+ Agostino Marchetto
Credo che tutti voi sarete d’accordo con me se iniziamo questo nostro incontro considerando il Decreto Presbyterorum Ordinis poiché quello sulla formazione sacerdotale, che sarà al centro della nostra attenzione, non può essere correttamente interpretato e ricevuto se non tenendo sempre presente l’immagine del presbitero, la natura del presbitero, dataci dal primo documento citato, in conformità del resto con la Lumen Gentium.
In questo senso i due Decreti menzionati sono inseparabili “e l’insieme degli studi che si riferiscono più direttamente al primo valgono per la corretta comprensione del secondo. Così il Decreto sulla formazione sacerdotale ne sottolinea la finalità pastorale, ma è quello sul ministero e la vita dei preti che ci manifesta soprattutto il vero contenuto della pastorale, il suo orientamento essenzialmente missionario, la duplice dimensione teocentrica e antropocentrica, l’esigenza di presenza fra gli uomini [e le donne] che esso comporta, la maniera di nutrire e unificare tutta la vita del presbitero”.[i]
A questo punto mi incombe la necessità di indicarvi alcuni capisaldi del testo conciliare, tenendo presente specialmente il titolo dato al mio discorso con voi, cioè la riforma (o il rinnovamento) nella continuità dell’unico soggetto Chiesa indicata da Benedetto XVI come la corretta ermeneutica conciliare, nel famoso discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. Del resto è sempre stata questa la mia convinzione, frutto della personale ricerca storico-critica sul Concilio ecumenico Vaticano II. Essa è raccolta soprattutto in due volumi, uno di “Contrappunto per la sua storia” e l’altro “Per la sua corretta ermeneutica”[ii].
A questo proposito sarà utile leggere soprattutto il contributo di Henri Denis, nella collana Unam Sanctam delle Edizioni du Cerf, dal titolo “La Théologie du presbytérat de Trente à Vatican II” veramente ben fatto. Ne raccogliamo l’invito per il nostro studio “a giammai dimenticare questa preoccupazione propria al Vaticano II … a rispettare l’eredità teologica anteriore. Nel cuore di una evoluzione inevitabile la continuità delle fede cattolica si manifesta meglio”[iii].
In ogni caso una bibliografia pressoché completa su Optatam Totius la potrete trovare nel volume di Alois Greiler “Das Konzil und die Seminare”[iv] o nel più accessibile numero 3, del 2005, della Rivista Seminarium[v].
Cominceremo comunque col rilevare l’importanza del tema partendo da una citazione del Proemio di P.O., la seguente: “Più di una volta questo Sacrosanto Sinodo ha ricordato a tutti l’alta dignità dell’Ordine dei Presbiteri. Ma poiché questo Ordine ha un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell’ambito del rinnovamento della Chiesa di Cristo, è parsa di sommo interesse una trattazione più completa e più approfondita sui presbiteri”.
Per quanto riguarda poi la storia e un commento completo di P.O., rimando per tutti al buon contributo di Jean Frisque nella stessa collana Unam Sanctam[vi].
Ebbene per comprendere chi sono i presbiteri bisogna mantenere gli occhi fissi su Cristo, mediatore unico. Essi sono infatti i ministri di Cristo Capo, servitori del Popolo di Dio, ministri nella Chiesa (v. capitolo 1 del P.O.), cooperatori dell’Ordine episcopale (cfr. P.O. 2, 4, 5, 7, 14, 15). A questo proposito sottolineo che da ciò nasce la necessità ripetuta nei numeri appena citati di una comunione che è definita gerarchica. Rilevo il fatto, perché in genere questo aggettivo non è più usato anche quando si parla della Chiesa–comunione, concetto, realtà, mistero-chiave nella visione conciliare, come risulta dall’ermeneutica che ci fu proposta dal Sinodo dei Vescovi dell’ottantacinque. In effetti solo con tale qualifica si possono mettere insieme il I e II millennio di vita della Chiesa Cattolica. E il termine appare anche altrove e pure nella Nota explicativa praevia al III Capitolo della Lumen Gentium che riuscì a creare finalmente la quasi unanimità tra i Padri anche sul tema dibattuto della collegialità.
Un altro punto di riforma (o rinnovamento) nella continuità, nel contesto del primo ufficio presbiterale, quello dell’annuncio del Vangelo (finalità –nota– dello stesso Vaticano II), è l’attenzione stabilita per la Chiesa particolare (locale) e universale, ad un tempo, legata pure alla questione della incardinazione[vii] (P.O. 6: la comunità locale deve avere lo spirito missionario, e 10: missione di salvezza di ampiezza universale, 11: informazione precisa sulle necessità della Chiesa locale e universale). E qui ci troviamo davanti a un’altra caratteristica del Concilio, proprio nella linea della riforma nella continuità, e cioè dell’e…e, congiunzione eminentemente cattolica, che conferma appunto quella continuità dell’unico soggetto Chiesa a cui ci riferiamo nella corretta ermeneutica conciliare che non è di rottura e discontinuità.
