Festa dell'Esaltazione della santa Croce

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Cristo Re del mondo Crocifisso per Amore

O Padre,
che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio,
concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero di amore,
di godere in cielo i frutti della sua redenzione.


Prima lettura 
Nm 21,4b-9
Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita.

Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì.
Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo.
Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Parola di Dio
 

Salmo responsoriale 

Sal 77 
Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.
 


Seconda lettura 
Fil 2,6-11
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò.
 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Canto al Vangelo 
Alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia.

Vangelo
Gv 3, 13-17
† Dal Vangelo secondo Giovanni


In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» .
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.



Commento

"Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi"

La traduzione dal greco più felice del testo è, a nostro parere, quella che ha la Bibbia di Gerusalemme: "Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome..."
Se è vero infatti che il fatto storico della crocifissione ha precise coordinate storiche, ed è questo probabilmente il senso che vuole dare la attuale traduzione del Lezionario festivo, è anche vero che i gesti di Dio sono anche meta-storici e simbolici. Non è la teologia a dirlo quanto anzitutto la Sacra Scrittura stessa. I gesti e i fatti di Dio sono un paradigma in cui l'agire di Dio è "l'eternità che entra nella storia", o meglio "il presente di Dio" che si fa tempo nel tempo degli uomini.


Cosa significa per noi oggi? Cosa significa questo?
Significa molte cose e cominciamo solo nel balbettarne qualcuna.

Cristo obbediente, umiliato fino alla morte di Croce esprime storicamente e "meta-storicamente" che Dio ama così.
Vuoi sapere come ama il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo?
Dio scende, si umilia e si dona senza riserve per l'uomo.

Dio ama l'uomo a tal punto che l'uomo stesso diventa, per la potenza della misericordia di Dio, il dio di Dio.
Così come aveva colto Francesco di Assisi e la spiritualità a lui successiva e semi contemporanea dei "cantori" in lauda.

L'uomo è così prezioso e unico per Dio che lo porta ad una discesa, ad una kenosis inimmaginabile per noi.
Non è una kenosis di necessità o di debito ma una decisione ed un movimento che nasce dall'Amore.

Dio dunque è il solo umile. Ed è al contempo la Via dell'umiltà; strada e compimento della pienezza dell'amore che si dona.

La nostra più che essere umiltà - quando è veramente tale - è piuttosto realismo.
Solo Dio, infatti, scende veramente dalla sua condizione regale e indicibile per farsi servo.

Esaltare la croce vuol dire allora riconoscere e sforzarsi di vedere chi è Dio. Come Egli ama e attingere a questa fonte di grazia.

Ogni dileggio al crocifisso porta infatti una matrice satanica di invidia, di ignoranza e di gelosia perversa che non vuole vedere ciò che smuove il cuore e lo scandalizza positivamente:
Dio si umilia, si dona e muore per te.

Negare il crocifisso o svilirlo nella moda, relativizzarlo come oggetto qualunque in un ambiente, significa negare all'uomo di comprendere la sua reale dignità che sta, appunto, in Dio che è morto per lui.
Anzi per ognuno. Per due occhi, per un volto, per una indissolubile unicità che è la tua, che, per quanto disastrata e immeritevole, ha guadagnato che uno e uno soltanto morisse d'amore per te.
L'unico modo per cui tu potessi avere la vita, e in sovrabbondanza. 


Dio in Cristo non si è fatto distrarre dal tuo peccato ma ti ha amato nonostante il tuo peccato.
Dire "ti ha amato", anche qui, non ha solo valore storico ma eterno: ora Dio ti ama così.

Ti ama ora così nonostante il tuo peccato e la tua miseria.
Questo sguardo di amore ti rende grande. Egli è la tua civiltà e la tua cultura. È la tua dignità con cui andare a testa alta e, come Francesco, sentirsi gioiosamente figli del Re.
Il peccato ingarbuglia l'uomo, la grazia umile di Cristo crocifisso lo semplifica dal di dentro.
E lo guarisce sempre più radicalmente.


La distrazione e l'omissione alla contemplazione di questo mistero fondante è il primo peccato perché porta in sé una moltitudine di miserie con cui corolliamo e nutriamo la nostra vita.
I nostri amici e fratelli, i santi, ci insegnano invece che qui sta la salute, nel contemplare quotidianamente l'Amore crocifisso che cambia la storia e la porta a compimento;
sia quella microscopica di ciascuno di noi che quella macroscopica dell'umanità.

