Un peccato di orgoglio?
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Mio figlio ha 32 anni e l’anno scorso si è laureato in Scienze Agrarie all’Università di Udine. Un po’ in ritardo forse e infatti quel giorno (indimenticabile per me e mio marito) era il più anziano tra quelli che discutevano la tesi di laurea. Voglio presentare giustificazione come spetta a un genitore: tre interventi al cuore per correggergli una tetralogia di Fallot (a due, sette e dodici anni) e una leucemia mieloide acuta con relativo trapianto di midollo, terapie ecc. (tra i sedici e i ventuno anni). Sì, perché Francesco è nato con una patologia che spesso è associata a cardiopatie e a neoplasie del sistema immunitario, è un ragazzo Down. Io e mio marito non ci siamo mai sentiti migliori di chi decide di abortire dopo aver saputo dalla amniocentesi che il feto è affetto da trisomia 21, solo Dio può giudicare. Ma in questi giorni, anche grazie al Foglio, ci è scappato un peccato di orgoglio. Lo confessiamo pubblicamente.
Nessuno tocchi Caino accetta di sopprimere sia Abele che Caino
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Non desidero, con questo mio commento, aggiungere altre parole sullo specifico caso di Milano che ha coinvolto due genitori e le loro due figlie. Una assassinata scientemente, l’altra per riequilibrare il piatto di una tragica bilancia della vita e della morte. E’ talmente incommensurabile il dolore che si può celare in un padre e in una madre dietro un simile duplice omicidio, che nessuno di noi, da spettatore esterno, può capirne realmente la portata e permettersi di entrare in merito alla faccenda. Eppure è come se qualcuno ci volesse costringere a tenere viva l’attenzione su un argomento che, altrimenti, continuerebbe silenziosamente ad uccidere: i dati parlano di una media di 130.000 morti l’anno, cifra spaventosa ma nemmeno realistica, perché al netto delle numerose interruzioni di gravidanza clandestine. Continua su L'Occidentale
Quando occorre difendere la Chiesa dei poveri
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