A cura di Eugenia Nobilis
Non è facile descrivere in poche parole la figura del Servo di Dio Vinicio Dalla Vecchia. Dire che somiglia a Pier Giorgio Frassati già indica qualche caratteristica comune: la militanza in Azione Cattolica, l’adesione politica a partiti di ispirazione cristiana, l’amore per i poveri – specialmente i minatori –, l’amore per la montagna, la morte in giovane età. Vi è anche una specie di passaggio del testimone perché Vinicio nasce nel 1924 e Pier Giorgio ci lascia l’anno successivo.
Detto questo, ogni parabola umana è unica, così come la storia di ogni anima.
Vinicio nasce a Perarolo di Vigonza, un paesino rurale alle porte di Padova lungo la statale che conduce a Venezia. I genitori, come quasi tutti nella campagna veneta di quel tempo, sono di umile condizione, vivendo del lavoro di un modesto terreno agricolo. Primo di tre figli, Vinicio fin da piccolo dimostra un’intelligenza vivace meritando di andare oltre la terza elementare, cosa che in genere capitava a pochi bambini di quel tempo. Occorreva andare in un altro paese e, per la scuola di avviamento, bisognava addirittura spostarsi a Padova. Mamma Corinna e papà Riccardo pensano che una formazione in campo agrario possa alla famiglia e Corinna paga gli studi del figlio cucendo a cottimo le tomaie delle scarpe. Piccolo com’è, i suoi piedi non arrivano ai pedali della bici con cui deve percorrere i quasi venti chilometri per andare a scuola. Ma ci si può arrangiare applicando ai pedali due zeppe di legno.
Intorno ai 15 anni, il parroco di Perarolo comincia ad affidare a Vinicio alcuni incarichi con i ragazzi di Azione Cattolica e nel 1943 il giovane partecipa ad un corso di esercizi spirituali che cambiano la sua vita. Torna a casa, infatti, al motto di “O tutto o niente” nel quale si riassumeva un programma di vita assai impegnativo: S. Messa quotidiana, Eucaristia, meditazione, Rosario. Detta così sembra una normale routine ma teniamo presente che al tempo bisognava essere digiuni per ricevere il Corpo di Cristo e allora capita spesso che Vinicio riesca a tener fede al suo impegno solo all’ora di pranzo, digiuno dalla sera precedente; per il Rosario non c’è problema, in bicicletta lo sgrana facilmente; la meditazione davanti al Crocifisso invece è più complicata, ha mille impegni e gli resta poco tempo, ma ci tiene così tanto che ad un certo punto il suo parroco gli dà la chiave della chiesa in modo che Vinicio possa andarci di notte a offrire il suo cuore al Santissimo. Qualche volta lo trovano al mattino addormentato sull’inginocchiatoio. In poche parole fa suo il motto dell’Azione Cattolica: Preghiera, sacrificio, azione, circoscritte nell’orizzonte della purezza, cioè del mantenersi in grazia di Dio.
Il tempo è il grande assillo di Vinicio, perché l’apostolato assiduo in Azione Cattolica, lo studio umanistico che egli aggiunge al curriculum agrario, la preparazione di pacchi anonimi per le famiglie povere, il sostegno spirituale agli amici, sono tutte responsabilità che il giovane sente allo stesso livello di importanza e nessuna di esse vuole tralasciare. E poi c’è la responsabilità verso la propria anima, verso quel desiderio di santità che lo infiamma. Un desiderio non egoistico ma piuttosto generativo: mi faccio santo per fare santi i giovani che mi sono affidati.
Siamo dunque nel 1943, l’anno dell’armistizio e dell’occupazione tedesca. Il 9 settembre Vinicio scende dal treno che lo riporta a casa dagli esercizi spirituali e scopre cos’era successo il giorno prima. Alla stazione i tedeschi rastrellano i convogli in cerca di soldati sbandati e Vinicio si toglie la giacca, la fa togliere anche ai suoi compagni di viaggio e la dà ai soldati italiani perché si disfino della divisa e si salvino. È la sua prima azione resistenziale, altre ne seguiranno negli anni successivi.
Sono anni, quelli della Repubblica di Salò, assai intensi di studio perché l’aver raggiunto il diploma agrario e poi quello di geometra non gli bastano. Nel suo sentire, ci sono due modi per essere vicino a chi soffre, essere prete o medico, ma la vocazione sacerdotale non gli appartiene. Come fare allora? Il diploma tecnico non basta per entrare all’Università, bisogna avere almeno la maturità scientifica. La Provvidenza vuole che un sacerdote partigiano, confinato dal Vescovo in Seminario per salvarlo dalla galera, un giorno vada a Perarolo e raccolga le confidenze del giovane Vinicio, compreso l’irraggiungibile sogno di farsi medico. Sempre la Provvidenza ha fatto sì che quel sacerdote sia un latinista che in sei mesi prepara Vinicio ad affrontare la prova di latino partendo da zero. Filosofia l’aveva già studiata per conto suo, assetato com’è di studi umanistici.
Nel 1945, continuando il suo apostolato per strappare i giovani dalle attività giovanili del fascismo, consegue la maturità scientifica, prende parte al gruppo partigiano della sua zona e, poche settimane dopo la liberazione, si iscrive a Medicina.
Gli anni accademici sono, se possibile, ancora più intensi. Macina esami col massimo dei voti e contemporaneamente fa parte del CNL, poi consigliere comunale, diventa presidente diocesano di Azione Cattolica, tiene comizi elettorali a destra e a manca per il plebiscito, la costituente e le politiche. È così efficace che rischia anche la vita, tanto sono accesi gli animi tra il partito di ispirazione cristiana da una parte e socialisti e comunisti dall’altra. Seguito da un gruppo di amici in bicicletta, con quella faccia da ragazzino tiene testa a ben più navigati esponenti avversari e guadagna il sostegno della gente semplicemente esponendo i principi cristiani della dottrina sociale, la visione dell’uomo e del suo destino, i valori che nelle terre venete erano radicati nel sentire comune.
