Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

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samaritano malmenato dal nemicoIl Padre ripete in Cristo, nella perfezione e il compimento che il Figlio comporta: "dov'è tuo fratello?".
Non si entra, infatti, nel luogo "del riposo", nella terra promessa da soli ma si entra con tutto il bagaglio di amore, tenerezza, attenzione che ciascuno porta con sé; si entra con il carico gioioso e pieno di tutti i volti che abbiamo incontrato nella vita. Nessuno escluso.
Anche e soprattutto i "nemici".
Il motivo è semplice: Dio è Amore e comunione, nessuno può accedere all'Amore e alla comunione se non la vive in sé.
Se cova rabbia, gelosia, invidia, vendetta, non è pronto per il Regno di Dio. Ecco perché occorre essere assorbiti dalla tenerezza.
Ma la tenerezza non è quella edulcorata degli spot o del buonismo da campagna elettorale è piuttosto la fonte della solidarietà e della sussidiarietà. È la capacità di donazione che si fa storia. La tenerezza è lo Hesed, le viscere di Misericordia di Dio.

È la tenerezza che aiuta nel discernimento e non fa concessioni all'errore ma brilla nella verità a costo della vita e lo fa con la potenza e il calore dell'Amore di Dio.
In tempi incartati di narcisismo come gli attuali si pensa che la tenerezza sia il cedere all'errore per il valore (falsato) dell'accoglienza e della "compassione"; ma ciò è falso: le cose vanno chiamate per nome e Dio ha messo nel cuore dell'uomo la capacità di discernere già secondo morale naturale.
In sostanza in nome della tenerezza e dell'accoglienza non si può confondere o annacquare la verità.

Occorre invece prendersi realmente cura del fratello dicendo e agendo secondo giustizia, secondo morale naturale e secondo la pienezza dei comandamenti di Cristo. 

Non si è solidali senza Verità, non si è compassionevoli senza passione e chiarezza. Non si diluisce la verità dei comandamenti di Dio per "accattivarsi" il prossimo e le masse. Quando giochiamo "politicamente" con i valori di morale naturale e poi magari con quelli di fede lo facciamo in genere per mascherare e coprire le nostre magagne, i nostri difetti e fuggire costantemente dalle nostre problematicità; spesso per giustificare i nostri vizi e peccati.
Siamo noi che non vogliamo convertirci e, magari, strutturati nell'errore, trasciniamo altri fratelli o sorelle nell'errore e nella perdizione.
Il nocciolo della questione è questa: i Principi e i Valori che scaturiscono di Principi giudicano anche noi e non ne siamo proprietari ma soprattutto servi e poi, anche, custodi. E questa è profonda Misericordia e Tenerezza perché tale consapevolezza ontologica ci immette in un moto di Fiducia divina in cui siamo realmente amati non solo per ciò che siamo ora, in questo luogo e in questo stato esistenziale, ma per ciò che possiamo essere trasformati dalla Grazia e nella Grazia. Così come il Padre da sempre ci visti e amati nel Suo Figlio diletto.


Essere pervasi di tenerezza significa anzitutto essere discepoli di Dio e della Chiesa, non cercare la vanità delle proprie opinioni ma costruirsi un'opinione nella luce del vangelo e del magistero illuminato della Chiesa.
"Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti."

Occorre dunque "entrare" nel cuore di Dio in ginocchio, dentro e fuori, per capire Dio e la Sua Tenerezza.
Abbassare i monti della superbia e colmare i vuoti del terrore e del disordine.
Non si comprende Dio e le sue ragioni con il cuore colmo di vendetta e di rancore, con le paralisi degli idoli e delle difese, ma si comprende Dio svuotati totalmente con il cuore umile e pronto al servizio.