Nella stessa linea penso vada il riflesso su P.O. della rivalutazione conciliare dei rapporti diciamo Chiesa-mondo contemporaneo. I presbiteri non sono dei separati perché devono “vivere con gli altri uomini come fratelli” (P.O. 3), ma per il celibato (P.O. 16), la povertà volontaria (P.O. 17) e l’obbedienza, basata sull’umiltà (P.O. 15) non sono del mondo (Gv. 17, 14-16, cfr. P.O. 17.).[viii]
Da rilevare è pure – lo avete forse notato per il mio uso del termine al plurale, come fa il Concilio in genere – che essi, i presbiteri, formano il “Presbiterio”, un corpo, un “Ordo” sacerdotale attorno al Vescovo. Anche per questo tema posso solo rimandare al buon contributo di Joseph Lécuyer, sempre nella collana Unam Sanctam[ix] tenendo presente noi i N. 8, 17 e 20-21 di P.O.
Una altro punto di rilievo è il fatto che il Decreto mostra, sì, con chiarezza un ministero presbiteriale interamente ordinato all’evangelizzazione, ma che scaturisce e trova il suo compimento nella celebrazione del sacrificio di Cristo. Vi è qui (al N. 2 di P.O.) il legame inscindibile tra consacrazione e missione e pure, come si può costatare, la presenza di quel e… ed e[x] di cui parlavamo.
Concludo questa veloce rassegna del Documento, secondo il mio intento, rilevando, quale riflesso di tutto questo Concilio, il dinamismo pastorale del Decreto che risolverebbe anche la questione della frammentarietà quotidiana della vita dei presbiteri che troveranno in esso non solo l’unità e l’armonia nel loro agire, ma anche la santificazione (v. P.O. 14, inoltre N. 19 e 8). Si tratta di “carità pastorale” che ha la sua fonte anzitutto (da ciò la viva raccomandazione della S. Messa quotidiana: P.O. 13) nel sacrificio eucaristico, centro e radice di tutta la vita dei presbiteri, la cui celebrazione dev’essere sempre più messa a fuoco nella preghiera (P.O. 5), con menzione anche all’Ufficio Divino (P.O. 5 e 13).
Non vorrei mancare di concludere qui con la citazione di uno studio di Don Louis-Hervé Guiny dal titolo “Que reste-t-il des intuitions du Concile Vatican II sur la vie et le ministère des prêtres?”,[xi] ben fatto e pubblicato in una giovane ma dinamica rivista. Egli si sofferma molto anche sulla Pastores dabo vobis, che “dà un nuovo soffio a P.O. e permette una sua nuova lettura”.
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Passando ora al Decreto Optatam Totius cercheremo di vedere come esso corrisponda ai capisaldi che abbiamo segnalati per il P.O.[xii]. Sottolineerei anzitutto “la funzione ecclesiale d’iniziazione al Ministero”, richiamando qui una convinzione profonda di Guardini, citato nel mio primo volume scritto sul Concilio[xiii], la seguente: “la scelta cristiana non viene propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa … [so] anche che un’autentica efficacia è possibile soltanto in unione con essa… Ciò che può convincere l’uomo moderno non è un cristianesimo modernizzato in senso storico o psicologico o in qualsivoglia altro modo, ma soltanto l’annuncio senza limiti e interruzioni della rivelazione. Naturalmente è poi compito di chi insegna porre questo annuncio in relazione ai problemi e alle necessità del nostro tempo. … Ciò che l’uomo contemporaneo desidera udire è il totale e puro annuncio cristiano. Forse risponderà negativamente all’annuncio, ma almeno sa di che cosa si tratta”.
Questo va nella linea dell’edificazione di una Chiesa missionaria. In effetti gli aspiranti al sacerdozio contribuiscono a rinnovare la Chiesa nel suo slancio missionario introducendo al centro della sua vita un’aria di esigenze nuove. È un dato spirituale di cui bisogna trovare le componenti psicosociologiche (la venuta di nuovi membri è sorgente di ringraziamento) e storiche.
Orbene si può dire a quest’ultimo riguardo che le ragioni della entrata diciamo in Seminario Maggiore sono per lo più missionarie, che corrispondono all’ideale di sacerdote del P.O. e la funzione ecclesiale d’“iniziare all’ordine offre una possibilità permanente di rinnovarsi nella coscienza della sua missione”.
Quali le condizioni per l’esercizio di questa funzione ecclesiale? Émile Marcus sintetizza così: “il sacramento dell’ordine aggrega all’ordine dei ministri, a titolo di cooperatori dei Vescovi, per il servizio del Popolo di Dio in crescita. Tale servizio è suscettibile di assumere dei volti diversi, tenuto conto delle condizioni nelle quali si esercita, in particolare per quanto concerne i rapporti Chiesa – mondo”[xiv].