E poi la laurea, con lode. Lui, il figlio del contadino, figlio di quella terra senza speranza di riscatto. Subito assistente alla cattedra di Medicina del Lavoro e ispettore dell’INADEL per guadagnare qualche soldo che poi difficilmente gli resta in tasca. Perché a quel punto, terminato il servizio in facoltà, a casa lo attendeva una lunga fila di poveri paesani privi di assistenza sanitaria che Vinicio visita gratuitamente e ai quali procurava anche i medicinali. La sua opzione per i poveri si mostra anche nella scelta di quella branca della medicina, una medicina da poveri – come ebbe a dire – e nella tesi di specializzazione in malattie dell’apparato respiratorio, scelta per curare i minatori che senza speranza di guarigione tornavano dalle miniere del Belgio. Alle cure Vinicio affianca parole di speranza: “Offri la tua sofferenza a Dio, è l’unico che te la paga”.
È lì, all’Istituto di Medicina del Lavoro che conosce la dottoressa Maria Gloria Peyla e se ne innamora vedendo con quanta delicatezza lei sa trattare i malati.
È un peccato che il suo diario spirituale non sia stato mai pubblicato integralmente. Se ne trovano dei brani nelle numerose biografie editate su Vinicio[1], e da quei pochi brani si può capire quanto profonda fosse la sua vita interiore. Così come si rinvengono passi delle innumerevoli lettere scritte agli amici con cui manteneva una corrispondenza assidua e incentrata non sui fatti di ogni giorno, ma su questioni dell’anima.
Al grande pubblico sono state rese note però le undici lettere alla fidanzata scritte nei pochi mesi antecedenti la tragica scalata che ne troncò la vita a trent’anni sulla parete est del Catinaccio in Val di Fassa.
Le lettere si interrompono il 3 agosto del 1954 perché Maria lo raggiunge in Val di Fassa insieme alla sorella di Vinicio. Ad attenderle c’è anche il cugino, il padre salesiano don Bartolomeo Dal Bianco che aveva instillato nel giovane l’amore per quella montagna che lo faceva sentire più vicino a Dio, che gli dava il senso dell’ascesa e che gli aveva ispirato il motto “Sempre più su con nel cuore Gesù”. È don Bartolomeo ad insistere per affrontare il Catinaccio, via già percorsa tante volte e non particolarmente difficile per loro che sanno scalare il quinto grado. Vinicio non sta bene, deve sfruttare quei pochi giorni di vacanza per riposare ma, abituato com’è a dire sempre di sì, non vuole deludere don Bortolo e acconsente al desiderio del cugino. Precipitano entrambi dopo pochi metri, forse a causa di un banale guasto nell’appiglio. Una lapide ricorda il luogo in cui entrambi hanno compiuto l’ultima ascesa, quella verso il Cielo. Era il 17 agosto del 1954.

Padova, Mercoledì Santo 1954
Distinta Signorina,
le traccio queste righe non nel silenzio di Villa Immacolata, come tanto speravo, ma in un angolo di questo benedetto Istituto di Medicina del Lavoro, dove non mi riesce mai di far tutto come si vorrebbe o come vorrebbero. Tuttavia sono lo stesso sereno, e in questo momento mi è facile creare attorno a me ed in me una “zona di silenzio” dove pensieri ed i sentimenti più cari si ritrovano per arricchirsi alla luce di Dio e diffondersi a tutto l’essere donando gioia e serenità. Vorrei innanzi tutto esprimerle tutta la mia ammirazione e riconoscenza per il modo generoso ed equilibrato con cui ha ascoltato le mie parole. In quel momento le sarò sembrato troppo precipitoso. In realtà volevo dirle, nel poco tempo a disposizione, tutto quello che sentivo, con tanta sincerità: l’entusiasmo, la fiducia, la gioia, il desiderio di donazione, l’amore di un cuore che vedeva la possibilità di realizzare l’ideale per cui tante lotte erano state combattute e vinte: la famiglia cristiana! È facile in questi casi dimenticare, e lei mi saprà scusare, che in chi ascolta vi può essere tutt’altra situazione o comunque non altrettanta chiarezza. E forse era il caso nostro. Ma il Signore ha voluto mostrarci ancora una volta il suo Amore; e la sua luce non ha tardato a rischiarare la via. Non so dirle con quanta fidente trepidazione abbia seguito il suo lavoro di “chiarificazione” (e forse qualche volta avrò varcato i limiti della discrezione). È proprio vero che il Signore parla anche attraverso le circostanze! E furono molte in questo nostro incontro le circostanze: ultima e non meno importante, il colloquio che ha potuto avere con Don Costa. Tutto questo mi dà tanta fiducia. Direi anzi che più ancora che nei sentimenti di stima e di amore che sento forti e sinceri nel mio cuore verso di Lei, la mia fiducia poggia su questa serie di fatti disposti sicuramente dalla Provvidenza. E mi pare giusto che sia così: perché noi possiamo sbagliarci anche in ciò che ci pare più certo, mentre il Signore non può sbagliare! Certo non tutto è fatto. Il cammino è lungo, le nostre debolezze numerose. Ma non siamo soli. Ricorda i discepoli di Emmaus? Anche loro avevano l’animo turbato all’inizio del viaggio. Poi incontrarono Uno che si accompagnava al loro cammino. Parla, ed il loro cuore si riempie di grande ardore. Pure con noi c’è Uno che si accompagna al nostro cammino. Non dobbiamo tardare a riconoscere la sua parola, per non meritarci il rimprovero dato ai discepoli: “o stolti e tardi di cuore”, ma riconoscerlo subito e dirgli subito che resti con noi. Uniti così, non potremo non fare quello che hanno fatto i discepoli di Emmaus: E levatisi subito, tornarono a Gerusalemme ... e trovarono gli altri loro compagni radunati... e raccontarono quanto era loro accaduto per istrada”. E parlarono di Gesù e di come lo riconobbero allo spezzar del pane. Parleremo anche noi di Gesù; e la nostra vita sarà veramente un atto di continua donazione dell’uno all’altro e di entrambi a Gesù, cioè ai nostri fratelli. Ecco l’augurio che con il cuore pieno di gioia le formulo per la S. Pasqua. Il Signore lo accetti come una preghiera e si degni di esaudirlo. Voglia comunicare il mio augurio di ogni bene anche ai suoi genitori, che spero poter conoscere presto. Mi ricordi al Signore ed accetti come piccolo segno della mia riconoscenza il modesto ricordo che le giungerà unito alla presente.
