In ricerca all'epoca della rete
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Il 29 e il 30 novembre si svolge a Roma Il convegno "Storie e memorie. Illusioni d'immortalità?" organizzato dall'Associazione Archivisti Ecclesiastici.. Pubblichiamo stralci della prolusione tenuta dal vescovo prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano e di una delle relazioni.
Il rapporto archivi-storiografia - che è come dire memoria, o gran parte di essa, quella scritta, e storie - non è una tematica che si possa considerare nuova, ma ripensarla senza preconcetti, con obiettività e con confronti aperti, può forse giovare. Da Giorgio Cencetti(1908-1970) - nel secondo dopoguerra - a oggi si sono venute chiarendo meglio le vicissitudini legate alla formazione degli archivi, le loro possibilità e le lacune (volontarie o involontarie), quindi le domande che lo storico può porre nella sua ricerca ai loro scritti e documenti.
Accanto a vecchie linee di ricerca, la storiografia degli anni Sessanta- Settanta del Novecento percorse strade nuove: sorse la cosiddetta storiografia quantitativa, diffusa soprattutto in America e in Francia, ma presente anche in Italia; Jacques Le Goff poté parlare, nel 1980, di nouvelle histoire, che costrinse gli archivisti a ripensare gli archivi e il loro valore, il loro contributo alla ricerca storica, dato che si assisteva a quella che, forse con troppa presunzione, fu detta la "rivoluzione documentaria", in base alla quale bisognava stabilire una nuova gerarchia dei documenti d'archivio, nessuno dei quali veniva giudicato "innocuo" o "neutro" e per se stesso veritiero.
Il recupero delle memorie storiche avviene oggi con una più larga abbondanza di fonti, scritte e non scritte. Tornando agli archivi come custodi e fonti di memorie storiche, quale che sia il valore che di volta in volta si voglia loro attribuire, naturalmente anche in forza della sedimentazione degli scritti, della loro origine o della eventuale selezione, non possiamo ignorare un deciso progresso della loro accessibilità compiuto a partire dal secondo Novecento. Se un tempo era raro il caso di una nobildonna disposta a ricevere nella sua villa un ricercatore e ad aprirgli senza timori il più o meno ricco archivio di famiglia; oppure un canonico, un parroco, un rettore di confraternita o di pie unioni propensi a schiudere le porte degli archivi cattedrali, o gli armadi che custodivano gli scritti parrocchiali o confraternali, questo oggi - salvo eccezioni, dovute più che altro a ingiustificate gelosie - più non accade. Negli ultimi decenni dello scorso secolo notevoli progressi sono stati compiuti per la notifica degli archivi di pubblico interesse, tanto in ambito civile quanto ecclesiale, con tanto di leggi statali ed ecclesiastiche. Checché qualcuno dica o scriva, la ritrosia, i timori o peggio la volontà censoria degli archivisti, dipinti a volte alla stregua del violento "venerabile Jorge", bibliotecario de Il nome della Rosa, non trova rispondenza nella realtà.
Al contrario, si assiste semmai - trascinati dalle possibilità di quella che con dire fideistico si chiama "galassia internet" - a una volontà degli archivisti, o di molti archivisti, di aprire ormai tutte le fonti degli archivi e di metterle a disposizione del pubblico, il quale si dubita che questo chieda e che sia in grado di utilizzarle con competenza e profitto scientifico. Così si potrebbe pensare che mai, come ai nostri giorni, grazie alla "rete", nuovo ambiente di comunicazione", la memoria e le memorie siano a portata di tutti, quasi senza sforzo, sicché ognuno, dal proprio computer, potrebbe (almeno come ipotesi) scrivere la "sua" storia. Il moderno operatore "in rete", quando usa fonti di archivio disponibili in tale forma, si pensa che operi, mediante le sue scelte, né più né meno che come il ricercatore classico prima dell'avvento della "rete"; come quello, a seconda dei contesti, dei paradigmi espliciti o sottintesi su cui vuole basare il suo lavoro, delle tematiche da approfondire, dei metodi con cui affrontarle, sceglie le sue fonti e pone a queste domande sempre più ampie e particolari e le affronta, a suo parere, con obiettività.