Ma la vita dei presbiteri, abbiamo visto, deve unificarsi nella carità pastorale in riferimento a Cristo Pastore, concretamente soprattutto nella rettitudine delle sue relazioni con i diversi “prossimi” che risultano, dallo stesso O.T. (v. numero 19: dialogo), alla luce dei cerchi di dialogo indicati dall’Ecclesiam suam. La formazione dovrà quindi essere a carattere pastorale (O.T. 4 e 19-21), ma accettare al tempo stesso che siano apertamente poste le questioni più fondamentali sulla fede in un percorso che tocchi l’insieme del mistero cristiano, nel primo ciclo degli studi. In questo senso varrà dare un equipaggiamento piuttosto che un bagaglio, un metodo di lavoro. In genere però i preti trovano abbastanza difficoltà nell’impegno intellettuale. L’invenzione (creatività) pastorale, poi, dimensione certo della carità pastorale, non può che realizzarsi “nella Chiesa”. Essa ha delle norme alle quali i seminaristi devono imparare a sottomettersi. Ne segnalo due fra le più importanti, e cioè l’agire in unione con gli altri membri del Presbyterium del Vescovo e la lucidità teologica. Né la struttura gerarchica della Chiesa (e non pensiate che io parli qui di “piramide”), né quella collegiale permettono d’inventare da soli. Il progredire della pastorale suppone un confronto permanente dei membri del Presbyterium sotto la presidenza del Vescovo (nel fedele ossequio all’autorità del Vescovo dice O.T. 4). Per quanto riguarda la lucidità teologica cito ancora Marcus su un tema a me caro: la continuità nella tradizione vivente della Chiesa. Egli attesta: “è particolarmente urgente educare a questa lucidità [teologica] nella necessità in cui ci troviamo, in tempi di cambiamenti, di render conto dell’unità della Tradizione vivente della Chiesa. Si preverrebbero [dunque] delle difficoltà [per dei fedeli spaesati] se si mostrasse in che [e come] la Chiesa, attraverso discipline che evolvono, mette in opera il mistero della salvezza… Allora anche quando i pastori fanno prova di spirito creativo, devono render conto di questa continuità: un solo Corpo di Cristo che cresce lungo lo scorrere dei secoli”[xv].
Vi sono poi delle condizioni relative ai preti e ai laici in generale, in un’azione concertata di tutto il Popolo di Dio, per coltivare le vocazioni (cfr. O.T. 2 e pure 20). D’altra parte i responsabili del Seminario dovranno partecipare in qualche modo alle attività del Presbyterium. Bisognerà inoltre rispettare leggi e lavoro comune (penso alla ratio studiorum) e all’iniziazione pratica dell’apostolato, che corrisponda all’età dei seminaristi, ai quali si ricorderà sempre “l’efficacia preponderante dei mezzi soprannaturali” (O.T. 21).
A tale proposito, anche nel Decreto O.T., vorrei segnalarvi alcuni punti dove è presente quel “e… e” che abbiamo trovato in P.O., e questo fin dal Proemio in cui riaffermando “le leggi già collaudate dall’esperienza dei secoli, “ si ingiunge di inserire ” elementi nuovi rispondenti al tenore dei Decreti e delle Costituzioni conciliari e alle mutate condizioni dei tempi”. È il segno della riforma nella continuità che è il filo rosso della nostra ricerca e che mette anche insieme i principi di formazione sacerdotale applicabile a tutti i Paesi, l’universale dunque (presente altresì al N. 20), e l’adattamento alle necessità pastorali delle varie regioni (O.T. 1 e 2), perciò il locale (v. Ratio universale e locale).
Ciò vale pure per l’opera che favorisce le vocazioni sacerdotali per la quale il Decreto in primo luogo raccomanda i mezzi “tradizionali di comune cooperazione …, nonché una istruzione cristiana anche con i vari mezzi di comunicazione sociale” (O.T. 2). Il discorso dell’adattamento è ripreso altresì, in relazione ai seminari minori, per quanto riguarda la direzione spirituale e quella dei Superiori per i quali si richiamano “le norme di una sana psicologia” (O.T. 3).
Il Decreto prosegue così al N. 6: “Con vigile cura, proporzionata all’età dei singoli … si indaghi sulla retta intenzione e la libera volontà dei candidati, sulla loro idoneità spirituale, morale e intellettuale, sulla necessaria salute fisica e psichica, considerando anche le eventuali inclinazioni ereditarie. Si ponderi altresì la capacità dei candidati a sopportare gli oneri sacerdotali e ad esercitare i doveri pastorali”.
Lo stesso spirito del mettere insieme nova et vetera troviamo nell’auspicata formazione spirituale di cui al N. 8 nel quale si incoraggiano “gli esercizi di pietà raccomandati dalla veneranda tradizione della Chiesa, ma si eviterà che la formazione spirituale consista solo in questi esercizi, né si diriga al solo sentimento religioso. Gli alunni imparino piuttosto a vivere secondo il Vangelo, a radicarsi nella fede, nella speranza e nella carità in modo che attraverso di queste virtù possano acquistare lo spirito di preghiera, ottengano forza e difesa per la loro vocazione, rinvigoriscano le altre virtù e crescano nello zelo di guadagnare tutti gli uomini a Cristo”.
In questo contesto osserviamo che tutto il N. 10 è dedicato alla “tradizione venerabile” del celibato sacerdotale per il regno dei cieli. Vi è qui un unicum, rispetto a tutti i testi conciliari, che desidero notare, vale a dire “la superiorità della verginità consacrata a Cristo” in relazione al matrimonio cristiano.
Pure il N. 11 congiunge nova et vetera nell’invito a osservare scrupolosamente (nel contesto del dominio di sé, della disciplina, della maturità) “le norme della educazione cristiana, convenientemente perfezionate coi dati recenti della sana psicologia e pedagogia”.