Con i più cari saluti suo Vinicio
Pasqua di Risurrezione 1954
Distinta Signorina,
con l’animo esultante di gioia, scrivo queste righe da Villa Immacolata. Sono riuscito a liberarmi dalle solite occupazioni, ed ieri pomeriggio son venuto quassù, nel silenzio di questa Casa, posta sotto lo sguardo della nostra Mamma Celeste. Com’è bello isolarsi un po’ dal mondo, e rientrare in se stessi per scoprire la propria anima! È più facile sentire la voce di Dio e cogliere le note stonate della nostra vita. Ho cercato di fare un po’ di ordine per ciò che riguarda la vita spirituale e la vita professionale. Ho pensato anche alla famiglia, e ancora una volta mi è parsa come una meta grande e bella, in cui ogni energia può acquistare il senso della preghiera e diventare un’ala per avvicinarsi a Dio. Perché questo è l’essenziale: avvicinarsi a Dio! Ogni altro obiettivo non ha valore se non è in funzione di questo progresso dell’anima verso Dio. Purtroppo noi spesse volte poniamo dei limiti molto ristretti alle nostre opere ed arrischiamo di non farle giungere di là del nostro “io”, immiserendole in scopi caduchi ed effimeri. Direi che in ciò sta la grande tentazione del nostro tempo: agire per sé, staccati da Dio e quindi dai fratelli. Non le nascondo che questa tentazione mi fa paura. È così subdola che riesce a penetrare anche attraverso le difese più munite! Molte volte ti accorgi d’esserne vittima ed un senso di smarrimento e di sorpresa ti prende. Per fortuna, la bontà del Signore sa prendere le misure per rimediarvi e con qualche scossone ti riporta sulla strada. Ma resta sempre una grande tentazione! Eppure dovrebbe essere così naturale allacciare ogni nostra opera, piccola e grande, a Colui che tutto regola e dirige! Nella famiglia ho sempre pensato di trovare un aiuto potente per questo lavoro di avvicinamento a Dio attraverso le azioni quotidiane. In essa è immediata, concreta la necessità di non vivere per sé, di non agire per sé ma per gli altri. Quell’amore, che l’ha fatta nascere, e che la vivifica, è la continua realizzazione di un distacco dal proprio “io”. E quando si è staccati da sé, si è più vicini a Dio, si è più buoni. Tutto questo lo sento ancor più vero e più bello, pensando a Lei, cui ho chiesto di formare con me una famiglia cristiana. Il suo desiderio di perfezione e di donazione rappresenta la migliore condizione per la creazione di questo meraviglioso edificio, ove tutto è finalizzato in Dio; e dove Dio è presente con la sua grazia. Quando due volontà tendono armonicamente al medesimo fine è più certa la riuscita. Ed il nostro non è l’incontro di due volontà, oltre che di due cuori, che tendono al medesimo fine? Più certo è, dunque, il raggiungimento della meta. Voglio trascriverle un pensiero bellissimo che ho letto quassù in un libro di Mons. Fulton Sheen: “Un amore che sia soltanto dono finisce per esaurirsi; un amore che sia soltanto ricerca perisce nel proprio egoismo. Ma un amore che sia perenne volontà di dare, e che sempre sia sopraffatto dal ricevere, è l’ombra della Trinità sulla terra, e pertanto una anticipazione del Paradiso”. Ecco la nostra famiglia! Non le pare che sia una cosa veramente grande, e non le pare che in questa famiglia è veramente possibile la santificazione delle nostre anime? Non v’è che un punto che potrebbe apparire incerto, preoccupante: la mia insufficienza e debolezza. Ma se guardo alla Mamma nostra, se penso a tutto quello che Essa ha fatto per me in tutti i settori della mia vita, mi pare di farle un insulto dubitando del suo aiuto, della sua protezione. Ho la certezza che questa Mamma buona ci guarda, dirige i nostri atti, muove e regola i nostri sentimenti: è e sarà sempre con noi. È certo! Distinta Signorina, ho voluto esprimerle questi sentimenti così come sono affiorati all’anima mia in questo giorno di gioia grande. Voglio sperare che, in essi non vi sia nulla che possa anche minimamente turbare la serenità che Gesù Risorto ha di certo messo nella sua anima. Anzi, mi auguro che nuova gioia si aggiunga a quella già posseduta, così come sento in me a conclusione di queste righe. Mi ricordi al Signore nella S. Messa: io faccio e farò altrettanto. È l’incontro più bello, al di sopra delle distanze che ci dividono, che quotidianamente realizziamo, premessa fortunata di un incontro che non avrà fine. Con i più cari saluti
Vinicio
21 Aprile 1954
Gentile Signorina,
È davvero “Causa nostræ laetitiæ” ora la Madonna! La sua lettera mi ha riempito di gioia: la ringrazio con tutto il cuore per la generosità e la bontà con cui ha accolto la mia domanda. Dobbiamo esserne grati al Signore, è vero. Ma io sento il bisogno di ripeterle tutta la mia riconoscenza. Mi pare una cosa così grande che una creatura dotata come me di libertà, accetti di accompagnarsi alla mia vita per condividerne le gioie e i dolori, che non posso trattenere questo sentimento di riconoscenza. E le assicuro che la massima preoccupazione della mia anima consiste proprio nel rendermi degno di tanta fiducia e generosità. Ringrazi per me i suoi Genitori che, pur non conoscendomi, hanno posto in me tanta fiducia e stima da darle il loro consenso con gioia: sono stati davvero tanto buoni. Inizia così per noi, cara Maria, un nuovo periodo di vita, in cui ogni avvenimento lieto o triste sarà da entrambi vissuto per quell’amore e quella comune aspirazione che già uniscono le nostre anime. Sarà soprattutto un periodo di preparazione, spirituale in modo particolare. Le nostre anime che nel primo incontro stabilito dalla Provvidenza del Signore sono apparse così vicine, si conosceranno ancor più. Ne vedremo assieme anche gli aspetti meno belli, per correggerli e guarirli. Saremo in due a camminare verso quella perfezione a cui Dio ci chiama, e la fatica sarà alleviata. Le ho già detto la mia profonda convinzione sull’efficacia di questo lavoro: sicuramente il nostro passo si farà più spedito! Tutto ciò non deve mettere in seconda linea i doveri del nostro stato, in modo speciale gli impegni dello studio e della professione; anzi sarà da una più fedele esecuzione di questi impegni che troveremo forza per affrontare gli altri problemi, la cui risoluzione sarà allora, di certo, secondo la volontà del Signore. Le auguro buono studio, e, nell’attesa di vederla presto, le presento tanti e cari saluti.
