La Bibbia letta con gli occhi di Agostino
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di NICOLA GORI Ha sentito la vocazione agostiniana quando era ancora giovane liceale a Malta. Sopraggiunta la guerra, ha dovuto prestare servizio nell’artiglieria antiaerea, ma questo non gli ha impedito di coronare quel sogno e di coltivare la sua passione per lo studio della Sacra Scrittura, di cui è oggi uno degli specialisti indiscussi. Insieme con l’allora priore generale dell’ordine, Agostino Trapè, nel 1969 ha fondato l’Istituto Patristico «Augustinianum », di cui è stato primo preside, lavorando anche come consultore della Congregazione della Dottrina della Fede negli anni in cui era prefetto Joseph Ratzinger. È padre Prosper Grech, religioso dell’ordine di Sant’Agostino, che verrà creato cardinale nel Concistoro del 18 febbraio. Alla vigilia dell’o rd i n a - zione episcopale — che gli sarà conferita mercoledì 8, nella concattedrale di San Giovanni, a Malta — p a d re Grech, in questa intervista al nostro giornale, ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera di accademico e di studioso.
Come è nata la sua vocazione agostiniana?
Fin da ragazzo sentivo qualcosa: probabilmente un richiamo, non meglio definito, alla vocazione religiosa. Poi sono andato a scuola e ho conseguito la licenza liceale. Sopraggiunta la guerra, insieme con mia madre avremmo dovuto raggiungere mio padre ad Alessandria d’Egitto, dove era in servizio. Ma sono cominciati i pesanti bombardamenti su Malta e non siamo potuti partire. Allora mi sono iscritto alla facoltà di medicina dell’università di Malta, ma l’esperienza è durata solo pochi mesi. Ricordo che all’università eravamo per metà studenti e per metà soldati. Io ero nell’artiglieria antiaerea e andavamo alle lezioni in divisa. Naturalmente, la guerra ti fa pensare tante cose: così ho riflettuto sulla mia vocazione, che già sentivo da piccolo. Mio cugino era agostiniano. Gli ho aperto il mio cuore. E così lui ha parlato con il provinciale. Nel 1943 sono stato accolto nell’ordine. È cominciata allora la mia vita agostiniana e devo dire che non mi sono mai pentito di averla abbracciata. Ho compiuto quindi il noviziato e i due anni di filosofia a Rabat in Malta, mentre per la teologia, nel 1946, sono stato mandato dal provinciale a Roma. Ho frequentato i quattro anni al collegio internazionale Santa Monica e l’anno supplementare alla Pontificia Università Gregoriana per la licenza. Infine, dopo la tesi, mi sono iscritto al Pontificio Istituto Biblico, dove ho conseguito la licenza e il dottorato.
Come è nata l’idea di fondare l’Istituto Patristico «Augustinianum»?
Alla fine degli anni Sessanta, al collegio internazionale Santa Monica c’era l’agostiniano Antonio Casamassa. Era un grande patrologo e un famoso docente. A quel tempo io ero al Pontificio Istituto Biblico. Parlando con padre Agostino Trapè, che allora era assistente del priore generale dell’ordine, gli chiesi se non era il caso di aprire un istituto patristico, sullo stile dell’istituto biblico e di quello orientale. Padre Trapè mi rispose che quella era sempre stata la sua idea. Fu così che nacque il progetto. Quando Trapè venne eletto priore generale, io ero segretario di monsignor Petrus Canisius Jean van Lierde, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano. Il nuovo priore generale mi chiamò e iniziammo a realizzare il progetto. La data ufficiale di fondazione è il 14 febbraio 1969. Il 25 luglio successivo la Congregazione per l’Educazione Cattolica emanò il decreto per il riconoscimento canonico. I compiti specifici prefissati erano quelli di offrire una specializzazione nello studio dei padri della Chiesa, perché si era avvertita da più parti una tale mancanza. Nonostante le indicazioni del concilio Vaticano II, i padri della Chiesa erano ancora poco conosciuti, perché gli studi si concentravano sulla sacra Scrittura e sulla teologia contemporanea. In realtà, per fare una teologia seria non si può partire direttamente dalla teologia del ventesimo secolo senza considerare quella dei primi secoli, altrimenti si rischia di perdere di vista la Tradizione. I padri sono testimoni della fede della Chiesa primitiva, che era più vicina agli apostoli. Il loro studio è essenziale. Inoltre, è uno studio interessantissimo, perché non si tratta solo di filologia, ma anche di storia della Chiesa dei primi secoli, di sociologia, di filosofia e di archeologia. Quindi è importante studiare i padri della Chiesa, perché il loro esempio, tradotto in termini moderni, può anche offrire un’ermeneutica specifica da applicare ai nostri tempi. Infatti, anche oggi viviamo in un mondo piuttosto lontano dal cristianesimo. E non è che i problemi attuali siano tanto differenti da quelli di allora.