Per gli studi ecclesiastici vanno insieme altresì quelli atti a fornire un bagaglio umanistico e scientifico (si parla qui pure di una conoscenza del latino), quelli filosofici e teologici, sempre mostrando agli alunni il loro significato, la loro struttura e il loro fine pastorale (cfr. O.T. 14). Varrebbe la pena a questo punto di rileggere il capitolo V sulla revisione di tali studi, ma non ne abbiamo il tempo. Mi limiterò a menzionare il richiamo “al patrimonio filosofico perennemente valido, tenuto conto anche delle correnti filosofiche moderne” (O.T. 15 e 16) e alla “S. Scrittura” “che dev’essere come l’anima di tutta la teologia” (O.T. 16, con citazione di Leone XIII). In tale numero è introdotto altresì l’aspetto ecumenico e pure un altro unicum, nel contesto della conoscenza delle altre religioni, e cioè la finalità del “riconoscere quel che per disposizione di Dio, vi è in esse di buono e di vero”, ma con l’aggiunta “imparino a confutare gli errori, e siano in grado di comunicarne la pienezza della verità a coloro che non la possiedono”. Imparino a confutare gli errori è un unicum.
Infine formazione scientifica più profonda, formazione spirituale e pastorale sono messe insieme nel N. 18. Vi è posto, al termine, per quel che chiamerei la formazione ‘permanente’, una volta completato il ciclo di studi (O.T. N. 22).
La conclusione del Decreto ritorna a mettere insieme Tradizione e riforma o rinnovamento, così: “I Padri di questo Sacro Concilio, proseguendo l’opera iniziata dal Concilio Tridentino, mentre con fiducia affidano ai Superiori e maestri dei Seminari il compito di formare i futuri sacerdoti di Cristo secondo lo spirito di rinnovamento promosso dal Concilio stesso, esortano vivamente coloro che si preparano al ministero sacerdotale, affinché abbiano piena consapevolezza che la speranza della Chiesa e la salvezza delle anime sono affidate in mano loro” (O.T. 22). Una conferma, prima di passare al post-concilio, della giustezza del nostro parlare di riforma nella continuità troverete al consultare le note di O.T., dove la citazione di Pio XII è prevalente. Non è caratteristica di questo solo documento poiché il predecessore di Papa Giovanni è l’Autore più citato nei testi conciliari, dopo le Sacre Scritture. E’ un ulteriore elemento atto a sgonfiare il mito della novità in pur ben noti interpreti del Concilio, come se esso fosse vero e ricevibile solo nei suoi aspetti di novità. Giustamente oggi, poco a poco, le cose si stanno riequilibrando nella ricerca di una storia conciliare veritiera e di una corretta ermeneutica per una giusta ricezione del Concilio Ecumenico Vaticano II.
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Per l’analisi dell’O.T. nel contesto post-conciliare sul presbiterato mi ispirerò soprattutto al contributo di Domenico Mirafioti, S.J., inserito a questo momento di nostro studio, nel per noi fondamentale N. 3 (2005) di Seminarium[xvi].
Nell’impossibilità comunque di fare la storia completa del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa che ebbe inizio con O.T., nella formazione al sacerdozio, possiamo individuarne un approdo nel Sinodo dei Vescovi nel 1990 sulla “formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”, da cui nacque l’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis [xvii].
Ricordo che in precedenza si ebbe la Ratio Fundamentalis[xviii] (il 6 Gennaio 1970) sulla cui base i singoli Paesi successivamente elaborarono i loro regolamenti. Il Concilio nella O.T. non definì la vocazione e non precisò il valore di essa al sacerdozio ministeriale. Lo fece invece P.D.V. che presenta la sua dimensione antropologica ed ecclesiale nel campo del dialogo dell’uomo con Dio, mettendo in rilievo la divina iniziativa, la risposta umana e le mediazioni ecclesiali necessarie perché il desiderio personale maturi fino al dono di sé a Cristo nella Chiesa[xix].
Senza trascurare la questione dei seminari minori, riproposti dalla P.D.V. (n. 63) e dalla più recente Pastores Gregis (N. 48), per i maggiori ricorderò l’importanza dell’Anno previo istituzionalizzato da P.D.V. (N. 62), organizzato in quasi tutte le diocesi spesso in collegamento con il seminario maggiore.
Ricordiamo, poi, che l’O.T. attesta in modo chiaro che “I Seminari maggiori sono necessari per la formazione sacerdotale” (N. 4) e P.D.V. lo ribadisce al N. 60[xx].
Peraltro non si può dimenticare che l’immagine del Seminario maggiore diocesano è cambiata soprattutto per lo sviluppo delle Facoltà Teologiche[xxi]. Orbene “Questa scelta fatta dalla Chiesa nel post-concilio ha mutato in Europa, e in molte altre parti del mondo, la struttura del Seminario maggiore, perché la formazione intellettuale non dipende più dal Rettore del Seminario, ma dalle autorità accademiche che godono di una loro autonomia. Inoltre ha favorito in Italia e altrove la diffusione dei Seminari interdiocesani. Il Concilio li aveva proposti per far unire le forze e offrire ai candidati al sacerdozio una formazione più qualificata[xxii].
