Ancora quel nome
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Ancora quel nome. Pilato. Dopo la ormai celeberrima iscrizione rinvenuta a Cesarea e pubblicata nel 1961, che riportava nelle sue quattro righe semicancellate nomen, cognomen e titolo del quinto prefetto romano di Giudea, sembra adesso di essere di fronte a un nuovo, clamoroso ritrovamento. Si tratta, questa volta, di un anello di bronzo recuperato, insieme a molti altri oggetti di uso comune databili alla prima metà del primo secolo dell’era cristiana, nel sito dell’Herodion, vicino Betlemme, in una campagna di scavi di una cinquantina di anni fa. Su di esso, grazie a una particolare tecnica fotografica, solo ora è stato possibile leggere (senza ombra di dubbio, a quanto pare) il nome di Pilato, composto in lettere greche intorno alla raffigurazione di una coppa da vino, un cratere. A riferirlo è una fonte attendibile, una seria rivista di archeologia e di storia, l’«Israel Exploration Journal» nel suo ultimo numero: e la notizia è stata ripresa dalla più importante stampa israeliana (e dall’Osservatore Romano di ieri).

L’oggetto non sembra di fattura particolarmente raffinata, e non pare, almeno per ora, vi siano elementi che possano direttamente ricondurlo alla persona del governatore romano; né aiuta il luogo del rinvenimento. L’ipotesi che si tratti di un sigillo impiegato da Pilato resta plausibile; mentre il suo uso quotidiano e non riservato ad atti di particolare importanza potrebbe spiegare la relativa semplicità del manufatto. Né dovrebbe stupire il greco: la residenza ufficiale di Pilato era Cesarea, dove la lingua principale era appunto quella.