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padre-martina pAveva ascendenze garibaldine ma anche legami di parentela con la santa Camilla Battista Varano

di MARIA LUPI
Padre Giacomo Martina se ne è andato. Dopo tre anni e mezzo di malattia e di sofferenze, non si può dire che la notizia giunga inattesa, ma trova ugualmente impreparati. I ricordi si affollano alla mente, ricordi dello studioso, del maestro, ma anche ricordi più personali di una conoscenza durata quarant'anni, e iniziata sui banchi della Gregoriana. Si notava subito che era persona speciale, sia come religioso che come studioso e più lo si conosceva, più emergevano sfaccettature diverse, aneddoti personali e curiosità intellettuali.
Nato a Tripoli il 12 dicembre 1924, dove il padre era consigliere di corte d'appello, ma vissuto fin dai primi anni a Roma, presso la parrocchia di San Rocco a Ripetta, nel cuore della città antica. Entrato nella Compagnia di Gesù a quindici anni, seguì la lunga trafila della formazione gesuitica, gli studi filosofici e teologici, fino all'ordinazione nel 1953, ma si laureò anche in lettere nel 1950 presso l'Università La Sapienza di Roma.
 Ben presto gli furono affidati incarichi di insegnamento, prima nel seminario Leoniano di Anagni (1956) e poi all'Università Gregoriana (1964) nella facoltà di teologia e nella facoltà di storia ecclesiastica (1974). Per generazioni di studenti padre Martina è stato il professore per eccellenza di storia della Chiesa, soprattutto dell'età moderna e contemporanea. Ancora per generazioni di studenti, non solo della Università Gregoriana ma di molte altre università, anche statali, è l'autore del manuale, su cui si preparano: quella Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni, nata come semplice dispensa e cresciuta nel tempo, da un volume a quattro volumetti (1980), per arrivare ai quattro corposi volumi dell'ultima edizione (1993-1995). Pieni zeppi di riferimenti bibliografici e di spunti di approfondimento e di ricerca, ma anche metodologicamente efficaci nella chiarezza dell'esposizione e nella lucidità del ragionamento, essi tradiscono la passione e le simpatie dell'autore, ma nello stesso tempo sono esemplari per il rigore scientifico e la sapienza nell'uso della documentazione e della storiografia.
Il periodo del Risorgimento è stato il momento che più ha suscitato il suo interesse e la sua curiosità di storico fin dall'inizio. Non gli ho mai chiesto le ragioni di questa preferenza, ma non credo sia rimasta del tutto estranea alla sua scelta una vicenda familiare che raccontava spesso. Il bisnonno materno Giacomo Venezian, di cui portava orgogliosamente il nome, era stato un garibaldino ed aveva partecipato alla difesa della repubblica romana del 1849. Questo ricordo e queste radici lo divertivano molto anche perché in un certo senso rispecchiavano la sua personalità multiforme, non conformista e in fondo amante dei paradossi. Si può anche ricordare che il padre, di antica nobiltà marchigiana, discendeva dai Varano, famiglia che vanta nel suo albero genealogico una santa, Camilla Battista Varano (1458-1524).
Già il suo primo volume sul liberalismo cattolico e il Sillabo (1959), la traduzione dei volumi di Roger Aubert (1964) e l'opera Pio IX e Leopoldo II (1967) rivelano come Papa Mastai e la sua epoca fossero al centro dei suoi interessi di studioso, dal punto di vista sia degli eventi che del dibattito dottrinale e politico sui rapporti Chiesa-Stato.