Lei è stato membro della commissione preparatoria della costituzione apostolica Sapientia Christiana, sulla normativa delle università e delle facoltà ecclesiastiche. Di cosa si è occupato?
Sono stato nella commissione e, insieme con il cardinale José Saraiva Martins, mi sono occupato particolarmente della sezione sugli studi. A questo proposito, credo che questo documento oggi abbia bisogno di un po’ di revisione. Gli studi sono stati strutturati come si fa di solito: la filosofia, la teologia e poi almeno due anni di specializzazione teologica. Attualmente, però si sente un po’ la necessità di dare più spazio alla filosofia, anche per coloro che vengono dagli istituti di specializzazione e di preparazione. Questo perché siamo circondati dal pensiero debole e quindi molte volte manca una solida base metafisica. Che invece è di estrema necessità per la riflessione teologica. In qualche seminario, poi, la teologia generica non è adeguatamente studiata. Quando uno studente arriva nel nostro istituto senza il baccalaureato teologico, deve superare un esame di ammissione di licenza in teologia generica. Nei due anni o tre di specializzazione, anche indirettamente si consolida questa preparazione teologica. Credo però che una buona revisione sia necessaria, anche per adattare la costituzione ai problemi che oggi riguardano particolarmente alcuni Paesi. Consideriamo che nel frattempo sono sorte varie teologie ed ermeneutiche — come quella della liberazione e quella femminista — che possono anche risultare interessanti dal punto di vista della riflessione teologica: resta il fatto che il nucleo della questione è la teologica che potremmo chiamare “classica”, con i suoi diversi capitoli che possono applicarsi a questioni anche sociali. La cosa fondamentale è che se non si fa la teologia perennis, come si dice, c’è poco materiale sia per le specializzazioni, sia per la pastorale.
Da specialista di scienze bibliche, ha avuto modo di discutere di ermeneutica con Joseph Ratzinger?
Il cardinale Ratzinger è stato sempre molto preoccupato della questione del Gesù storico e del problema della demitizzazione posto da Rudolf Karl Bultmann. Il filosofo afferma che ciò che noi chiamiamo soprannaturale è un mito comune del primo e del secondo secolo. E deve essere interpretato alla luce della filosofia esistenzialista. Questo preoccupava molto il cardinale Ratzinger.
Cosa ricorda di più della sua collaborazione con l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?
Personalmente non è che incontrassi ogni giorno il cardinale Ratzinger. A presiedere le nostre consulte di teologia era quasi sempre il segretario del dicastero, anche se qualche volta venivo chiamato personalmente da lui. La prima impressione che ho avuto e che ho sempre mantenuto è che si tratta di un gentiluomo, intelligente, colto, educato e rispettoso. Sono stato nominato consultore nel 1984. Quando giunsi in Congregazione non avevo un settore specifico. Essendo un biblista e non uno specialista in patristica, mi venne affidato il compito di rispondere alle obiezioni dal punto di vista biblico. Nel dicastero giungono questioni giuridiche da risolvere e libri da esaminare. Ricordo che appena iniziato il mio servizio nella Congregazione, mi sono sentito come al primo anno di teologia: dovevo studiare di nuovo tutto quanto. Per fortuna, quando sorgono certi problemi ci sono già degli esperti molto bravi che danno un parere. Poi interveniamo noi e diamo un giudizio anche sull’autorità scientifica del parere degli esperti. Il voto dei teologi è soltanto un voto consultivo, perché c’è poi la consulta speciale dei cardinali e dei vescovi: il loro voto è decisivo ed è quello che viene presentato al Papa per la conferma.
