SAN TOMMASO BECKET, VESCOVO DI CANTERBURY, MARTIRE
- Dettagli
- Visite: 1641
Da uomo di Stato a martire per amore di Cristo e della Chiesa. Cancelliere del sovrano inglese Enrico II, divenuto vescovo di Canterbury contrasta il suo amico re per difendere la verità e la libertà. Viene ucciso nella Cattedrale della città il 29 dicembre 1170. (Vaticannews.va)
Come rovinarsi la reputazione e diventare santo: è questa, in estrema sintesi, l’esperienza di San Tommaso Becket. Che presso il re d’Inghilterra gode non solo di buona, ma di ottima reputazione, tanto da essere nominato Cancelliere e quindi suo consigliere e confidente.
Dalla natura ha avuto tutto: ricchezza, bellezza, audacia, intelligenza, capacità politiche e diplomatiche. Chi lo avvicina subisce il fascino di quest’uomo intelligente e ambizioso, che possiede anche uno spiccato gusto per la magnificenza.
E poiché tra ambiziosi ci si intende, va d’amore e d’accordo con quell’illustre ambizioso di Enrico II, re d’Inghilterra, che sta cercando di accentrare nella sua persona tutte le prerogative del potere, in barba a nobili, aristocratici, vescovi e abati. In Tommaso ha trovato un alleato prezioso, che lo aiuta a governare il suo immenso impero, e che gli è anche compagno nei momenti di svago e distensione.
Enrico II, però, aspira a controllare anche la Chiesa inglese e a limitare la libertà degli ecclesiastici e per fare tutto ciò pensa di contare ancora e sempre sull’amico Tommaso. Che, se fosse vescovo, lo potrebbe certamente aiutare meglio in questo disegno.
Così, appena si libera la cattedra episcopale di Canterbury, Tommaso viene ordinato sacerdote e consacrato vescovo. Enrico II non dà peso alle parole che questi gli ha sussurrato: «Se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l’amicizia di Vostra Maestà», perché non riesce neppure ad immaginare che un personaggio così “chiacchierato” si possa trasformare subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa.
Ma anche i re si sbagliano, come dimostra subito il vescovo Tommaso, che da un giorno all’altro passa al contrattacco, anteponendo gli interessi spirituali dei fedeli a quelli politici del Sovrano. Si oppone così subito ai progetti di Enrico II, non per personale gelosia, ma per difendere la libertà delle coscienze.
Il re si sente come tradito dal suo migliore amico, si infuria e Tommaso deve fuggire in Francia, dove rimane in esilio sei anni. C’è chi lavora per riappacificarli ed alla fine Tommaso può tornare a Canterbury, accolto trionfalmente dai suoi fedeli, ai quali dice: «Sono tornato per morire in mezzo a voi».
Non è un ingenuo, infatti, e sa benissimo che dovrà continuare ad opporsi al potere e, da parte sua, per prima cosa, sconfessa i vescovi che durante la sua assenza sono scesi a patti con il Re. Che stavolta perde proprio la pazienza e si lascia sfuggire: «Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?». Dato che il male non ha bisogno di essere alimentato perché si propaga da sé, ecco che quattro cavalieri si fanno premura di fare subito questo “piacere” al re.
Tommaso viene avvertito, ma non prende precauzioni: non si nasconde e non vuole far sbarrare le porte della cattedrale. Qui lo colpiscono a morte, davanti all’altare, lasciandogli appena il tempo di esclamare prima di spirare: «Accetto la morte in nome di Gesù e della Chiesa». È il 23 dicembre 1170.
L’impressione che questo martirio suscita è immensa: tre anni dopo il Papa già lo proclama santo, mentre Enrico II è costretto a fare pubblica ammenda sulla tomba del martire e rinunciare per il momento ai suoi ambiziosi progetti.
San Tommaso Becket, attualissima figura che rappresenta l’eterno conflitto tra l’autorità della coscienza e le imposizioni del potere, viene festeggiato il 29 dicembre.
Autore: Gianpiero Pettiti
(continua a leggere su Santiebeati.it)
SANTI INNOCENTI, MARTIRI
- Dettagli
- Visite: 1719
Sono i bambini di Betlemme fino a due anni, fatti uccidere dal Re Erode allo scopo di eliminare il Bambino Gesù che le profezie annunciavano come il Messia e nuovo Re d’Israele. Sono stati onorati fin dai primi secoli, vengono celebrati come Santi Innocenti Martiri il 28 dicembre. (Vaticannews.va)
«Deus, cuius hodierna die præcónium Innocéntes Mártyres non loquéndo, sed moriéndo conféssi sunt: ómnia in nobis vitiórum mala mortífica; ut fidem tuam, quam lingua nostra lóquitur, étiam móribus vita fateátur» (Signore nostro Dio, che oggi nei santi Innocenti sei stato glorificato non a parole, ma col sangue, concedi anche a noi di esprimere nella vita la fede che professiamo con le labbra): con queste parole la Chiesa prega nella S. Messa, il 28 dicembre, giorno in cui si fa memoria dei Santi Innocenti.
