olimpico-papa-rnsdi VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ

 La chiave della conversione permanente, in tutti i suoi aspetti, per ogni individuo e per l’intera Chiesa, è l’autotrascendenza. «Uscire da se stessi» è una categoria chiave per comprendere il pensiero e la proposta di Papa Francesco, perché, come lui stesso dice, il Vangelo «ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé» (Evangelii gaudium, n. 21). È il contrario dell’«autoreferenzialità» che tanto si critica. Si tratta di una categoria antropologica, teologica, spirituale e pastorale, che ha la propria origine nella Trinità stessa.
Perché le tre Persone sono riferite l’una all’altra e sono in costante relazione, ma hanno voluto anche stabilire un’alleanza con noi. Da questa vita divina deriva un dinamismo di uscita da se stessi che la grazia imprime nel nostro cuore. Perciò la carità, che ci fa uscire da noi stessi per andare verso gli altri, è la più grande delle virtù. Quando diciamo che la Chiesa è missionaria per natura, stiamo esprimendo proprio questo: è stata istituita affinché uscisse costantemente da se stessa nel servizio, nel dialogo, nel dono di sé, nella missione. La metafisica, che cerca di capire la realtà nel profondo, ci insegna che il bene è di per sé diffusivo, ciò che è buono tende sempre a diffondersi. Se la realtà creata da Dio funziona così, e se il dinamismo della grazia è un dinamismo di uscita, allora l’unico modo per mantenerci vivi e crescere è uscire da noi stessi nella missione, e l’unico modo per una comunità di mantenersi viva e crescere è uscire da se stessa. Se una persona capisce questo, allora smette di vivere sulla difensiva, smette di essere ossessionata dal benessere e dai propri interessi, e scopre che il modo migliore per vivere bene è uscire da se stessi cercando il bene degli altri, comunicando il bene, aprendosi, donandosi, accogliendo, entrando in dialogo e in comunione. In fondo il Papa sta indicando alla Chiesa una strategia di sopravvivenza e di fedeltà a se stessa. Essere fedele alla sua propria natura, per la Chiesa, non è anzitutto custodire un deposito di dottrina, ma uscire da se stessa evangelizzando, servendo, comunicando vita, rendendo presente l’amore misericordioso di Dio che ci spinge avanti. Ci chiediamo ancora una volta se ciò sia solo una questione del cuore. Ma se la conversione sociale porta a un cambiamento di strutture sociali, la conversione pastorale missionaria porta a un cambiamento di strutture ecclesiali, ed esige di sottoporre tutto al servizio della istaurazione del Regno di vita. È un rinnovamento di tutte le strutture e usanze ecclesiali affinché siano più missionarie, includendo l’abbandono delle strutture che non favoriscono decisamente la missione. Ma voglio ora sottolineare che questa conversione implica necessariamente una conversione comunitaria. Nel quadro di una conversione strutturale, ciò si esprime in una strutturazione comunitaria della pastorale diocesana, in una comunione pastorale che trova la sua espressione migliore nella pastorale organica. Ancora più concretamente, come struttura di comunione missionaria, si esprime in una piano pastorale partecipativo, elaborato, attuato e valutato con la partecipazione di tutti (Documento di Ap a re c i d a , n. 371), e allo stesso tempo flessibile, adattabile, secondo le sfide costanti del popolo di Dio. La conversione “s t ru t t u r a l e ”di ogni diocesi si plasma in particolare in una struttura: il piano comunitario, volto a raggiungere tutti, dove tutti si sentono rispecchiati, invitati e inseriti, e che, a sua volta, è una struttura viva, sempre aperta alle novità dello Spirito. Non bisogna farsi trarre in inganno: siamo nella postmodernità privatizzatrice e non nella modernità con le sue certezze e le sue utopie! Perciò i nostri vecchi discorsi contro l’attivismo degli agenti di pastorale sono fuori luogo. Erano più consoni t re n t ’anni fa, o addirittura dieci anni fa. Negli ultimi anni però la tendenza alla privatizzazione dello stile di vita si è andata accentuando nella maggior parte di noi. Non mi riferisco ai discorsi e alle parole, che possono essere molto sociali e civili, ma alle abitudine, alle opzioni concrete, all’uso del tempo, al modo di vivere. Allora la formazione e la cura della spiritualità possono divenire facilmente scuse per rimandare impegni missionari più radicali. Non bisogna mai dimenticare il costante bisogno di sviluppare e di alimentare un determinato “spirito” senza il quale i cambiamenti strutturali nascono morti, nascono caduchi. Quando dico “spirito” non mi riferisco solo a un profondo amore per Gesù Cristo, o alla fiducia nello Spirito Santo, o al fervore evangelizzatore in generale. Certo, questo è il primo presupposto. Ma, come spiega il Papa nell’ultimo capitolo della Evangelii gaudium, dietro ogni compito c’è un determinato “spirito” che lo motiva e lo riempie di fervore, dietro ogni progetto pastorale deve esserci uno spirito che spinga ad attuarlo, e dietro ogni tappa pastorale nuova o riforma di strutture occorre sviluppare un determinato spirito, una “mistica” che risvegli l’i n t e re s s e , il piacere, la passione per ciò che si vuole fare. A tal fine, per produrre cambiamenti significativi, non bisogna indugiare in attesa di modifiche nella legislazione e nell’o rg a n i z z a z i o -ne, ma occorre innanzitutto infondere uno spirito che, se realmente intenso e comunitario, produrrà di per sé strutture a lui conformi. Le strutture sono cammini di vita che presuppongono comunità vive, piene di convinzioni in grado di motivare. Lo ha detto bene BenedettoXVI, «le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini» (Spe salvi, n. 24). Perché per le strutture si può dire lo stesso che per le leggi: il fatto che occorre creare molte leggi e strutture per assicurare che qualcosa venga vissuto è un cattivo segnale e non promette buoni risultati. Il fatto che occorra creare determinate norme, documenti e strutture affinché si possa vivere qualcosa è indizio di un cattivo funzionamento all’origine. In tal caso, le ipotetiche nuove strutture non opereranno magicamente e si sommeranno alle innumerevoli esigenze che già gravano sugli agenti di pastorale. In base a quanto detto, risulta chiaro che la riforma delle strutture dovrebbe consistere piuttosto in una semplificazione che ci liberi dalle zavorre temporanee che ostacolano il dinamismo missionario, e non tanto in una moltiplicazione di nuove strutture. Dice Francesco: «Le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima». Altrimenti «qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (Evangelii gaudium, n. 26), come di fatto è accaduto in alcuni movimenti ecclesiali.

© Osservatore Romano 21 settembre 2014


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