Nell’insegnamento ci si è dovuti dunque confrontare col pluralismo teologico – che può andare oltre il legittimo, ed è purtroppo realtà, secondo il mio giudizio – e si è dovuto lasciare ai singoli docenti la responsabilità di interpretare la funzione, non nel ruolo puramente scientifico di chi trasmette un sapere, ma nel compito di chi per la sua parte si considera come educatore[xxiii] dei futuri sacerdoti, che non saranno però teologi nel senso stretto. Così la P.D.V. prende atto che vi sono almeno otto figure formative: il Vescovo, il rettore, il padre spirituale, l’animatore, i professori, il parroco, l’associazione o movimento ecclesiale di provenienza e, nel caso dei seminari interdiocesani, il responsabile diocesano dei seminaristi, senza contare la famiglia e “altri fedeli laici, uomini e donne”. Non è poca cosa. Come abbiamo visto, i Padri conciliari chiedono ai seminaristi una spiritualità di alto livello, strettamente legata con la formazione dottrinale e pastorale (O.T. 8). Ma soprattutto vogliono che questa unità sia costruita intorno a Cristo, conosciuto, amato e seguito (è il Christum quaerere). Questo principio spirituale viene commentato ampiamente in P.D.V. 46, mentre il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri (1994)[xxiv] mette in rilievo la dimensione trinitaria, cristologia, pnematologica ed ecclesiologica della spiritualità dei presbiteri (N.3-16).
In ogni caso il Sacramento dell’Ordine è indicato come fonte di una specifica chiamata alla santità in P.D.V. (N. 20), ed è molto sentito anche come legato alla spiritualità del prete diocesano[xxv].
Ricordando poi l’unicum dell’O.T. sulla superiorità della verginità consacrata rispetto al matrimonio, si può menzionare la P.D.V. (N. 50). Una sintesi delle motivazioni teologiche offerte dal Magistero sul celibato la troviamo poi nel Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri (1994, p. 57-60)[xxvi].
“Per una personalità integrata”, la formazione intellettuale e filosofica e teologica, fornisco in nota dei rimandi per non allungarmi troppo[xxvii]. Comunque lo studio della teologia non deve avere un valore puramente teoretico ed intellettuale, ma dovrà aiutare a risolvere i “problemi umani”[xxviii]. Inoltre un’attenzione specifica e significativa si continua a dare nel post-concilio alla formazione strettamente pastorale, che è l’arte di dirigere le anime, con spirito missionario, nella direzione spirituale, nel dialogo e l’apostolato dei laici[xxix], nonché alla “formazione permanente”[xxx].
Ad ogni modo mi pare doveroso ricordare, cronologicamente, a questo punto alcuni documenti significativi della Congregazione per i Seminari che ne attestano l’opera zelante negli anni post-conciliari, e cioè quelli riguardanti l’insegnamento della filosofia nei seminari (22 gennaio ’72), la formazione al celibato sacerdotale (11 Aprile ’74), l’insegnamento del diritto canonico per gli aspiranti al sacerdozio (2 aprile ’75), la formazione teologica dei futuri sacerdoti (22 febbraio ’76), la formazione liturgica nei seminari (3 giugno ’79), alcuni aspetti urgenti della formazione spirituale nei seminari (6 gennaio ’80), la pastorale della mobilità umana nella formazione dei futuri sacerdoti (25 gennaio ’86), la loro formazione circa gli strumenti della comunicazione sociale (19 marzo 1986), gli studi sulle Chiese orientali (6 gennaio ’87), l’insegnamento sulla Vergine Maria (25 marzo ’88), quello della do[i] F. Marty, Vatican II. Les prêtres, formation, ministère et vie, du Cerf, Paris 1968, p. 11.
[ii] A. Marchetto, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, L.E.V., Città del Vaticano 2005; idem, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica, L.E.V., Città del Vaticano 2012.
[iii] H. Denis, La Théologie du presbytérat de Trente a Vatican II, in “Vatican II. Les prêtres, formation, ministère et vie”, du Cerf, Paris 1968, p. 193-232. La nostra citazione è a p. 195; su questo argomento v. pure A. Greiler, Das Konzil und die Seminare. Die Ausbildung der Priester in der Dynamik des Zweiten Vatikanums, Peeters, Leuven 2003, p. 143.
[iv] A. Greiler, op. cit. p. XXVII-LIII.
[v] D. Mirafioti, L’Optatam totius nel contesto del Magistero conciliare e post-conciliare, in Seminarium 3 (2005) nota 1-2, p. 547s. Vedasi anche R. Woelki. Das Mysterium der Eucharistie … in Seminarium 3 (2005) p. 796-802.
[vi] J. Frisque, Le Decret Presbyterorum Ordinis, Histoire et commentaire, in « Vatican II. Les prêtres, formation ministère et vie », op. cit, p. 123-189. Recentemente, poi, il Cardinale Julian Herranz ha presentato questo Decreto in modo riassuntivo e chiaro in Notes et documents 22/23 (2012) dell’Institut International J. Maritain, p. 19-29. V. altresì, E. Masseroni, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius. Introduzione e commento, Casale Monferrato (AL) 1987.
[vii] Vedi E. Baura, Introduzione al convegno di studi sull’istituto dell’incardinazione, Giuffré Ed. 2006; cfr. Supplemento a Sacerdos n. 25 (2001).