Suo Vinicio
Padova, festa dell’Ascensione 1954
Maria,
La gioia che in questo giorno di festa la liturgia della Chiesa ha trasfuso nelle nostre anime, si accresce nel momento in cui mi accingo a tracciarti queste righe. Mi avevi raccomandato di non perder tempo per scrivere: sono riuscito ad ascoltarti, e a trattenere il mio desiderio fino a stasera. Sono tornato or ora dalla Cappellina della Casa di Cura, ove ho recitato il S. Rosario per te e per i tuoi esami. Ho voluto anche ringraziarti davanti al Signore per domenica scorsa. Davvero sei stata tanto buona. La tua semplicità e la tua modestia hanno profondamente colpito i miei genitori, Livia e Gianni. Specialmente il papà, nei giorni precedenti alla tua visita, era un po’ preoccupato. Sa di essere tanto diverso dalle “persone studiate” e soffriva di questa sua situazione. Tu, invece, hai saputo mostrare tanta stima e comprensione da riempirlo di gioia. Grazie, dunque, anche per papà e mamma che già ti sentono come loro figliola e ti vogliono tanto bene. C’è mamma che si rimira ogni giorno le rose che le hai regalato. E quando entro in casa non manca di farmi notare il progressivo aprirsi dei bocci, concludendo invariabilmente “ma come sono belle queste rose di Maria!”. Io la guardo, ed è come avessimo fatto un lungo discorso. Cara Maria, abbiamo così messo i primi passi del nostro cammino in due, e tanta gioia abbiamo incontrato in noi e attorno a noi. È tanto buono il Signore! Occorre essergli riconoscenti mettendo sempre più e sempre meglio la nostra vita al suo servizio. Ho incontrato questa sera un giovane e mi parlava di sé con accenti di disperazione, tutto era triste, tutto era buio per lui. Mi faceva pena. Vi è stato un momento in cui avrei voluto condividere il suo tormento. E guardando nel mio cuore ho sentito tutta la mia indegnità di fronte al dono che Dio mi ha fatto: la gioia della fede, la gioia della speranza, la gioia dell’amore (perché questo ho trovato in me). Davvero, Maria, dobbiamo diventare più buoni: e senza perdere tempo. Ci aiuteremo a vicenda, ma bisogna fare in fretta. C’è tanta gente che attende. La gioia che ci riempie il cuore, non possiamo trattenerla solo per noi: dobbiamo renderla diffusiva e comunicarla agli altri, specialmente ai lontani, cioè ai più infelici. Del resto Gesù è asceso al Cielo, alla destra del Padre, non per abbandonarci ma per ridiscendere nella luce di Pentecoste a distribuire i suoi doni. Così noi: solo ascendendo potremo discendere in mezzo ai fratelli con il dono della gioia. Il nostro cammino dev’essere, dunque, una ascensione. Non riusciremo come rocciatori esperti, a vincere il “sesto grado”; ma la via ordinaria dobbiamo saperla percorrere. E con l’aiuto di Dio e della Madonna, questo faremo. Ti anticipo ora, telegraficamente, alcune notizie: la D.C. ha vinto, i socialcomunisti hanno regredito (anche al Portello...). Oggi ho guidato la “topolino”: ancora un po’, e poi, non dico le “Mille Miglia” ma le “cento miglia” potrei anche andarle a correre. In Istituto sono il solo degli “anziani”, per cui “mancando il gatto, i topi ballano”, ed io... non sono riuscito a non arrabbiarmi: poi me ne sono pentito, anche perché ho mancato alla parola che ti avevo dato. Il resto te lo dirò domenica. Molti auguri per lo studio. In attesa di vederci ricevi, cara Maria, i più cari ed affettuosi saluti
tuo Vinicio
Padova, 1 Giugno 1954
Maria, eccoti le foto di domenica scorsa e di domenica 23 maggio. Come vedi qualcuna è riuscita abbastanza bene, altre non tanto. Altre ancora non sono riuscite affatto. Da fotografi “in erba” però, non era da attendersi di più. Miglioreremo in seguito. Quelle che ti sembrano meglio riuscite puoi spedirle ai tuoi genitori: ho già provveduto per avere delle copie. Forse l’impazienza dei tuoi rimarrà un po’ delusa. Manca per esempio un gruppo familiare: ma stavolta la colpa è della pioggia! Molto bella la foto in cui sei sola sull’uscio di casa nell’atto, sembra, di dare il benvenuto a qualcuno... e per di più, molto significativa, specialmente per chi riesce a decifrare la frase della targhetta di maiolica. Inutile dirti che dal pomeriggio di domenica scorsa sono stato molto e molto contento. Solo di una cosa sono rimasto male: che il tempo anche questa volta sia volato con rapidità incredibile. Comunque, anche allontanandomi, sentivo quanto tu fossi vicina col tuo affetto e col tuo incitamento ad una vita migliore, e mi era di gioia offrire al Signore la piccola sofferenza che si raccoglieva nel cuore con l’accrescersi della distanza. È un po’ quello che si ripete ogni mattina quando entro nella chiesa dell’Immacolata e non ti vedo. Dapprima un dolore, subito sostituito dalla gioia dell’offerta, gioia che diventa ancor più intima nel “Memento dei vivi”, quando mi pare che nel Signore avvenga l’incontro più bello delle nostre anime. In quel momento ogni distanza è scomparsa: c’è Dio e ci sono le nostre suppliche a Lui, rivolte l’uno per l’altro, affinché nel Suo amore si accresca il nostro amore. Cara Maria, come è bello tutto questo! Tu stavi per chiedermi domenica scorsa perché io abbia pensato a te e non ad altre: ecco il motivo: perché ho sempre avuto la sensazione, fin da quel lontano incontro in una corsia di Patologia medica, che tu avresti capito tutte queste cose, e senza fatica, e che solo da questa comprensione poteva accendersi nel mio e nel tuo cuore la grande fiamma