Ricorda qualche episodio particolare della sua collaborazione con il cardinale Ratzinger?
Una volta mi chiamò per affidarmi l’incarico di visitatore apostolico per i seminari in India. A quel tempo, molti teologi indiani consideravano la nostra teologia tradizionale quasi come una teologia colonizzante, che veniva dall’Occidente e che doveva essere imposta anche all’Oriente. È vero che gli indiani, particolarmente nel pensiero indù, hanno una filosofia molto avanzata, forse anche molto più antica della scolastica. Certe questioni trattate nella scolastica, e anche in quella greca, erano state anticipate in qualche modo in quella indù. Questa filosofia ricchissima può essere utilizzata al servizio della teologia, come hanno fatto i padri della Chiesa usando la filosofia greca per arricchire la teologia. Naturalmente, quando si comincia a giocare con le parole sorgono i problemi. È capitato, per esempio, con il termine unique applicato a Cristo o alla categoria di avatar accostata all’incarnazione. Qualche teologo, inoltre, ha cominciato a dire che il cristianesimo è quasi un optional, compiendo di fatto una relativizzazione della religione. Si tratta di una posizione che ancora oggi persiste, anche se in forme molto meno accentuate. Gli indiani sono naturalmente liberi e vanno incoraggiati a sviluppare una teologia cattolica inculturata nel pensiero dell’India. Ma va sottolineato il fatto unico ed eterno della rivelazione di Dio in Gesù Cristo.
C’è qualche titolo tra le sue opere che le è particolarmente caro?
Abbiamo pubblicato una volta il primo volume della storia della teologia a cura del benedettino Basil Studer e dell’agostiniano Angelo di Berardino, un’opera non tanto sul contenuto storico teologico ma sulla metodologia. Ricordo di aver scritto un lungo articolo sul modo in cui si è sviluppata la teologia nel Nuovo Testamento, cioè sulla dinamica teologica del pensiero degli autori del Nuovo Testamento stesso. Un altro articolo che mi è rimasto impresso è quello scritto su Pietro per l’Enciclopedia dei Papi edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. La mia prima pubblicazione è del 1964 ed è dedicata alle idee fondamentali teologiche del Nuovo Testamento. Ho pensato di concludere questo percorso con un’altra sintesi della spiritualità del Nuovo Testamento, che è stata pubblicata in inglese da Eerdmans e che si sta traducendo in italiano per la Paideia.
Lei è membro anche dell’Associazione patristica internazionale. Di cosa si occupa?
L’Associazione patristica internazionale tiene ogni anno un congresso a Oxford, al quale partecipano le migliaia di iscritti. Il nostro istituto è sempre rappresentato in queste conferenze sia da religiosi, sia da laici e laiche. Io, che non sono un patrologo per formazione, mi sono scelto il campo che più mi piaceva, cioè la transizione tra i tempi del Nuovo Testamento e i tempi dei padri dalle origini del primo, secondo e terzo secolo. Ho dovuto cominciare a studiare di nuovo quasi tutto, ma poco a poco mi sono interessato molto alla materia. Devo dire che ho imparato anche dalle tesine che scrivono i nostri studenti e dalle tesi di laurea, oltre che dal dialogo tra i miei colleghi professori e gli alunni.
E nella Pontificia Commissione Biblica?
La Pontificia commissione biblica formula un documento su una materia specifica. Io sono entrato quando la Commissione stava studiando il problema del rapporto tra Bibbia e morale. A ciascuno di noi è richiesto di contribuire con un capitolo a questo studio. Così a poco a poco è stato completato un documento. A me è toccato il compito di tradurre il documento in inglese dall’italiano: compito difficile in quanto non è facile unificare venti contributi in stili diversi. Adesso, la commissione si sta interessando dell’ispirazione e della verità della Sacra Scrittura, argomento che sta molto a cuore al Papa. Ho preparato il mio contributo, ma non so se da cardinale potrò continuare a lavorare nella Commissione.
© Osservatore Romano - 7 febbraio 2012