[viii] Cfr. P. Colin, Le prêtre un homme “mis à part mais non séparé”, in “Vaticano II” ... op. cit., p. 261 -274 ; R. Lavoratori e R. Pollero, Mistero ed identità del presbitero, Roma 2002 (v. O. R. 28/3/02, p. 6); C. Giraudo, Il Presbitero in cerca d’identità. Teologia e spiritualità di un ministero, in Civ. Catt., q. 3841, p. 15-28; L. Sapienza, Stile sacerdotale. Sulle orme di San Giovanni Maria Vianney Curato d’Ars, Città del Vaticano 2009; H. Urs von Balthasar, Il prete che io cerco, in O. R. 9/4/10 (estratto da Esistenza sacerdotale, Brescia 2010); A. Stagliano, Il bel pastore offre la vita, Rosolini 2009; Supplemento Sacerdos n. 22 (2000). Per la povertà cfr. E. Cattaneo, La povertà dei sacerdoti secondo i padri della Chiesa, in Civ. Catt. q. 3769, p. 31-40 e A. Zambon, Il consiglio evangelico della povertà nel ministero e nella vita del presbiterio diocesano, Roma 2002 (v. O. R. 16-17/XII/03).
[ix] J. Lécuyer, Le presbyterium, in “Vatican II”, op. cit., p. 275-288 ; cfr. A. Castegnaro, Ridare forma al Presbiterio, in Il Regno N. 1081, p. 414-421; C. Nosiglia, La fraternità vissuta. La condizione del lavoro pastorale, in R.D. Vic. 1 (2010) specialmente p. 130 ss.; F. Chica Arellano, Una cierta vida en común entre clerigos. Aproximación juridico-pastoral al canon 280, in Periodica de re canonica (2002) p. 189-237; F. Treccia, La vita comune del clero secolare nel Concilio Ecumenico Vaticano II, Perugia 2004 (v. O.R., 8/10/04, p. 4).
[x] In questa linea varrà ricordare anche un’affermazione finale di Yves Congar nel suo contributo Le sacerdote du Nouveau Testament, in “Vatican II …”, op. cit., p. 233-256, e cioè “une opposition, un distancement quelconque entre consécration et mission, culte sacramentel ou Eucharistie et Parole ou apostolat n’a pas de sens” (p. 256). Cfr. A. Vanhoye, Aspectos fundamentales del sacerdocio en el Nuevo Testamento, in Sel. de Teol. N. 173, p. 29-38: Jean Galot, Il sacrificio eucaristico in relazione all’identità, alla spiritualità e al ministero del presbitero, in Sacrum Ministerium 7/2 (2001) p. 5-31; L. Scheffczyk, In persona Christi, Frankfurt a.M. 1991, p. 497-516; A. Mirallas, Ecclesialità del presbitero, in Annales theologici (1988), p. 121-139; P. Goyret, La specificità dell’ordine sacerdotale ministeriale, ibidem, (1993) p. 157-179.
Cfr. anche J. Herranz, loc. cit., p. 21, 22, 25s., e K. Woelki, op. cit., p. 751-802, e pure H. Le Sourd, Un aggiornamento spirituel?, in “Vatican II”, op. cit., p. 289-326, specialmente p. 291, 294 e 325 in cui conclude: P.O. “est un très beau texte peut-être l’un des plus neufs et en même temps des plus traditionnels de Vatican II”. Ma sono affermazioni di fatto del Cardinale Garrone; v. altresì G. Ferraro, Ministri di salvezza, San Cataldo-Caltanisetta 2003, Idem, Cristo è l’altare, Morena Roma 2004, Idem, Riflessioni liturgiche e teologiche sul sacerdozio, Roma 2010; Idem, Il sacerdozio ministeriale. Dottrina sul sacramento dell’Ordine, Napoli 1999 (v. la mia recensione in Apollinaris (2002), N. 1-2, p. 371-374); Idem, Il sacerdozio nell’insegnamento di Paolo VI, San Cataldo-Caltanisetta 2006 (v. la mia recensione in Apollinaris (2008) p. 1047-1050). Infine v. P. Goyret, Chiamati, consacrati, inviati. Il sacramento dell’ordine, Roma 2003; P. Piret, S.J., En faveur du peuple sacerdotal, le ministère sacramentellement ordonné, in NRT 3 (2010) p. 424-433. Infine cito l’Omelia per il Giovedì S. del 2008 (20/3) del Card. J. M. Bergoglio sul tema “Ungido, sellado, enviado”, e di A. Vanhoye, Il sacrificio di Cristo e la consacrazione sacerdotale, in Civ. Catt. q. 3626 p. 114-126.
[xi] Vedi Kephas, Avril-Juin 2012, p. 93-106. Sulla P.D.V. la rivista Seminarium dedicò due numeri, il 4 (1991) e il 3 (1993).
[xii] Vedi E. Marcus, L’initiation au ministère. Conditions d’exercise de cette fonction ecclésiale, in “Vatican II. Les Prêtres...”, op. cit., p. 345-371.
[xiii] A. Marchetto, Il Concilio ... Contrappunto, op. cit., p. 335.
[xiv] E. Marcus, L’initiation, op. cit., p. 355. Cfr. O.T. 9.
[xv] ibid. p. 369. Vedasi l’istruzione della Congregazione per il Clero, Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale, in O.R., Documenti, del 29/1/03.