Questi sono quei bambini che Erode, nel tentativo di eliminare il Divino Infante Gesù, ordina di uccidere crudelmente: «Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa: "Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più"» (Mt 2, 15-18).
Nessuna pietà
Nessun senso di pietà coglie Erode di fronte all’innocenza di quei piccoli, né all’udire le loro madri in lacrime: più forte è l’odio contro Cristo e contro il suo Regno, che egli avverte, seppur indirettamente, come minaccioso per le sue brame umane, macchiate di peccato. E così commenta san Quodvultdeus, vescovo di Cartagine del V secolo: «Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge a uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi».
Ma l’attacco di Erode contro Cristo e i suoi innocenti amici, seppur implicitamente, supera i confini del tempo e diventa esemplare di ogni attacco che lo spirito del mondo, nelle sue molteplici manifestazioni, sferra contro la signoria di Cristo e la fedeltà dei suoi discepoli. Tra Nostro Signore Gesù Cristo e il mondo non ci potrà mai essere pace, in quanto irriducibilmente contrapposti: laddove vi fosse un armistizio tra i discepoli di Cristo e il mondo, già significherebbe deflettere dalla Verità tutta intera. Così l’atteggiamento di Erode continua a perpetrarsi contro i cristiani che intendono confessare la regalità del loro Signore senza mezze misure; che intendono difendere la dottrina contro ogni compromesso; che affermano la santità della famiglia e del matrimonio così come il Creatore li ha voluti; che vogliono restare fedeli alla Chiesa e ai suoi insegnamenti integralmente.
La strage continua
Ieri come oggi Erode continua, attraverso molti suoi satelliti, a uccidere tanti innocenti, se non fisicamente, quanto meno moralmente. Ma coloro che hanno venerato Gesù bambino nella ruvida mangiatoia di Betlemme, non possono non vedere, sotto la paglia, le assi di legno che simboleggiano già la morte di Cristo in croce. Il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora in mezzo a noi, affinché noi potessimo tornare a sperare di diventare "cittadini del cielo": e questo Egli opera attraverso il sacrificio redentore della Croce.
Ai discepoli non resta che seguire le orme del Divin Maestro, che ha insegnato loro la strada per giungere alla dimora di beatitudine: imitare Lui nell’umiltà, nella preghiera, nella fedeltà, nell’obbedienza a Dio Padre, nell’offerta di sé, senza cercare l’amicizia del mondo, forti solo dell’amicizia con Dio: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (Gv 15, 18-20).
Infusione di grazia
Per imitare dunque i santi Innocenti, che per primi, a loro volta, hanno imitato Cristo, preannunciandone la Morte, noi, che così innocenti non siamo, necessitiamo di rinnovata infusione di Grazia che rinnovi, "ri-crei" le nostre anime nell’unione costante al Signore Gesù: siano i Sacramenti le medicine contro le nostre malattie spirituali; sia la preghiera il farmaco contro la fiacchezza interiore; sia quindi la carità ardente l’arma con cui combattere lo spirito del mondo e rendere così testimonianza a Cristo, Re dei re. I santi Innocenti, senza parlare, hanno confessato Cristo con la vita: a noi sta di usare ogni nostra facoltà per andare nella medesima direzione. Se oggi sempre più aspra sembra la battaglia contro il Regno di Cristo, lasciamo risuonare in noi le parole che Gesù ha consegnato agli apostoli prima di ascendere al cielo: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Autore: Don Marino Neri
Fonte: Radici Cristiane
(continua e leggere su Santiebeati.it)
Santi innocenti. I primi martiri di Cristo
SAN GIOVANNI, APOSTOLO ED EVANGELISTA
- Dettagli
- Visite: 1254
Autore del quarto Vangelo, di tre lettere e dell’Apocalisse, Giovanni è “l’apostolo prediletto”. Il più longevo tra i Dodici, sarà anche l’unico a non morire martire, ma trascorrerà il resto della vita ad Efeso, nell’attuale Turchia, assieme alla Vergine Maria che gli era stata affidata da Gesù. (Vaticannews.va)
Gli eventi dolorosi e gloriosi della Passione e Risurrezione di Nostro Signore, che la Santa Chiesa ha da poco celebrato, presentano unite, nel dolore della morte di Gesù e nell’estremo gaudio della sua Risurrezione, due anime, testimoni oculari e privilegiate di questi eventi che inaugurano la storia della Chiesa e del Cristianesimo: Maria Santissima, la madre di Gesù, e san Giovanni, il discepolo prediletto.