Ma anche nella miracolistica "rete" qualche pesce può restare impigliato, forse a sua insaputa. Infatti, come il vecchio ricercatore, ignaro della formazione degli archivi e della storia delle istituzioni che li hanno prodotti, si rivolgeva sicuro a questo più che all'altro inventario, a tale o tal altro fondo, e ne traeva quelle che credeva le fonti necessarie e sufficienti per la sua disamina storica, senza accorgersi degli intrecci che intimamente legano fra loro fondi o archivi diversi, e pertanto anche diversi inventari; così il moderno argonauta consulta con avidità e con piena fiducia i siti di molteplici archivi e da quelli trae linfa per le sue narrazioni storiche, magari pubblicate sulla rete stessa. Egli forse ignora che nelle descrizioni d'archivio offerte in rete vi è sempre - come già nei vecchi inventari - la mediazione dell'archivista, il quale sovente è costretto dai programmi informatici del web, più di quanto lo fosse dai vecchi inventari, a incasellare gli scritti archivistici entro le camicie di forza della descrizione informatica predefinita; e ciò anche quando voglia rispettare le famose norme Isad (International Standard Archival Description), Isaar (Internation Standard Archival Authority Record). Ma non solo questo: lo storico che si reca negli archivi - luoghi confusi e forse frustranti per i principianti - possiede (salvo eccezioni) una certa esperienza nella ricerca e una intelligenza archivistica esperta, nonché una conoscenza sul campo. Tutto questo manca al normale fruitore del web, tanto che diverse ricerche che si sono condotte sul pubblico che consulta gli indirizzi internet degli archivi, hanno evidenziato trattarsi di persone di media cultura, con la forma mentis del web e, quando va bene, presentano uno schema mentale formatosi in ambiente bibliotecario. Costoro, che sono poi la grandissima maggioranza degli utenti web, hanno serie difficoltà addirittura a comprendere il termine "fondo", con quel che ne consegue. Né, d'altra parte, è agevole per alcuno districarsi nella situazione frammentaria di iniziative di descrizioni archivistiche presenti in rete (alcune addirittura in contraddizione con altre); situazione che spinge sempre più a cercare un sistema informatico unitario per gli archivi. Il pericolo però è evidente: nello sforzo di voler rendere realtà complesse quali sono gli archivi in un linguaggio semplice e univoco in favore degli utenti, il livello descrittivo si abbasserà, le informazioni tecniche delle realtà documentarie complesse cederanno il passo a standardizzazioni semplificative, con la conseguente perdita di vista della medesima realtà degli archivi e dei loro fondi.
Appare così evidente che, malgrado altisonanti proclami sul recupero della memoria, sulla rilevanza della memoria identificativa dei popoli e delle civiltà, il recupero del passato e del sapore del tempo riesce ai moderni assai difficile. Essi sovente conquistano una piccola isola della conoscenza storica e par loro d'aver assoggettato un continente.
La vastità o la modernità, o ancora la facilità d'uso dei mezzi moderni per recuperare la memoria con i documenti d'archivio, anche con la rete, non garantiscono affatto della validità, della solidità o della affidabilità delle storie che si scrivono. Forse ancor più che nel passato il convulso vociare di storia e di memoria, a noi contemporaneo, impone censure e a volte manipolazioni, l'esaltazione di questi a danno di quelli, secondo ragioni che poco hanno a che fare con il recupero di quella che con troppa enfasi si dice "memoria condivisa" e che condivisa non è. E quand'anche si giungesse a recuperare dalla storia e dal tempo una memoria collettiva positiva in mezzo a fermenti sociali, ideologici o politici, o anche ecclesiali, non è da credere che essa possa fungere da analgesico. La conoscenza storica per se stessa se da una parte appaga, dall'altra genera sempre inquietudini e sete di ulteriore conoscenza, raggiunta la quale, a dispetto delle più copiose fonti, scritte e non scritte, si torna a ricordare o rileggere i medesimi avvenimenti sotto ottiche nuove, dato che il recupero della memoria è sempre dettato dalle esigenze e dalle pulsioni del presente e dello storico.
Ragione di più per curare, conservare e illustrare sempre meglio, e senza preconcetti od ottiche di interesse, quella preziosa parte della memoria che è costituita, tanto nel passato quanto nel presente, dagli archivi.
(©L'Osservatore Romano - 29-30 novembre 2010)