Con altri termini, semplici per gli ascoltatori di ieri e di oggi, Gesù ribadisce che Egli è la Via; il criterio; il passaggio obbligato; Egli è la Scienza di Dio.
Egli, essendo la "porta", è la via obbligata per comprendere esistenzialmente ogni cosa. Gesù, con l'incarnazione, con la sua vita, con il mistero Pasquale e tutta l'economia della Redenzione è il criterio dell'essere e dell'incontro con il Padre. È il criterio del tuo esser-ci e del nostro esser-ci.
Da questa "porta" la pecora entra ed esce trovando pascolo, cioè nutrimento, proprio perché passando per la porta "appartiene" a Dio ed in tal modo la "pecorella" si è fatta ri-costruire, anche duramente, con la grazia della disciplina e la disciplina nella grazia, il cuore, gli occhi, la mente, la volontà. Gesù dunque è il fondamento del reale e del reale redento. L'Alfa e l'Omega della Santa Veglia è esplicitazione di una nuova realtà presente che attende (e brama) di dispiegarsi.
Chi non passa attraverso di Lui e per Lui è un ladro. Ladro di cuori, di sogni, di vita.
Gesù non è un angolo della propria vita, magari il più prezioso, ma è il criterio, il respiro, lo sposo con cui ed in cui si sceglie, proprio perché Lui ha scelto di amarti unicamente, perdutamente, da sempre e in ogni istante come cuore del suo cuore.
Non a caso satana è anche "arum", un astuto ladro di Bene. Giovanni usa questo termine come un aramaismo per descrivere Giuda (Gv. 12,6 ).
Potremmo dire con altri termini che satana si presenta come "alternativo" e, per questo, ad esempio, gli sono cari molti termini come "valori", "morale laica", "diritti, diritto a morire e magari diritto all'aborto", ecc., che sotto l'apparenza di bello, dell'autonomia della coscienza e del fascino delle pulsioni, nella coppa dell'ego-latria, nasconde il suo essere ladro di Bene.
Insomma gli piace (è il suo mestiere decaduto e confermato) scimmiottare Dio per ingolfare nel soggettivismo relativista la creatura.
Poiché non può essere la "porta" (e perché non vi è mai voluto passare), si ingegna a creare "portoncini" ma che, drammaticamente, conducono al baratro della disperazione sotto l'apparenza del pascolo e, soprattutto, non danno la vita ma la dissipano.
Sono "portoncini" che ti svuotano dal di dentro e ti confermano nell'isteria e nella disperazione; ti confermano nella tristezza, nel demone della tristezza. E si passa una vita a fuggire e ad annaspare cercando acqua su cisterne screpolate (Ger. 2,13).
I pastori della Chiesa, dunque, dal Santo Padre, ai Vescovi, ai sacerdoti, ai superiori religiosi, a chi ha compiti di guida, formazione, sia religioso che laico, ai Papà e alle Mamme, sono chiamati a passare sempre attraverso la "porta" che è Cristo. È un dovere nella grazia potere, dono e possibilità dato dalla grazia di stato, un dono e un pegno di Grazia. La Grazia muove alla Grazia e nella Grazia, come moto endogeno.
Cristo è il criterio delle scelte, non lo sono le ideologie, né le mode, né i valori, né gli "ismi" di ogni tempo.
E come Cristo è, in ogni istante, criterio e guida, pastore premuroso e attento, anche costoro sono chiamati a non calpestare il gregge affidato ma a custodirlo con la passione di Gesù nelle proprie vene; sangue chiama sangue, vita chiama vita, Eucarestia fa Eucarestia. Quella passione che unisce diritto, giustizia e misericordia. Amore e compassione; ogni Si ed ogni No.
Il pastore dona la vita per le pecore, nulla sottrae e tutto dona. Conosce i bisogni delle pecore, non è distratto dal suo mestiere, ma il suo mestiere è amare ogni singola pecora con il cuore di Cristo. Non si muove nella pastorale delle caselle e delle convenienze ma nel desiderio desideravi di Cristo. Il Desiderio di Cristo lo anima senza sosta, anche se fosse inchiodato ad un letto di disabiilità.
Non percepisce favori e privilegi ma i suoi favori sono il bene e la salute vera delle pecore.
Il pastore riconosce di essere e di appartenere alla Chiesa e non si sente illuminato, più avanti, ma è servo nella logica della lavanda dei piedi e segue più la guida del magistero che la guida del proprio cuore e, talvolta, delle "profetiche" intuizioni. Il carisma della rinuncia al carisma è segno del suo radicar-si nello Spirito Santo.
Il pastore è uomo di umorismo. Quell'umorismo che non relativizza la verità ma relativizza sé stessi. satana non sa ridere e soprattutto si prende sempre troppo sul serio pur non essendo assolutamente serio.
Anzi, nel suo essere "dotto conoscitore" è profondamente superficiale. Tutta la sua nozione e tutta la "competenza" non lo ha immerso nella Sapienza, ed egli è incapace di "Scienza", perché di fatto, pur essendo scaltrissimo, è cieco.
Il pastore, invece, vede nella Luce e guarda alla gioia senza temere la fatica e conduce una ad una le pecore al porto sicuro della Vita Eterna. Solo chi vive quotidianamente di Vita Eterna porta alla Vita Eterna per il principio dei vasi comunicanti nello Spirito Santo. Solo chi nella Grazia si innalza può elevare, solo chi respira aria delle alte vette può aiutare altri a respirare la sobria ebrezza dello Spirito.
Sia Cristo il nostro cibo,
sia Cristo l’acqua viva:
in lui gustiamo sobri
l’ebbrezza dello Spirito. (Da un inno di S. Ambrogio Læti bibamus sobriam profusionem Spiritus, ispirato a Ef. 5,18-19)
Vita eterna che è Cristo. Gesù Cristo è il criterio di ogni scelta, piccola o grande, Egli forma, sostiene e costituisce il pastore e le pecore.
Ecco, potremmo dire, che il pastore è l'uomo della Vita Eterna, l'umile traghettatore della Gioia.
Qui nasce e qui guida chi gli è stato affidato, senza inutili distrazioni e senza appropriazioni di alcun genere.
Paul Freeman