Egli si è fatto peccato, come il serpente sull'asta (Numeri 21, 8-9), perché l'uomo guardando a Lui abbia salvezza e amore e non la morte che viene dal peccato.
Perché l'uomo abbia finalmente il volto non più confuso ma raggiante di quella gioia intima e gloriosa di cui parla l'apostolo Pietro. (1Pietro 1,6-9)
Solo nel compimento dell'Incarnazione poteva arrivare il vertice della Redenzione in cui Cristo si addossa tutto il peccato dell'uomo, di ogni tempo e di ogni luogo, tanto da apparire "verme e non uomo" (Sl. 22,7) quasi fosse, a tutti gli effetti e non per figura, peccato Egli stesso senza, però, nel contempo, alcun legame con il peccato.
È un abisso di amore incomprensibile ed è ben poca cosa quanto detto da Gesù a Santa Angela da Foligno: "Non ti ho amato per scherzo".
Perché la Croce è molto di più. La Passione e Morte e Resurrezione è infinitamente di più. Abbacinante nel suo fulgore. Silenziosa nel suo pudore.
Solo così poteva essere effusa la Grazia metatemporale che squarcia la storia e ri-immette l'uomo nel circuito dell'Eternità per cui l'uomo stesso è stato pensato nel Verbo incarnato.


Ed è paradossale vedere che la storia cambia quando anche un solo uomo o una sola donna, uno soltanto, guarda alla croce per carpirne i misteri e vivere in essi.
Questa è l'opera di Dio che è sopra ogni pianificazione pastorale ed è l'unica via...
quella del guardare l'amato come fonte e gioia di perfezione e di pienezza di vita.
Qui si fonda la nuova evangelizzazione e il rinnovamento costante della Chiesa.


"Per le sue piaghe siamo stati guariti". (1Pietro 2, 24-25)
Nelle sue piaghe siamo testimoni.
Benedette le stimmate che portiamo nei suoi fori.


PiEffe



Segue sussidio proposto dal monastero del Sacro Cuore
doc14_settembre_Esaltazione_Croce.doc