dell’amore. La Provvidenza poi ci ha aiutato, facendoci camminare per strade vicine e giovandosi anche di certe “imprudenze”. Del resto, se io ti rivolgessi una domanda analoga, tu mi risponderesti nella stessa maniera, e ciò a riprova di quanto mi scrivesti un giorno, che “l’amore che fonda la famiglia è essenzialmente un atto dello spirito”… Ancora una volta perciò ripetiamoci a vicenda il dovere di ringraziare il Signore per il grande bene che ci ha dato e continua a darci. E in questo tempo il ringraziamento più bello è l’adempimento fedele degli impegni del nostro stato, a cui da parte mia si aggiunge una particolare attenzione a non perdere la calma. Cara Maria, scrivendo ai tuoi Genitori fatti interprete del mio disagio di fronte alla grande stima che essi ripongono in me. Tu incominci a conoscermi, più ancora mi conoscerai: ho tanti limiti, e molto angusti! Non vorrei che avessero a soffrire l’amarezza della delusione! Ringraziali anche tu, e ricambia per me i saluti più cari. Ti auguro un proficuo ed intenso studio. L’ambiente è ideale e la cordialità di chi ti ospita veramente sincera e grande: motivi questi per un impegno sempre maggiore. Sta pur certa che una volta fatto quel che si poteva fare, il rimanente che occorre per la promozione non mancherà! Arrivederci a domenica. Con tanto affetto
tuo Vinicio
Napoli, 27 Giugno 1954
Maria,
sono giunto al termine della mia prima giornata napoletana, e davvero non riuscirei a chiuderla del tutto senza aggiungervi queste righe che hanno per me la forza di riportarmi vicino a te. Sono contento di provare nel cuore questa esigenza così forte, e ne ringrazio il Signore. È anche questo un altro segno che il nostro incontro non è casuale, ma profondamente e saggiamente disposto da Chi veramente ama gli uomini; per cui alla corrispondenza sul piano spirituale-soprannaturale si associa, come ovvia conseguenza, anche la corrispondenza sul piano umano. Ed è così che il nostro incontro diventa completo e come tale può con sicurezza costituire la premessa per il grande e meraviglioso edificio della famiglia cristiana. Maria, pensa come è bello tutto questo! L’incontro delle nostre intelligenze, delle nostre volontà, delle nostre ansie di perfezione, del nostro desiderio di donazione, del nostro bisogno di amare, e tutto come pietre angolari perché nell’edificio di Dio l’amore possa diventare vita che rinnova e continua l’atto d’amore che l’ha suscitata. Davvero, dobbiamo diventare più buoni per capire di più le bellezze sublimi che Dio colloca nelle sue opere! Soprattutto rendere più puro il nostro occhio, più generoso il nostro cuore, più umile il nostro contegno: essere come diceva il Vescovo: fonte di bontà - di sapienza - di santità. Carissima Maria, hai proprio ragione di dire che il Signore ci ha donato tanti e tali tesori che non è lecito rammaricarsi se talvolta ci pare che qualche cosa di accessorio manchi. Mettere a profitto questi talenti, questa enorme ricchezza: è nostro impegno! Spero che questi giorni mi consentano di pensare a questi problemi così grandi e così belli. Non credo che il rumore della politica sia così forte da distrarmi. Del resto vi è il quadro costantemente presente di una natura meravigliosamente bella che riporta l’anima a cose altrettanto e ancor più belle. Vedessi come sembrano piccoli questi omuncoli che si agitano, più o meno dietro le quinte, per far valere una prospettiva personale, frutto per lo più di ambizioni mal celate; piccoli di fronte all’azzurro sconfinato del mare, e ai monti che salgono come una preghiera verso il cielo! No, non credo che riescano a distrarmi. Ed ora alcune informazioni sulla prima giornata. Ti ho già accennato al modo come ho trascorso la notte: bene! uno scompartimento quieto: due soldati, un giovane, una signora ed io. Naturalmente, ho cercato di attuare il tuo consiglio e dopo il S. Rosario ho schiacciato il primo pisolino, col quale sono arrivato a Rovigo. Idem tra Rovigo e Ferrara e poi Bologna. Di Firenze appena mi sono accorto: così assonnato! E alle 5.30 di questa mattina: toilette. Da Roma a Napoli, un’autentica passeggiata, tra paesaggi meravigliosi. Fino alle 13 sono stato al Congresso: ho ascoltato quasi interamente la relazione di De Gasperi. Faceva abbastanza caldo ed ero un po’ stanco, per cui non l’ho seguita con eccessivo impegno. A pranzare siamo andati in un bellissimo ristorante (il pranzo era offerto dagli onorevoli di Padova) in riva al mare; da “Giuseppone”. Peccato che i morsi della fame ci facessero dimenticare lo spettacolo incantevole del mare picchiettato di vele in una giornata limpidissima. (“Più che il dolor poté il digiuno...” direbbe Dante). Ad ogni modo, ne abbiamo approfittato poi, mercè anche la gentilezza di un amico che si è offerto con la sua Alfa Romeo 1900 per un giro di perlustrazione dei dintorni di Napoli. Alle 18 sono stato ad assistere alla Santa Messa e a ricevere la S. Comunione. Davanti alla Madonna delle Grazie ho recitato il S. Rosario offerto, secondo l’accordo, per il buon esito degli esami. Questa sera, poi, c’è stato un ricevimento al Palazzo Reale, ma ho preferito disertare. Ecco, Maria, la mia giornata odierna. Tu sarai stata certamente più brava, e col tuo studio assiduo avrai guadagnato molto di più: per fortuna che poi si mette tutto in comune! Tanti auguri per mercoledì. Grazie di tutto, Maria, e ricevi un sincero ed affettuoso abbraccio.
