Fedele a Dio mai al Fascio
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Piero Ignazi - Francesco Ruffini, senatore del Regno e ministro della Pubblica istruzione fu uno dei maggiori studiosi di Diritto ecclesiastico, autore di un fondamentale saggio su La libertà religiosa in Italia. Storia dell'idea (1901). Ma soprattutto fu uno dei tredici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo. Un Paese "senza" come il nostro fa bene a ricordarlo (con un'ampia "Introduzione" di Francesco Margiotta Broglio) e a riprendere le sue riflessioni affidate al «Corriere» di Luigi Albertini tra il 1912 e il 1925. Su quelle colonne e nelle lettere inviate all'amico editore, Ruffini commenta la faticosa tenuta delle libertà e della laicità dello Stato, insidiate dai fanatismi delle nuove ideologie e del vecchio clericalismo. L'incalzare del fascismo è visto sotto la lente particolare, e illuminante, dell'attacco alla libertà religiosa e allo Stato laico. Le leggi liberticide sulla stampa del 1924 introducono infatti il reato di vilipendio alla sola religione cattolica, erigendola esplicitamente a «religione di Stato». In un articolo, il 17 luglio 1924, Ruffini individua nel discorso pronunciato pochi mesi prima da Giovanni Gentile, le premesse dell'attacco: «Uno Stato che non si interessa alla religione non è Stato; non è lo Stato che vuole essere lo Stato italiano … In Italia se lo Stato è coscienza nazionale, coscienza dell'avvenire in funzione del passato, coscienza storica, esso è coscienza cattolica. Gli italiani perciò che vogliono essere italiani… conviene che si rivolgano alla loro religione». Da ciò Ruffini consegue che: «gli acattolici e gli agnostici sono posti fuori dalla Nazione e dal loro Stato». In sostanza, senza laicità non c'è libertà, solo tolleranza. Lo Stato laico è lo Stato di tutti. Lo Stato confessionale predilige alcuni ed emargina altri. Considerazioni tuttora valide?
È passato quasi un secolo da allora. Ripensando a quelle pagine coraggiose e fiere viene da chiedersi quanto siano diffusi i principi dello Stato laico, oggi. A questo interrogativo risponde una approfondita indagine sulla religione in Italia curata da Franco Garelli. Tra i tanti temi di questa interessantissima ricerca, vi è anche quello sui rapporti tra Stato e Chiesa e sul ruolo della Chiesa nello spazio pubblico nazionale. Ruffini sarebbe rimasto amareggiato nel vedere che più di un terzo (38%) degli intervistati ritiene che lo Stato, pur rispettando tutte le confessioni, debba "valorizzare" quella in cui si identifica la maggioranza della popolazione. Per costoro lo Stato deve quindi farsi parte attiva per diffondere e sostenere le posizioni della Chiesa cattolica, dall'imposizione del crocefisso nei luoghi pubblici all'indottrinamento religioso nelle scuole, dal sostegno alle scuole private agli interventi legislativi in sintonia con le indicazioni della gerarchia. Per fortuna, però, la maggioranza ha un atteggiamento diverso, che oscilla dalla neutralità attiva, in un rapporto di collaborazione ma di separatezza con lo Stato, a quella passiva, in un rapporto di stretta separatezza. A questi si aggiunge un 20% che vuole «contenere la presenza pubblica delle religioni» affinché il vivere civile sia informato dai valori laici, da tutti condivisi.
Sarebbe comunque fuorviante pensare che i cattolici più ferventi siano quelli più tentati dall'integralismo e dal clericalismo. Tutt'altro: sono proprio i cattolici più assidui e convinti a volere una Chiesa "francescana" che rifiuti protezioni e vantaggi da parte dello Stato come, ad esempio, l'esenzione dell'Ici.
Il mondo cattolico è molto sfaccettato. E questa ricerca presenta i suoi diversi volti. Ad esempio, il rapporto degli italiani con la religione rivela che la quasi totalità degli italiani crede in Dio, ma ciascuno crede «a modo proprio», con modalità e riferimenti che a volte hanno ben poco a vedere con i fondamenti del cattolicesimo. Fino ad arrivare al paradosso dell'«appartenenza senza fede», cioè dell'adesione alla religione cattolica pur senza credere in Dio: un atteggiamento che coinvolge il 10% dei cattolici. Misteri della fede, è proprio il caso di dire.
Del resto, se la ragione principale per cui gli italiani credono rimanda alla «pressione ambientale», al fatto di essere nati e cresciuti in un ambiente cattolico, la fede e i fattori spirituali non hanno quella centralità che dovrebbero avere: «le due dimensioni della fede a cui le chiese, e in particolare quella cattolica, hanno attribuito una importanza complementare» – il rapporto intimo e soggettivo con il sacro e il carattere veritativo della religione, cioè l'essere l'unica vera fede – non coinvolgono che 1/3 dei fedeli. Questa "debolezza" della fede riemerge quando si vanno a sondare le credenze fondamentali. Qui «lo stato di confusione e di incertezza che regna nella mente di una parte di cattolici … o l'attenzione distratta alle verità religiose» conferma la tendenza a una adesione selettiva, a una sorta di religione à la carte, che ciascuno si confeziona sulla base delle proprie sensibilità e motivazioni. Tra le varie incongruenze, una ha un valore particolare: gli italiani credono assai più nell'esistenza del paradiso (71%) che dell'inferno (57%). Questo dato illumina un tratto profondo dell'antropologia della nostra Nazione, quello che intreccia la fuga dalla responsabilità con la speranza ottimista-fatalista che le cose vadano bene. Anche nella religione ci affidiamo più alla speranza salvifica che al timore delle conseguenze delle nostre azioni. Quanti episodi della nostra storia nazionale possono essere letti sotto questa luce!
© http://www.ilsole24ore.com/ - 22 gennaio 2012