[xvi] Vedi Seminarium 3 (2005), p. 547-593 ed inoltre A. Mayer nell’introduzione a A. Greiler, Das Konzil, op. cit., p. XIII-XV; R. Latourelle (a cura di), Vaticano II. Bilancio e Prospettive venticinque anni dopo (1962-1987), Assisi 1987, 2 voll.; G. L. Müller, Priestersein heute …, in Afkr (1998), p. 353-367; L. Monari, La vita e il ministero del prete, in Il Regno N. 992, p. 349-372; J.M. (Card.) Bergoglio, El sacerdote en la ciudad a la luz del Documento de Aparecida (conferenza del 18/V/10 a San Isidro – Argentina); T. Radcliffe, El sacerdote entre la crisis y la esperanza, in Sel. de Teol. N. 176, p. 346-354; Victor Codina, Pacificas consideraciones sobre la vida de los presbiteros, in Sel. de Teol. N. 201, p. 3-12 (le considerazioni però non sono così pacifiche); Joseph Mattam, Sacerdote para hoy, in Sel. de Teol. N. 179, p. 230-240; Santiago del Cura Elena, Le ministère presbytéral. Thèmes majeurs de la théologie espagnole postconciliaire (1971-2011), in N.R.T. 3 (2012) p . 369-388 ; G. Mucci, Il « Burnout » tra i preti, in Civ. Catt. q. 3774, p. 473-479 J. G. Gerhartz, Essere preti nel nostro tempo, in Civ. Catt. q. 3669, p. 234-245 e “last not least” P. Sorci, Il Presbitero nella Chiesa dopo il Vaticano II, Trapani 2005. Aggiungo pure la citazione della lettera dei Vescovi tedeschi ai sacerdoti, v. Il Regno 1138, p. 110.
[xvii] Zenon Card. Grocholewski, Sacerdote e formazione al sacerdozio tra l’Optatam Totius e la Presbyterorum Ordinis, in Seminarium 3 (2005), p. 831-844.
[xviii] cfr. AAS 62 (1970) p. 321-384, La C.E.I., ad esempio, nel 1972 pubblicò un primo testo dal titolo La preparazione al sacerdozio ministeriale. Orientamenti e norme, sostituito nel 1980 da un secondo: La formazione dei presbiteri nella Chiesa Italiana. Orientamenti e norme per i seminari, in seguito aggiornato dalla Commissione Episcopale per il Clero con il documento Linee comuni per la vita dei nostri seminari del 25 Aprile 1999. V. poi C.E.I, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, in Il Regno N. 1006, p. 97-128 e idem, in Il Regno N. 1008, p. 135-152.
[xix] P.D.V. sviluppa la teologia della vocazione ai NN. 34-41. Per il pensiero conciliare al riguardo v. G. Lefeuvre, La vocation sacerdotale dans le second concile du Vatican, Paris 1978, p. 95-229. Per il dibattito esemplare in una diocesi, cfr. R.D. Vic. N. 3 (2007), p. 230-250, e per una domanda radicale v. M. Camisasca, Padre ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?, Cinisello Balsamo 2010. Cfr. inoltre Supplemento a Sacerdos n. 27, Sett. – Ott. 2001.
[xx] Vedi L. M. de Larrea, La función de los seminarios mayores hoy, in Seminarium 4 (1984) p. 615-631 ; D. Coletti, Il Seminario maggiore, in Seminarium 4 (1992), p. 561-574; B. Mazzoccato, Il Seminario maggiore una comunità educante, in Seminarium 4 (2000) p. 787-806; F. Rypar, L’indispensabilità del Seminario Maggiore, in Seminarium 3 (2005), p. 595-635. Per l’anno propedeutico cfr. D. Negro, “Anno Propedeutico”: vera novità del Concilio Vaticano II, in Seminarium” 4 (1992) p. 600-621.
[xxi] Cfr. P. Dezza, La facoltà di scienze sacre nel rinnovamento conciliare, in Seminarium 1 (1985) p. 123-135.
[xxii] D. Marafioti, L’optatam Totius nel contesto del Magistero conciliare e post-conciliare, in Seminarium 3 (2005) p. 561; v. I. Schinella, L’esperienza dei seminari interdiocesani, ibid. p. 637-678.
[xxiii] O.T. 5 . La responsabilità formativa, come educatore, è richiamata pure da P.D.V. N. 67. Sul ruolo del teologo nella Chiesa v. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sulla vocazione ecclesiale del Teologo “Donum Veritatis” (24/V/1990), N. 11. Vedi F. Lambiasi, Il professore come educatore e testimone della fede, in Seminarium 2 (1994) p. 310-326 e l’intero N. 4 (2000) di Seminarium dedicato a “La formazione dei formatori per i Seminari”.
[xxiv] “Con la speciale approvazione del Papa, concessa il 16/1/13, è stata pubblicata dalla Congregazione per il Clero la nuova edizione del Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, necessario aggiornamento di quello del 1994” (O. R., 23/2/2013).