Ogni cristiano, prolungando in sé misticamente la vita di Gesù, è a giusto titolo ritenuto figlio di Maria Santissima. «Tale infatti dovrà diventare – afferma Origene – chi vorrà essere un altro Giovanni, che – come Giovanni – Gesù possa dichiarare di lui che è Gesù. Se infatti nessun altro è figlio di Maria all’infuori di Gesù, e Gesù dice alla Madre: “Ecco il figlio tuo”, è come se le dicesse: “Ecco, questi è Gesù che tu hai generato”. Poiché ogni perfetto non vive più, ma è Cristo che vive in lui, di lui si dice a Maria: “Ecco Cristo, tuo figlio”».
I santi, tra i cristiani, sono coloro che realizzano più pienamente questa vita divina in loro e quindi sperimentano più pienamente la Maternità della Madonna nella loro esperienza spirituale. Tra tutti i santi san Giovanni è figlio di Maria a titolo “ufficiale”.
Come ricorderemo dalla recente memoria della Passione, è stato proprio Gesù dall’alto della croce nel momento culminante della Redenzione a pronunciare le parole che avrebbero “consacrato” per sempre la Madre al discepolo fedele e amato e questo alla Madre, quando disse: «Donna, ecco tuo figlio», e a Giovanni: «Ecco tua Madre» (Gv 19,25-27).
Sant’Alfonso de’ Liguori osserva che col rivolgere Gesù alla Madre le parole: «Ecco tuo figlio» è come se le avesse detto: «Ecco l’uomo che, mediante l’offerta che fai della mia vita per la sua salvezza, nasce alla grazia». Con ciò il Maestro insegnava un’ultima verità: Maria Santissima, ai piedi della croce, partecipa attivamente all’opera della redenzione e quella era l’ora della generazione dolorosa di tutti i figli di Dio. San Giovanni in quel momento fu il primo a raccogliere e beneficiare di questo speciale “testamento” del Redentore.
Da quel giorno, infatti, egli la accolse “fra le cose sue più care”. Li possiamo immaginare ripercorrere insieme la strada di ritorno dal Golgota, raccogliere e adorare insieme il Sangue del divin Redentore sparso lungo la Via Crucis, e poi a casa, dove era rimasto lui solo a proteggere e custodire la “Madre del giustiziato” che tutto il popolo all’unanimità aveva voluto crocifisso. Poi ancora, in quei tre giorni cruciali, immaginiamo san Giovanni accanto alla Vergine orante attingere dalla fermezza della fede di Lei, una nuova speranza nella Risurrezione di Gesù. E via, via – nello scorrere dei giorni e degli anni – apprendere da Lei ogni cosa, rivivere con Lei il Santo Sacrificio di Gesù nella Messa, trovare in Lei sostegno nelle fatiche, sollievo nell’apostolato, rifugio nelle persecuzioni.
Il primo incontro
La prima volta che vide Maria Santissima fu al banchetto di nozze a Cana di Galilea, ove Gesù lo aveva condotto con gli altri primi quattro discepoli che aveva da poco chiamato. L’anima ardente e verginale di san Giovanni, cui non sfuggiva nulla, dovette rimanere incantato alla vista della Madre di Gesù. Di fatti a distanza di tanti anni riportò l’episodio nel suo Vangelo, con quella stessa precisa “memoria cordis” che lo spinse a ricordare l’ora esatta in cui lasciò tutto per seguire il Maestro.
Trovò Maria intenta ad aiutare i conoscenti o i parenti nella celebrazione della loro festa nuziale, dunque la conobbe nell’esercizio della più squisita e concreta carità, attenta e vigile, come dimostra il fatto che Ella per prima si accorse della mancanza del vino.
Don Dolindo Ruotolo, nel suo commento a questo testo evangelico, affiancato da altri studiosi, ha notato in particolare che il venir meno del vino era dovuto alla presenza inaspettata degli apostoli, che dunque non erano stati calcolati per il banchetto. Gesù vi sarebbe andato quindi non principalmente per gli sposi ma per Maria, probabilmente per affidare i Suoi alla Madre. Tale filiale premura di Gesù, fu ricambiata dalla materna delicatezza di Lei che certamente usò loro particolari riguardi, non ultimo quello di servirgli il buon vino.
Questo incontro dovette rimanere particolarmente impresso nella memoria del giovane Apostolo anche per un altro motivo: fu lì che ricevette il dono preziosissimo della fede nella divinità di Gesù. Termina infatti il suo racconto dicendo: «Tale fu, a Cana di Galilea, il primo dei miracoli fatti da Gesù, ed Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». Anche gli occhi di Giovanni si aprirono alla luce soprannaturale della fede, «ma non senza la cooperazione di Maria, indivisibile da Cristo» come osserva il noto mariologo padre Gabriele Roschini commentando l’episodio evangelico. San Giovanni conobbe qui, anche se in modo “primitivo”, la materna mediazione di Maria, e la volle testimoniare nel suo Vangelo. (continua a leggere su Santiebeati.it)
San Giovanni, Apostolo ed Evangelista