Certamente però la sua opera più famosa è la trilogia dedicata a Pio IX, uscita tra il 1974 e il 1990, riguardo alla quale soleva dire: Iuvenis inchoavi, perfici senex. Effettivamente c'erano voluti molti anni per raccogliere la sterminata mole di documenti, con cui aveva ricostruito il pontificato piano, e per elaborarli con il suo caratteristico metodo che risentiva molto della sua vocazione di professore. La presentazione delle fonti e della bibliografia all'inizio di ogni tematica, ma soprattutto la sua sorprendente capacità di enucleare e sviscerare i problemi sottesi alle vicende ricostruite attraverso i documenti e di trasporli in efficaci sintesi, espresse magari in una serie di punti chiave o di scalette facilmente memorizzabili, si univano all'assoluta onestà e libertà di interpretazione e di valutazione dei fatti, degli uomini e delle idee, di cui metteva in rilievo magistralmente "luci e ombre".
Contemporaneamente comunque approfondiva anche altri temi e non restava distaccato dal mondo che lo circondava e dalla Chiesa del suo tempo, che lo vedeva partecipe e testimone attento degli eventi epocali che attraversava. Un volumetto piccolo, ma densissimo, come La Chiesa in Italia negli ultimi trent'anni (1977), scritto sull'onda dell'entusiasmo per la convocazione del primo convegno nazionale della Chiesa italiana del 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana, dove le sue capacità di mettere a fuoco i problemi si cimentavano con temi ancora scottanti come i rapporti tra Chiesa e Democrazia Cristiana nel dopoguerra e come i primi anni di recezione e applicazione del Concilio Vaticano II, già densi di eventi esaltanti, ma anche complessi e a volte contraddittori.
Dall'attualità, ma soprattutto dal suo grande amore per l'ordine a cui apparteneva, nasce anche la sua ultima grande opera, la Storia della Compagnia di Gesù in Italia dal 1814 al 1983 (2003). Anche qui la scelta coraggiosa di arrivare fino ad anni recenti, a tutto il generalato di padre Arrupe, fu forse considerata un azzardo o una scelta da incoscienti. Diversamente dai volumi su Pio IX il lavoro fu molto più rapido, anche perché il materiale era stato in gran parte raccolto in precedenza e l'autore aveva già avuto il tempo di "ruminarlo" e di interpretarlo. Si nota come la stesura proceda per rapide pennellate; a efficaci sintesi si alternano minuziose analisi su vicende particolari, quasi insignificanti, che sono però esempi e testimonianze di un mondo che appare molto più ricco e variegato di come in genere sia stato tramandato nelle opere degli storici.
Insieme a queste opere principali non si può però sottovalutare la miriade di articoli e acutissime recensioni, di contributi pubblicati su riviste e soprattutto in atti di congressi, a cui partecipava molto volentieri. Soprattutto era una presenza fissa ai convegni di storia del Risorgimento, dove discuteva con grande autorevolezza con gli storici laici italiani e stranieri presso i quali era molto stimato.
Ho pensato tante volte, durante l'anno appena trascorso di celebrazioni per i centocinquanta anni dell'Unità d'Italia, a cosa avrebbe detto padre Martina, a quali convegni avrebbe partecipato, quali nuove considerazioni avrebbe fatto sul rapporto tra Chiesa e Risorgimento. Ci è già molto mancato in quelle occasioni, e ancor più ci manca ora, ma i suoi libri continuano a parlare per lui e a noi professori di storia della Chiesa, che abbiamo preso da lui il testimone dell'insegnamento e della passione per la ricerca, resta il compito di continuare a far conoscere alle nuove generazioni di studenti della Gregoriana, ma anche delle università pubbliche, la sua lezione storiografica e la ricchezza degli insegnamenti di vita e di metodo che ci ha lasciato.
Non posso terminare però senza ricordare come l'impegno professionale e intellettuale fosse innestato sulla profonda spiritualità, con cui padre Martina viveva la sua vita religiosa e sacerdotale senza ostentazioni e senza sconti. Forse non a molti era noto che, all'attività accademica, alternava la predicazione di esercizi spirituali, in particolare a comunità religiose femminili, e che era molto attento alle realtà associative giovanili, quella fioritura di attività laicale nata dopo il concilio, a cui dedicava tempo e amicizia paterna.



(©L'Osservatore Romano 8 febbraio 2012)