicende di Bibbiano e simili vengono toccate da questa dissociazione.
E che dire dei "teologi" che si sentono "audaci" sulla teologia Liturgica?

Con questa dissociazione ci si scontra e si discetta sui termini e sulle modalità, sulla tradizione e il concilio, sui mala-in-sé e sulla fluidità della morale, ma senza venire a un punto.

Facciamo una piccola e – purtroppo e me ne dolgo molto – insufficiente analisi.

Il primo livello è quello nel dividere Verità e Carità, che sono invece inseparabili.

Dividendole si fa capitolare la “Verità” nella “verità”; cioè la verità in situazione, la verità del soggetto, la verità esperienziale.
Cioè in una parola la morte della Verità.
Il soggetto si fonda su di sé.
Non esiste “natura”, non esiste “morale naturale”, la “natura umana” è mutevole e si traduce in una “moralità del soggetto”.
Interessante notare che la “moralità del soggetto” fa compiere alla Verità quello che è proprio della Carità, del “misericordia Io voglio”, cioè l’attenzione unica, calda ed attenta, nella medesima Verità declinata al trascendere il soggetto non ad impantanarlo.
La "moralità del soggetto" violenta la natura stessa della Verità facendole fare quello che non deve e che è proprio della Carità. La "moralità del soggetto" impantana la persona, le nega il suo destino eterno.
Quello che "muta", a rigore, è la Carità non la Verità.
È la Carità che cala la Verità nella particolare situazione della persona per farla camminare.
Si chiama Incarnazione. Ed è l’anima della retta pastorale.
E questa, questo moto, che dovrebbe guidare la formazione dei pontifici, delle università di teologia, dei seminari e delle comunità.

E così trasformando la “Verità” nella “verità” si discute e si controbatte quando il danno è stato fatto. Il nemico lo sa bene, perché ha condotto qui. Nel far fiorire discussioni su discussioni sulla Verità trasformata nella verità.
E questo non solo ha diviso in sé il soggetto, diabolicamente, ma lo ha diviso dal fratello; crea divisione ed alimenta la divisione.

Questo è il punto a cui il nemico voleva portare: alla scissione di sé e alla scissione fraterna.

Il nemico sa bene che non si può prescindere dalla Verità ma poiché egli la conosce bene e manca di Carità, conduce l’uomo alla sua natura bestiale di angelo decaduto.
Ladro di Bene.
Separando e creando nemici.
Rendendoci, dentro e fuori di noi, nemici.

Questo porta il soggetto a credere che la responsabilità è sempre fuori di sé confermandolo di fatto in un delirio egolatra in cui non si necessita più di conversione.

Ma il punto di arrivo non è questo ma quello di rendere assente la Carità e trasformarla in carità.
Cioè in un bene vago ed orizzontale senza una rete di appartenenza fondato sul soggetto o su pochi.
Lo statalismo del bene produce inevitabile tirannia.
Lobby per contrastare lobby.
Il capolavoro di taluni, che si riempiono la bocca di "amore", usano proprio il nome del papa che, per primo, ha dichiarato guerra e come male proprio le lobby,
per le loro manovre di palazzo.
E così facendo "cercano spazi" (lobbistici) invece di avviare "processi", contraddicendo il Magistero dell'Evangelii Gaudium.

L’effetto di questa scissione e di questa duplice mutazione della Verità e della Carità è che l’altro mi diventa estraneo ed è alla fine, una "cosa" indifferente.
Si spezza la rete di Bene e l'appartenenza.
Si spezza l’umana solidarietà e la sussidiarietà fondata su Cristo, crocifisso, morto e Risorto. L’altro è un nemico o alla peggio un nulla che mi serve o mi conduce all'ingolfamento del sé.
Ho bisogno del nemico, mi garantisce il mio combattere per la “verità” dimentico della Verità.
La Carità viene dimenticata e si trasforma, anche qui, in carità orizzontale con il paravento di essere verticale. Una patinatura per la vanità.

Ma se l’altro mi è estraneo anche Dio lo è.
Ed io sono corrotto e compromesso, gravemente.
Ecco l'opera del nemico, la sclerocardia dell'uomo incartato su di sé.

La Carità, slegata dalla Verità si è trasformata in “carità” a garanzia non solo del “delirio” che fonda sé stesso su di sé, impermeabile alla conversione,
ma irriconoscente, ingrato ed incapace di lode verso Dio.
Incapace di guarigione, di essere sanato. Di trascendersi, di umanizzarsi.
Disperato, nichilizzato, alla deriva dell’essere e contento di essere nullificato.

Godendo della tristezza e, tutto sommato, del nulla può cambiare.
Oppure godendo del suo contrario, “tutto può cambiare”, si intende, con l’opera delle mie mani.
Posizioni apparentemente distanti ma unite dalla medesima tristezza dell’io che si fonda su di sé: io sono io.

In alcuni questa carità orizzontale sembrerà sociale ma è soggettivistica perché ha mutato la Verità nella verità, resa mutevole a garanzia dell’ego ferito e delle patologie dell’uomo.

In altri questa carità sembrerà verticale ma soffre della stessa patologia auto-centrata mancando di Carità.

C’è una risposta?
Sì.
Riconsiderare ciò che è, cioè l’inseparabilità della Carità con la Verità che fa pronunciare con Francesco, nella Chiesa e per la Chiesa:
“Fratelli voglio portarvi tutti in Paradiso!”

PiEffe


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