[xxv] Cfr. F. Bravelli, T. Citrini (a cura di), La spiritualità del prete diocesano, Milano 1990; M. Caprioli, Il Sacerdozio. Teologia e spiritualità, Roma 1992; E. Castellucci (a cura di), La spiritualità diocesana. Il cammino dello spirito nella chiesa particolare, Roma 2004, J. M. Miller, Il sacerdote diocesano oggi, in Seminarium 3 (2005) p. 845-855; G. Arosio, E. Beretta, S. Gastaldi, F. Palombo, P. La Rosa, Sentieri di unità “Ripensare la qualità spirituale del Sacerdozio ordinato”, in Il Regno N. 931, p. 570-572; D. Vitali, Una spiritualità diocesana? “Presbiterio e laicato. Dibattito sul vissuto cristiano” in Il Regno N. 963, p. 91-93; P. Vanzan, L’unione Apostolica del Clero e la Spiritualità diocesana, in Civ. Catt. q. 3728, p. 157-165 (sullo stesso argomento v. O. R. 1/VI/13); Supplemento di Sacerdos N. 26 (2001); G. Pontier, Prêtres diocesains auyourd’hui, in La Doc. Cath. N. 2355, p. 322-330; “Les prêtres diocesains, leur ministère et son avenir en France” (Documents – Episcopat, N. 4-5, mars 1999); G. (Card.) Colombo, Spiritualità presbiterale (a cura di I. Biffi) Milano 2006 (v. O. R. 21/1/ 07); (Card.) D. Tettamanzi, La vita spirituale del prete, Casale Monferrato 2002, (v. O. R., 5/V/02); idem, Il sacerdote: ministero e vita (v. Avvenire 4/XII/09).
[xxvi] V. Seminarium 3 (2005), nota 60, salomonica, di p. 571. D. Marafioti, loc. cit., ivi conclude: “la vocazione e il dono della verginità per il regno è speciale “(peculiaris come in Lumen Gentium, 44)”. In Familiaris Consortio si dice “praestantia” (= superiorità) e così in P.D.V. 29 e nel C.C.C. n. 1620. Vedi altresì G. Grisez, Le condizioni per assumere rettamente l’impegno del celibato, in Seminarium 1 (2002) p. 269-308. Per la storia del legame tra sacerdozio e celibato v., per tutti, Ch. Cochini, Origines apostoliques du célibat sacerdotal, Paris 1981 (cfr. mia presentazione in Chiesa e papato nella storia e nel diritto. 25 anni di studi critici, Città del Vaticano 2002, p. 137-144).
[xxvii] D. Marafioti, L’Optatam Totius, loc. cit., p. 575-587. Sul rapporto con la cultura cfr. G.M. Garrone, Le Concile Vatican II et la culture, in Seminarium 2-3 (1985), p. 46-53. La relazione fede-ragione fu ampiamente sviluppata nell’enciclica Fides et Ratio (14 settembre 1998). In P.D.V. 52 Giovanni Paolo II evita di parlare di errori da confutare e mette l’accento sulla “questione della verità” nella cultura contemporanea, cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Lettera ai Vescovi circa l’insegnamento della filosofia nei Seminari (20 gennaio 1972). Sul rapporto filosofia-teologia si veda il numero monografico di Seminarium 3 (2000); sull’importanza dello studio della teologia vedasi P.D.V. 53-55. Sulla relazione Teologia-Scrittura cfr. A. Vanhoye, Esegesi biblica e teologia, in Seminarium 2 (1991) p. 267-278. Ulteriori indirizzi risultano dalla Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, (1993) parte III, CD. Cfr. infine G. Colombo, Rinnovamento degli studi ecclesiastici, in Seminarium 4 (1984) p. 580-596, spec. 591 e l’art. di Avvenire, del 12/2/10, in cui M. Camisasca afferma che “il sacerdote del 2000 deve studiare di più”. Ed inoltre consulta G. Mucci, La formazione degli alunni nei Seminari Maggiori, in Civ. Catt. q. 3663, p. 221-228; A. Spadaro, Il prete come “Poeta”. Riflessioni sul “ministero della parola” e l’“arte pastorale”, in Civ. Catt., q. 3827, p. 461-470 ed infine Card. J. M. Bergoglio, La formación del presbítero hoy. Dimensiones intelectual, comunitaria, apostolica y espiritual, (conferenza del 25/3/10 a Resistencia – Argentina).
[xxviii] Sui problemi affrontati dalla morale, cfr. B. Honings, Rinnovamento conciliare e sviluppo post-conciliare della teologia morale, in Seminarium 1 (1994), p. 31-42. Ricordo in questo contesto la Redemptoris Missio 55, la Dominus Jesus 8 e anche 21 e il volume di Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, Milano 1994, p. 87-112, a proposito della Nostra Aetate e di una sua ricezione eventualmente squilibrata (v. questione dei semina Verbi).
[xxix] cfr. D. Marafioti, loc. cit., p. 587-590; J. Saraiva Martins, La formazione missionaria dei sacerdoti alla luce della P.D.V., in Seminarium 4 (1992), p. 575-599; Sacra Congregazione per il Clero, Postquam Apostoli (25 marzo 1980). Pur problematico, v. A. Barros, Considerations canoniques sur le “portage” de la chage pastorale, in N.R.T. 3 (2012), p. 424-439.
[xxx] P.D.V. 73, 76, 77. La trattazione si estende per tutto il cap. VI. Sul tema ritorna anche il Direttorio, di cui sopra, al N. 73; cfr. M. Costa, La formazione permanente, in Seminarium 4 (2003) p. 761-812; C. M. (Card.) Martini, Il tesoro dello scriba. La formazione permanente del Clero, Milano 1992; S. Pintor, La formazione permanente del Clero. Orientamenti e percorsi, Bologna 2000; A. Cencini, Il respiro della vita. La grazia della formazione permanente, Cinisello Balsamo 2002; D. Coletti, Formazione permanente del Clero: come, a quali condizioni e per quale scopo, in Seminarium 3 (2005) p. 701-716 e A. Caelli, Formazione permanente del clero: esperienza di vita, ibidem, p. 717-730.