"La croce è la chiave d'oro che ci apre al Cielo"
Nel pensiero di Giovanni la croce non è più sofferenza ma la gloria di Dio anticipata.
"Bisogna che sia innalzato" (Gv. 3,14)
Quel bisogna testimonia tutto l'amore e tutta la misericordia di Dio per noi. Un dio che non si da per vinto al "no" dell'uomo e manifesta tutta la potenza dell'amore nella croce del Suo unico Figlio.
Innalzato come un nuovo serpente di bronzo (vd. Num. 21,4-9) diventa guarigione per tutti.
La croce è dunque punto cruciale per dirigere lo sguardo dal basso verso l'alto, dalla terra al Cielo.
Morso dal serpente l'uomo peccatore guarda verso l'alto, verso colui che "si è fatto peccato" per amore ed inchioda sulla croce tutta la miseria umana al fine di riportare in maniera rinnovata l'uomo allo splendore della sua gloria di figlio di Dio.
Bereshit, in principio. Dio ricrea in cristo crocifisso un nuovo e perfetto inizio.
La redenzione procurata da un cadavere? Da un condannato appeso? Quale scandalo!
Gesù aveva pre annunciato questa reazione frutto dell'ignoranza (Mt. 28.31) ma questo "scandalo" era nel disegno di Dio.
Tutta la scrittura parla di questo.
Lo sa bene San Paolo che entra nel vivo del mistero parlando della Sapienza di Dio che va oltre la logica umana.
Gesù appeso al legno della croce ha permesso di inchiodare in peccato nella carne (Rm. 8, 3). in tal modo la sentenza della legge è stata eseguita ma nello stesso tempo, inchiodandola alla croce, ha distrutto la sua supremazia (Col. 2,14) facendo germogliare la legge nuova dell'amore del Padre (Gv. 17).
Sopprimendo le antiche divisioni del peccato ha riconciliato a sé tutto il creato (Sl. 150).
"La pienezza della vita ingoiò la morte, essa fu assorbita dal Corpo di Cristo" (S. Agostino).
Ed è la Luce!
Cristo, Via, Verità e Vita svela così il vero volto di Dio, il volto del Padre.
Un Padre amante e appassionato follemente del destino dell'uomo e di ogni uomo che non disdegna di dare l'unico e più prezioso suo bene: il suo unico Figlio. Come fu in Abramo, figura e anticipazione dell'amore del Padre, anche qui, in maniera perfetta e compiuta si rigenera ogni uomo nella croce.
Così che quel legno un tempo abominio diventa amabile altare dove il vero altare, Cristo Gesù, si dona compiutamente.
Qui il Re canta il suo poema verso la sua sposa redenta dal suo "sì" all'uomo e al Padre.
La croce diventa "cassa di risonanza" perchè il suono "perfetto della ri-creazione" prenda forma e sostanza e diventi "musica" che genera la "sinfonia" dell'uomo nuovo in Cristo.
Sulla Croce la Santissima Trinità si esalta. Padre e Figlio e Spirito Santo sono tutti e tre uno per dare frutti succosi e sanguigni alla sete infinita dell'uomo, per curare ogni miseri, peccato e ferita. Per sanare ogni dubbio e paura.
Per illuminare ogni cecità e scaldare ogni freddo e ogni cuore gelido e indurito.
"Io vi darò un cuore nuovo. porrò in voi uno Spirito nuovo" (Ez. 36,25).
Questa promessa si è compiuta in Cristo sulla croce.
Gesù crocifisso, dunque, educa allo sguardo... quello verso il Cielo.
Quando a Natale guardiamo commossi il piccolo Gesù, quel bimbo tutta dolcezza che ci tende le mani, abbassiamo i nostri occhi perché Lui, il Figlio incarnato, si mostra piccolo e nudo e ci invita a chinarci per discendere umilmente nel costro cuore e ritrovare quel bimbo innocente che abbiamo accantonato e dimenticato seguendo il nostro io, la superbia antica di Adamo. E dopo esserci fatti piccoli con Lui, Egli stesso prende la nostra miseria e la porta sul legno della croce e la inchioda, la vanifica, la annulla.
Ora il nostro sguardo si alza e coglie il mistero di Sapienza nascosto nei secoli eterni.
La morte è vinta da Cristo e il nostro sguardo è guarito.

Grazie Signore, perché con la Tua santa Croce
hai redento il mondo.

Elena, Paola, Edda


vd anche il Valore del Crocifisso



Esaltazione della Santa Croce

 (Festa)

La Chiesa cattolica, molti gruppi protestanti e gli ortodossi celebrano la festa dell'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre: anniversario della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme; in essa si commemora la croce sulla quale fu crocifisso Gesù.

Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall'imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell'imperatore Costantino, Elena. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio. Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani mentre la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce.

In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970.

Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano la Processione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.

La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande Quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.


La Festa dell'Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell'Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14: è celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta "La Luminara".

La Festa dell'Esaltazione della Santa Croce nella Parrocchia di Medugorje si chiama "Križevac" e tradizionalmente si celebra la prima domenica dopo la Festa della Natività di Maria. In onore dell'Anno Santo della Redenzione 1933/34, incitati dall'allora parroco Fra Bernardin Smoljan, i parrocchiani di Medugorje - nonostante la loro povertà - hanno costruito sulla collina sopra Medugorje una Croce monumentale alta 8,5 metri e larga 3,5. Reliquie della vera Croce di Gesù, ricevute da Roma per l'occasione, sono inserite nell'asta della Croce stessa.


"Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me", dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che lo imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo "alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo", giacché, dice Pietro, "Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme" (1Pt 2,21).

Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: "Voi avrete tribolazioni nel mondo" (Gv 16,33), giacché "se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18).

Ma siamo sicuri: "...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Mt 10,39).

Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: "...abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33).

Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo "Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria" (LG 41).

Fonti: wikipendia.org; santiebeati.it; medjugorje.ws; custodia.org («RIV.»).

© Evangelizo.org 2001-2009 


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Citazioni di


Nm 21,4b-9:                    www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9aggxqu.htm  

Fil 2,6-11:                         www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9ajjvpb.htm    

Gv 3,13-17:                      www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9avun2c.htm

                                       www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9ayxkgc.htm  

 

 
La liturgia odierna pone la nostra vita dinnanzi al più grande evento della storia: «Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio» (Gv 3,16), dice l’Evangelista, e S. Paolo delinea i tratti di questo mirabile dono: «Cristo Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio […] umiliò se stesso […] obbediente fino alla morte di croce» (Fil 2,6-8). Perché questo evento abbia reale incidenza nella nostra vita è importante scoprirne i risvolti esistenziali.