La carità, dunque, lega senza costringere, unisce, crea ponti, anche quando, per amore di verità, crea distanze.
La carità si prende cura dell'amico e del nemico con tutti i mezzi che ha; la parola, il silenzio, la preghiera, il digiuno, l'offerta e la ferialità, la sovrabbondanza del perdono.
Nessuno può iniziare un cammino di Dio se non cerca di avere il cuore svuotato dalla rabbia e non cerca di essere slegato dalle catene del rancore. Verso sé stessi, verso i propri genitori, verso la propria storia.
La carità infatti unisce l'uomo all'uomo e unisce l'uomo dal di dentro; lo risana mentre egli cammina e risponde all'invito di Dio:
"Dov'è tuo fratello?".
Si guarisce camminando e camminando si guarisce.

Da ciò nascono gesti straordinari o feriali di grandezza nella carità. Nella cura della propria famiglia, dei propri cari e dei lontani. Degli amici e dei nemici. Nessun tetto diventa troppo stretto nella carità.
Persino la scomunica, cioè la notifica di chiarezza che la Chiesa fa davanti alle scelte di un fratello o di una sorella, è gesto di carità grande.
Perché se è vero che nella scomunica il fratello ha scelto di "stare" fuori dalla chiesa e dalla comunità, la Chiesa ha il dovere per comando di Cristo di pregare incessantemente per Lui e di mantenerlo comunque "nel recinto della Carità".
Dice infatti Gesù: "Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano."
Dunque non smettere, pur nella proclamazione di ciò che è vero e giusto, di pregare e di averlo nel cuore, perché egli, lo "scomunicato", non smette di essere tuo fratello e di questo Dio ne terrà conto.
La Chiesa nel proclamare la scomunica fa anzitutto un servizio al fratello che sceglie di non essere in comunione oltre che un servizio alla verità e alla carità.

Lo pone davanti a Cristo giudice misericordioso.
Questo servizio la Chiesa lo fa non sentendosi "migliore" ma "spezzandosi" e soffrendo interiormente nel fare chiarezza; sarebbe infatti molto più semplice dire: vabbè chiudiamo gli occhi, cosa vuoi che sia, tacciamo e tutto si aggiusterà.
Mentre ci vuole molta più forza e soprattutto più amore nel ribadire la chiarezza che viene da Cristo con l'umiltà dei servi; anche se questa ci pone controcorrente.
La Chiesa, in quanto istituzione e anche in quanto comunità di battezzati non può e non deve cedere neanche un passo alla commistione con il peccato e soprattutto all'errore, che, per certi versi, è peggio del peccato.
La carità tuttavia muove a quel desiderio che ardeva nel cuore di Paolo : "Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne" (Rm. 9,3)
Prendersi cura del fratello dunque non è solo un gesto di solidarietà e di sussidiarietà ma un gesto in cui ci si pone assieme davanti a Cristo Via Verità e Vita senza sconti e con il cuore carico di amore.
Un gesto che porta il peccato dell'altro, nascondendolo per pudore spirituale, ma non per giustificarlo; mai.

Se è vero quel che diceva Francesco: non volere - cioè non esigere - che i tuoi fratelli siano cristiani migliori, è però vero che tu devi e puoi desiderare di convertirti ogni giorno e desiderare che i tuoi fratelli siano cristiani migliori. Desiderio e non pretesa.
Il desiderio porta a gesti concreti non solo di solidarietà ma di cammino nella verità; non assume compromessi etici ma si nutre della fantasia nello Spirito per desiderare e cercare il meglio per il fratello alla statura di Cristo.
Come diciamo spesso non bisogna confondere l'incarnazione con l'impantanamento; il principio di gradualità con la gradualità del principio. 
Ci si sporca le mani giustamente solo se non si fa connivenza con il peccato e se non si fa intima connivenza con l'errore che viene da satana. Se non si fa connivenza con l'accidia pastorale.
Ecco che la carità senza verità non è amore e che la verità senza carità non è vera.
Entambe si compenetrano e sgorgano da Cristo e li siamo tutti a scuola, tutti discepoli.

Tutti figli della Chiesa, che è madre e maestra;
tutti bisognosi di "guadagnare" ogni fratello a Cristo. 

Paul Freeman