tuo Vinicio
19 Luglio 1954
Maria, torno or ora dalla laurea di Maddalena. È un po’ tardi e non so se riuscirò a finire questa lettera; d’altronde non posso chiudere questa giornata così piena di tanta gioia senza rinnovarti ancora una volta il mio grazie sincero ed affettuoso. Non so, davvero, come farò a ricambiare anche poveramente alla tua generosità, al tuo dono! Ho dinanzi a me, vivi nel cuore, i momenti così belli che mi hai fatto trascorrere in questi giorni. Grazie, Maria! Davanti alla Madonna hai consentito che la tua vita venga legata alla mia; perché nella gioia e nel dolore insieme camminiamo incontro al Cielo. Quanta gioia in quel momento. È stato uno dei più belli della mia vita e non lo potrò mai dimenticare. Ma tutto è stato bello in questi giorni: l’incontro affettuoso con i tuoi genitori, la consegna dell’anello alla loro presenza, la gita al lago, le passeggiate, tutte le attenzioni di cui sono stato circondato, i doni bellissimi: tutto insomma è stato motivo di gioia e di contentezza. Com’è buono il Signore con noi! E quanto doverosa diventa la nostra corrispondenza al suo amore! Correndo lungo i rettifili dell’autostrada che conduce a Brescia, ho pensato a questo nostro dovere. Avevo nel cuore l’eco delle tue parole così piene di tanta fiducia, e mi è parso facile essere buoni con il Signore. Si tratta di ascoltarlo e di avere un po’ di generosità. In questa luce il sacrificio che ti ho chiesto prima di lasciarti a Milano, e che tu hai accolto con gioia, mi è sembrato un piccolo ma generoso atto di riconoscenza al Signore. Come sempre accade, però, il Signore non si lascia vincere in generosità e subito ci ricolma di bene. È successo così anche questa volta. Non ti ho mai sentito così vicina, in una luce di purità, come nel momento dell’addio, quando, vincendo un grande desiderio, ho chiesto a me, e a te, una rinuncia: il Signore ci ha fatto sentire le altezze di un amore puro. È come avessimo goduto un attimo di Paradiso. Mi sono sentito più buono, e capace di amarti come non avrei mai pensato di poter fare. Maria, se edificheremo la nostra casa su queste fondamenta, non avremo da temere il furore delle tempeste. Sulle onde, sia pure alte e impetuose, si ergerà vittorioso il nostro amore, che nascendo da Dio, come Lui sarà invincibile. In questo tempo di preparazione lavoreremo assieme, perché l’innesto del nostro amore nella sorgente infinita dell’Amore avvenga nel modo più stabile e duraturo possibile. “Finché riusciremo a pregare assieme e a ricevere Gesù nella Comunione non avremo da temere”: sono tue parole, e sono tanto vere. Nella preghiera gettiamo le fondamenta della nostra famiglia. È un altro modo di essere uniti pur essendo lontani. Carissima Maria, ti voglio parlare ora della laurea di Maddalena. Punteggio ottimo: tutti contenti! Molta paura prima dell’esame: voce tonante del professore durante l’esame e trepidazione dei parenti per lo più ignari dei misteri dell’università: applausi, baci, abbracci, fiori, lagrime di gioia dopo l’esame. È un po’ la vicenda di tutti, ma è sempre commovente quando si rinnova. Naturalmente, si è parlato di te, della tua assenza, a proposito della quale la maggior parte di quelli che non l’avrebbero voluta, avevano già individuato il principale responsabile... Comunque ho promesso anche per te, che faremo una capatina fino a Cologna, in atteggiamento penitenziale. Scherzi a parte, devo darti i saluti affettuosi e davvero sinceri della neo dottoressa, di sua mamma, di suo papà (il quale continua a ripetere che se non ci fosse stata Maria, sua figlia non si sarebbe laureata in questa sessione), di suo fratello, di sua sorella, di suo nipote (il terribile Meneghino, il quale naturalmente ha parlato con la bocca della mamma); e inoltre i saluti con bacie abbracci della Sig.na Nadia, di un’altra signorina di cui non sono riuscito ad afferrare il nome; e di qualche altra persona che molto diligentemente ho dimenticato. Dopo la proclamazione della neo laureata, hanno cominciato a scattare le macchine foto grafiche e a scattare i lampi al magnesio. Nella fotografia del gruppo degli amici, ho dovuto prendere, costrettovi dalla violenza altrui, il tuo posto a fianco della festeggiata: peccato non aver avuto un cartellino da appendere al collo, con scritto sopra: “Io sono Maria”. Maria, prima di chiudere questa lettera, scritta come ti sarà facile immaginare, in due tempi, non posso non raccomandarti di farti interprete presso i tuoi genitori di tutta la mia riconoscenza ed il mio affetto. Grazie di tutto cuore, Maria, e grazie al Signore. Ti auguro giorni di riposo e di quiete, e con tanto affetto ti abbraccio
tuo Vinicio
Padova, 23 Luglio 1954
Maria, ho appena finito lo sviluppo dei tracciati elettro-cardiografici dei malati entrati ieri, e sono contento di avere ancora un po’ di tempo a disposizione per scriverti queste due righe: è un sollievo dopo la fatica! Come ti dissi nella cartolina di questa mattina, ieri ho ricevuto la tua cara lettera. Non è possibile dirti la gioia del mio cuore. È davvero meraviglioso quello che sta accadendo tra noi due: è un reciproco scambio di sentimenti analoghi, l’uno indipendentemente dall’altro, e le nostre lettere contengono i medesimi concetti espressi con parole diverse. Ed anche in questo momento, sento con profonda sincerità, che tutto quello che tu riferisci a me, io lo riconosco nei tuoi riguardi. La ammirazione, la stima, l’affetto, lo sforzo per imitarti, la fiducia: sono tutti aspetti di una realtà che vive fortemente in me, facendomi di giorno in giorno più buono e desideroso di perfezione. La gioia che mi riempie il cuore è così grande che ben a ragione può dirsi un’immagine di quella del Paradiso. È quello che anche tu pensi, quando scrivi che sei contenta come mai avresti saputo immaginare. Ringraziamo insieme il Signore! E continuiamo nello sforzo comune di migliorarci, aiutandoci a vicenda con l’esempio e la preghiera. Accetta che ringrazi anche te che ti sei prestata e ti presti ad essere lo strumento del Signore; e che tanta fiducia riponi in