Che cosa rende lieto l'uomo? Cosa lo apre davvero a se stesso e agli altri?

L'uomo è lieto solo quando riesce ad amarsi: l'origine della gioia è nell'armonia dell'uomo con sé. Colui che riesce ad accogliere il proprio io, è riuscito a pronunciare il 'sì' decisivo. Vive nel 'sì'. Ed é questo il passo decisivo che permette di accettare anche il 'tu' e il mondo.

Ma come può l'uomo accogliere serenamente il proprio 'io', anche a fronte del limite costitutivo che esso é e del mistero del peccato del quale fa esperienza?

L'uomo da solo non può. Egli non può affatto "accordarsi con se stesso". Il suo 'io' gli diventa accettabile solamente quando è -fino in fondo- accolto da un altro. Egli può amarsi solo se prima è amato da un altro. Come la madre che dona la vita al figlio non solo fisicamente, ma totalmente perché ne accoglie il pianto e lo trasforma in sorridente abbraccio.

La vita diviene accettabile e vivibile in quanto é accolta e tale accoglienza é totalmente gratuita, precedendo ogni possibile merito. É il mistero della "datità" oggettiva della vita, che nessuno si é data da se stesso e che Dio ha pensato come prima esperienza di totale gratuità.

Per questa ragione la contemporanea "cultura della morte" é così distante da ogni possibile idea di umana realizzazione!

All'uomo, tuttavia, non basta vivere fisicamente, egli ha bisogno si un sì alla sua vita; egli é la sola creatura che ha bisogno di approvazione, per poter sussistere. Perché l'uomo possa "riconoscersi" gli si deve dire: «É giusto che tu ci sia», non a parole, ma con quell'atto fondamentale della vita che denominiamo amore. L'essenza dell'amore è proprio quella di volere l’esistenza dell'altro, creandolo -per così dire- nuovamente. La chiave per l’'io' è nel 'tu'; la via al 'tu' passa attraverso l’ 'io'.

Il peccato delle origini ha insinuato un radicale dubbio nell'uomo, il quale si domanda se sia vero quello che gli si dice: «è bene che tu ci sia».

È realmente bene?

L'amore di cui faccio esperienza non potrebbe essere, in ultima istanza, una menzogna?

L’annuncio odierno, nella Festa dell'Esaltazione della Santa Croce, risuona per ciascuno come la scelta di Dio, che trova l'uomo talmente importante da ritenere meritevole di soffrire personalmente per lui.

La croce è il nocciolo dell'Evangelium, è il lieto messaggio: «è bene che tu ci sia»; anzi, più profondamente ancora: «è necessario per me che tu ci sia».

La croce è il riconoscimento da parte di Dio della positività ultima della nostra vita.

Chi è amato fino al punto che l'altro non accetta più di vivere senza la sua presenza, chi è amato fino al dono della vita, sa di essere realmente amato.

Dio ci ama in questo modo, così siamo veramente amati! Amati nella verità! Per questo nella Chiesa l’inventio Crucis è festa; per questo la Chiesa può esaltare la Santa Croce: essa è «lieto annuncio», è gioia nel suo stesso nucleo, é reale possibilità di essere lieti. Maria, causa della nostra letizia, interceda per noi e ci renda persone gioiose perché amate da Dio e così capaci di abbracciare sé, l’altro e il mondo intero.
 

 




Citazioni:

Num 21,4b-9:                                       www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9aggxqu.htm    

Phil 2,6-11:                                          www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9ajjvpb.htm                    

Io 3,13-17:                                           www.clerus.org/bibliaclerusonline/it/9abvk0c.htm        

 

 

Nella festa odierna, come nel pomeriggio del Venerdì Santo, la Chiesa chiama ciascuno sul monte Calvario, ai piedi della Croce, ed invita a fare memoria di quel “fatto”, nel quale tutta la storia è stata ricapitolata, per rinascere “nuova”. Dalla contemplazione della Croce, infatti, sappiamo che ci è stato preparato un destino di gloria, che nessuno potrà mai toglierci, che l’esito della storia non è abbandonato al caso ma è sicuro, perché Dio stesso vi ha impresso la direzione definitiva! E la direzione definitiva della storia, che nasce dalla Croce, è un’insperata “compagnia” alla nostra vita.