me. Leggendo le tue parole, dove parli di una fiducia senza limiti, ho provato un senso di profonda commozione, ma nello stesso tempo anche di paura, perché ho visto tutte le mie lacune e mi è parso impossibile saper soddisfare a tanta attesa. Poi ho pensato che non sono solo; e che se grandi sono le mie miserie grande è anche il desiderio di superarle. Per cui, mentre ti ringrazio di questo tuo modo di sentire così generoso e pieno di bontà, ti prometto con tutta la sincerità dell’anima che non trascurerò nulla, pur di soddisfare la tua fiducia ed essere sempre più degno di te. La Mamma Celeste mi aiuta in questo compito bello e grande: ne ho la certezza! Cara Maria, ti mando le fotografie di domenica. Ieri sono stato a Montagnana ed ho trovato la giacca a vento già pronta. È stata assai gentile davvero quella signora! È bellissima, credo sia ancora più bella di quella di Maria Pia, che è tutto dire... La mamma e Livia sono rimaste veramente entusiaste. Ti ringrazio tanto anche di questo. Ringrazia ancora i tuoi genitori. Devo terminare perché l’ora si fa un po’ tarda, e la mamma a casa mi aspetta. Ciao, Maria, riposati e fa qualche passeggiata in bicicletta, in attesa di quelle che faremo lassù, tra le vette del Catinaccio...; ma non in bicicletta. Con tanto affetto
tuo Vinicio
27 Luglio 1954
Maria, ieri ho ricevuto la tua terza lettera. Tu immagini quanta gioia essa mi rechi, e come la giornata si rianimi di fervore e di serenità dopo che le tue parole sono scese nell’anima. È così bello anche questo incontro epistolare, che non posso non ringraziarti con tutto il cuore. Grazie delle tue espressioni piene di affetto e di riconoscenza per me, che vorrei essere veramente degno della tua bontà e del tuo amore; grazie delle notizie intorno ai tuoi cari che ricordo sempre come persone a cui un vincolo particolare mi lega; grazie anche della sincerità con cui mi esprimi le tue preoccupazioni sulla tua giornata e sulla tua preparazione professionale. A proposito, anzi, di queste preoccupazioni non dovresti darci troppo peso. Questi giorni che stai trascorrendo assieme ai tuoi cari, il Signore te li dà proprio perché tu li possa far contenti con la tua presenza, e perché ti sia possibile riposare tranquillamente. Lo stare con i tuoi e il riposare diventano i tuoi primi doveri. E sono contento che tu li adempia così bene; verranno anche i giorni in cui il dovere sarà un altro, e allora saprai con pari fedeltà adempierlo. Quanto poi alla preparazione professionale, quello che tu provi lo abbiamo provato un po’ tutti. Sapessi come mi bruciava nell’anima quel 110 e lode della laurea ogni qualvolta dovevo constatare davanti al malato le enormi lacune della preparazione! Poi, un po’ per volta si riesce ad orientarsi, brancolando e tentando di colmare le falle. Però, resta sempre grande la nostra impreparazione! È difficile avvicinare un paziente senza provare il senso tremendo di questa dura realtà. Anche per questo motivo sento di dover ringraziare il Signore di avermi fatto incontrare con te, Maria. Tu mi aiuterai a colmare le lacune professionali e io cercherò di darti quel poco che so per completare la tua preparazione. Potremo così, anche in questo settore della nostra vita, attuare la bella definizione che Fulton dà della famiglia: e la gioia nei nostri cuori avrà anche qui motivi nuovi e particolari di cui alimentarsi. Carissima Maria, anche da noi si sta per entrare nel clima della prossima villeggiatura. Le prime ad essere sensibilizzate sono, naturalmente, la mamma e Livia. Anzi Livia deve unire alla presente un foglio in cui tratta dei problemi logistici. Io tento di fare un po’ l’indifferente, ma tutti s’accorgono che ardo dall’impazienza per quei giorni. Abbiamo deciso, per ragioni di comodità, che Livia parta il 7 da Padova direttamente per Vigo. Io, invece, lo stesso giorno verrò da voi. Penso di partire al mattino presto. Farò sosta a Monte Berico; poi riprenderò il cammino e conto di giungere ad Origgio per le 12 circa. Sono lieto che zia Luisa si trovi bene con l’apparecchio acustico. Speriamo che si adatti a portarlo: certo, è un bel tipo a ritenere l’apparecchio motivo di umiliazione, come se la sordità che ora la affligge sia un motivo di esaltazione! Grazie a tuo papà per lo studio topografico e altimetrico del percorso. Proprio oggi ho ricevuto in regalo da Brasala (il corridore ciclista) una “tendina per la macchina, che io avevo tralasciato di comperare per il costo troppo elevato: avremo così modo di goderci l’aria fresca senza correre il pericolo di un colpo di sole. Grazie del tuo ricordo: cerco di ricambiarlo adempiendo con fedeltà e gioia il dovere quotidiano. Alla sera sono stanco, ma contento. E mi pare di essere un po’ più degno che non al mattino del dono che il Signore mi ha fatto incontrandoti. Con tanto affetto
tuo Vinicio
30 Luglio 1954
Maria,
oggi avevo intrapreso uno dei soliti “giri” per l’Inadel, utilizzando l’intervallo del mezzogiorno: ma ho dovuto interromperlo. Un vento freddo a cui s’è aggiunta una pioggerella sottile e penetrante mi ha fatto desistere dopo una diecina di chilometri. Così sono tornato in Istituto. Sono appena le 14, ed ho pensato di scriverti: l’unica cosa che in questo momento faccio volentieri. Oggi sono un po’ triste. Forse questo improvviso ritorno in un clima autunnale ha la sua responsabilità. Vi è stato inoltre, questa mattina, uno dei soliti piccoli “scontri” con S... : si tratta di piccole cose, ma che non sempre riesco ad allontanare con immediatezza dall’anima. Mi accorgo che sono tutt’altro che allenato a certo genere di mortificazioni. D’altronde, non è detto che quanto mi viene fatto notare, in modo poco garbato, non meriti da parte mia una debita riflessione. Il problema è sempre lo stesso: mi si fa rimprovero per le troppe attività, che finirebbero col distrarmi dalle cose dell’Istituto, non tanto per ciò che riguarda il lavoro con gli ammalati (che in questo settore nulla mi si potrebbe obiettare) quanto per quel che si riferisce al lavoro scientifico. E di questo io soffro: vedo che hanno