Non si tratta di una generica compagnia, o di una vicinanza pietosa, capace anche di gesti di notevole attenzione, ma incapace di abbracciare il nucleo vitale del nostro essere.

No, il destino della vita è una “compagnia” particolarissima, nella quale, soltanto, si può trovare la vera pace. E se tale compagnia aveva già avuto inizio nella casa di Maria di Nazareth, poco dopo l’annuncio dell’Angelo, mentre la giovane israelita concepiva nel proprio grembo il Dio fatto uomo, è sulla Croce, tuttavia, che essa raggiunge le fondamenta dell’essere e della storia, e le “solleva” dall’abisso in cui si trovavano.

Nella “compagnia” che scaturisce dalla Croce, infatti, la verità e l’amore arrivano a coniugarsi perfettamente. Quella di Cristo è una compagnia, nella quale la verità risplende, perché affermata e testimoniata, come mai si era neanche osato immaginare: anzitutto viene affermata e testimoniata la verità della radicale dipendenza della realtà dal Mistero – la realtà del cosmo, della vita e della nostra stessa persona dipendono da quel “frammento” di umanità che è l’Emmanuele, il Dio-con-noi –, e poi sono riconosciute ed affermate tutte le verità della nostra particolare esistenza, come la grandezza del cuore che Dio ci ha dato e la vertiginosa profondità del suo desiderio, ma anche le nostre fragilità, la nostra inadeguatezza, a volte così faticosa, ed il nostro peccato. Una compagnia nella quale veniamo continuamente messi a nudo, nella quale è affermata la reale portata della nostra esistenza, la sua vera vocazione, e condannato, senza appello, il nostro peccato.

Ma il Signore stesso – abbiamo ascoltato nel Vangelo –, parlando a Nicodemo, afferma che Dio «non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui» (Gv 3,17).

La Verità, che Cristo stesso è, non è venuta nel mondo per condannarlo nel suo peccato, ma per salvarlo da quel nulla, che il peccato è, ed immergerlo in Dio. Nella “compagnia” di Cristo, infatti, la verità è affermata, sempre, dentro un amore senza eguali, profondissimo, capace di sanare e ricreare tutto ciò che tocca. Dentro quest’amore, che è Dio stesso, la verità non solo viene cercata, riconosciuta ed affermata, ma “fiorisce”, perché tutto il nostro cuore possa essere esposto allo sguardo dell’Amore.

Invitandoci a guardare al “Trionfo” della Croce – così veniva chiamata questa festa –, la Chiesa ci permette di attingere alla sorgente della Vita, della nuova Creazione operata da Cristo. Se le piaghe del Crocifisso, infatti, mostrano e condannano l’obbrobrio del nostro peccato, portato dal Signore Gesù nell’obbedienza «fino alla morte, e ad una morte di Croce» (Fil 2,8), al contempo, misteriosamente, testimoniano la sovrabbondanza del Suo Amore, capace di abbracciare tutta la nostra umanità, fino alla radice del nostro cuore.

Ma dove, oggi, possiamo sperimentare una simile compagnia, un simile amore per la verità, un simile abbraccio, capace di accogliere e ridare vita? Dove possiamo fare esperienza della “compagnia” di Cristo?

Tutto questo può accadere solo in quella compagnia che è sgorgata dal costato trafitto di Gesù e nella quale Egli stesso, Risorto e Vivo, ci chiama a stare: la Chiesa! Nei volti dei fratelli che Cristo ha redento, in questi volti incredibilmente concreti ed irripetibili, infatti, ci è dato di sperimentare la Sua Presenza, la Sua affezione al nostro destino, la Sua Vittoria sul mondo e quel destino di gloria che, già ora, ci è dato, e che attende di sbocciare nel grande Giorno dell’Eternità.

Maria Santissima, che, sotto la Croce, ha inaugurato questa nuova familiarità, diventando la Madre dell’Apostolo Giovanni e di ciascuno di noi, ci ottenga di accogliere la compagnia del Signore e, a Lui, consacrare tutta la nostra vita, per essere fatti, così, segno e luogo della Sua Presenza. Amen!

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