ragione. D’altra parte non saprei come limitare l’attività extra Istituto. Non posso lasciare l’Inadel per ragioni più che ovvie, e non posso dire a S... che al mattino alle 6.30 o al pomeriggio alle 14 sono in giro con la moto a fare controlli. E alla sera quando sono le 9 o le 10 non ce la faccio più e vado a casa. Potrei tralasciare del tutto il lavoro privato: è quanto cercherò di fare, anche se l’ho già notevolmente limitato. Ridurrò anche l’attività per la D.C. e la A.C. - E speriamo che riesca ad accontentarli. Certo in questi momenti sento quanto è bella la libertà. Ma forse è più giusto dire che occorre imparare ad affrontare il dovere anche quando si presenta duro e difficile. Non posso non riconoscere che di tutti i medici dell’Istituto, sono quello che ha maggiori impegni. Il confronto balza netto ed evidente. Maria cara, forse sono stato cattivo a dirti queste cose che ti faranno male. Ma tu sei buona; e avertele dette è stato per me come la liberazione da un peso. A te sembrerà impossibile, eppure il rivedere questo mio stato d’animo con dinanzi alla mente ed al cuore il tuo volto sereno, pieno di comprensione e di affetto, ha voluto significare mutare la tristezza in gioia e la sfiducia in speranza. Perciò, se ti ho fatto soffrire un po’, sii ora contenta; con il tuo contributo di dolore è sorto il sereno nella mia anima. Chissà quante volte nella vita, questo fatto si ripeterà! Che il Signore ti aiuti ad essere sempre pronta in questa grande missione: far tornare il sereno dove una nube qualsiasi l’aveva offuscato. Carissima Maria, ieri ho ricevuto la tua lettera, tanto cara. Non sono capace a fare altro che dirti grazie con tutto il cuore. Solo il tuo grande affetto e generosità riescono a scorgere in me qualcosa di cui non ti senti degna. Ben altro meriteresti! Sapessi come sento questa verità, Maria! È anche vero, però, e tu pure l’hai detto, che avendoci il Signore voluti uniti in una strada comune (e che sia così il Suo volere non possiamo averne alcun dubbio), Egli ci darà i mezzi per percorrerla fino in fondo. Con Lui sarà lieve ogni fatica e ogni cosa si illuminerà di un valore che trascende la natura. Forse è quanto si sta realizzando in questi passi iniziali, quando reciprocamente ci sentiamo oggetto di attenzioni e di affetti non meritati: sono attenzioni ed affetti la cui luce ed il cui valore vanno oltre la natura. E non è giusto allora sentirci indegni di beni così preziosi? Mettiamoci in ginocchio e ringraziamo il Signore insieme. Con tanto affetto, ed un vivissimo desiderio di rivederti
tuo Vinicio
3 Agosto 1954
Maria,
ancora qualche giorno e poi, con l’aiuto del Signore, sarò ad Origgio. Non posso dire che questi giorni siano stati troppo lunghi: la puntualità e la frequenza delle tue lettere hanno servito egregiamente a renderli più brevi. D’altra parte, l’esperienza della lontananza materiale rende più profondo il contatto spirituale, che non si limita a qualche momento, ma si estende a tutta la giornata. E così le nostre anime oltre a conoscersi meglio, si amano anche di più: insomma mi pare che anche in questo periodo abbia fatto progressi il lavoro inteso a far di noi “cor unum et anima una”. Nell’ultima lettera ti ho prospettato una questione alquanto spinosa: ripensandoci, temo di aver scritto riversando nelle parole quello che si agitava nell’anima, con poca carità verso S... Spero che leggendo quelle cose con animo sereno ti sia stato possibile ridurle nei loro giusti limiti. In sostanza, S... non si agita che per il mio bene, anche se adopera delle forme talora un po’ “urtanti”. Egli non agisce per cattiveria. E questo non è poco! Si tratta, perciò, di effettuare un lavoro di “ridimensionamento” di una parte della mia attività, sul tipo di quello cui ti accennavo la volta scorsa, e tutto si appianerà. In questi ultimissimi giorni, infatti, pur continuando ad essere intenso il lavoro per l’Inadel, ho potuto attendere anche all’attività scientifica (la parola mi pare un po’ grossa...): un po’ che mi applichi, ricavo subito la sensazione che si tratta di cose tutt’altro che trascendentali. Ho, insomma, riacquistato il mio ottimismo, e, con l’aiuto del Signore, spero di uscire in fretta da questa posizione un po’ difficile. Ho fiducia che il prossimo periodo di riposo sia utile anche sotto tale aspetto. Ho letto con tanto piacere la lettera del papà: ho ritrovato i sentimenti di gratitudine e di riconoscenza che mai potrò dimenticare, ed ho pure rivisto tutta la mia insufficienza di fronte alla sua attesa. Ma il Signore è con noi, ed Egli è Onnipotente! Livia, in questo momento, non è in casa. È abbastanza impegnata; gli ultimi giorni sono sempre densi di cose da fare. Verrà con me fino a Verona, e di qui proseguirà fino a Val di Fassa. Come ti dicevo, io conto di essere ad Origgio per le ore 12 circa. Così nel pomeriggio oltre che al riposo potremo pensare all’itinerario e agli ultimi preparativi. Non preoccuparti di portare via molta roba: quindici giorni scarsi, purtroppo non sono molti, anche se si deve mangiare due volte al giorno. Carissima Maria, ho finito lo spazio, ed ho finito anche il tempo, che avevo a disposizione. Fra poco sarò ad assistere alla Santa Messa: al Signore ti ricorderò con tanto affetto. Ti ricorderò sabato alla Madonna di Monte Berico. Pensa quanto è bello ritrovarsi ai piedi di una Mamma tanto buona! Tu mi sarai a fianco, vicina come negli altri sabati: insieme ringrazieremo e chiederemo grazie, e ancora la gioia del Cielo sarà nei nostri cuori. Con affetto grande, arrivederci
tuo Vinicio
P.S. - Affettuosi e cari saluti a papà e mamma. Conto di portare con me un testo di Semeiotica. Ti dispiace? Chissà che la montagna faccia bene anche a lui...
[1] Cito le più complete: Lorenzo da Fara, Vinicio Dalla Vecchia. Disse di sì al rischio¸ San Paolo 1976, seconda ed. 2005. Patrizio Zanella, Vinicio Dalla Vecchia. Una biografia tra fede e politica, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2003.Piergiorgio Boscariol, Vinicio Dalla Vecchia e il suo tempo, Vincenzo Grasso Editore, Padova 2011.