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Nella tarda sera del 9 febbraio 2009, mentre il paese si stava mettendo a cena, silenziosamente s'è consumata la Tragedia Englaro. Perché d'una vera tragedia si è trattato; non si può mettere la testa sotto la sabbia, come degli struzzi, magari approfittando del "grande fratello"! Una tragedia che richiama l'Antigone di Sofocle.

"Pollà tà deinà koudèn anthrópou deinóteron pélei", recita il Coro dei vecchi tebani. "Molte le cose tremende, ma di tutte più tremenda è l'uomo". Tremendo, prodigioso, misterioso, l'uomo varca il mare in burrasca, consuma la terra aprendola con l'aratro, cattura gli uccelli dell'aria nelle spire delle reti e i pesci dell'acqua, doma con le sue arti le bestie selvatiche, piega al giogo il collo crinito del cavallo e quello dell'infaticabile toro montano. La parola si è data e l'aereo pensiero e le consuetudini civili. In tutto ingegnoso, armato d'ogni risorsa fa fronte al destino, rimedia a mali incurabili, con tecnica sopraffina ora al bene ora al male si volge. Solo all'Ade non scampa (332-363)!

Ma di chi è la tragedia? Non di Eluana come non di Antigone, sebbene attorno alle due giovani donne la vicenda si sia sviluppata e da esse prenda il nome, ma del Padre Englaro come di Creonte, il padre padrone di Tebe, e per loro tramite dell'uomo, di ogni uomo, del XXI° Secolo dopo Cristo come del V° Secolo avanti Cristo.

Se il dramma della studentessa ventenne si è consumato nell'incidente della notte del 18 gennaio 1992, la tragedia ha cominciato a delinearsi quando la prodigiosa tecnica medica della rianimazione

ha restituito al Padre Englaro un essere che non era integralmente vivo e che non era definitivamente morto. "Me misera - si lamenta Antigone  ridotta nella cella sepolcrale della sua strana tomba - né tra i vivi né tra i morti, agli uni e agli altri straniera" (847-852).

Da tempo la tecnica, prodotto straordinario dell'ingegno dell'uomo, che ne ha dilatato smisuratamente il dominio sul mondo, si trova desolatamente impotente a definire in modo accettabile lo stato dell'essere: dalla genuinità di una cosa alla vitalità di una persona. E per questo, non trovando soluzione scientifica, si rivolge al diritto, confidando in una soluzione giuridica.

Ai problemi insoluti della tecnica medica, in particolare, il diritto è venuto incontro con la definizione per legge (l. 578/1993, art. 1,1) della morte come "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Un legge, va detto, strettamente funzionale all'espianto di organi per i trapianti ma sulla quale molte perplessità si stanno addensando, anche alla luce di nuove esperienze scientifiche che, se non contribuiscono a meglio definire, in positivo, lo stato di morte, fanno ritenere, in negativo, del tutto insufficiente il criterio della  morte cerebrale; ne tratta con acutezza e serenità un giurista e filosofo assolutamente laico come Paolo Becchi, nel saggio di recente apparso

su Morte cerebrale e trapianto di organi. Una questione di etica giuridica.  E con la definizione per legge (art.32 Cost. ma anche l. 833/1978, art. 33) del "consenso informato" quale presupposto di liceità del trattamento medico-chirurgico. Disposizioni normative che certamente si radicano sulla inviolabilità della libertà personale del paziente ma che, va detto, sono funzionali alla configurazione della responsabilità del medico prima e più della stessa competenza professionale; se, infatti, escludono che il medico per la sua scienza abbia il "diritto di curare", stabiliscono che esso non possa essere chiamato a rispondere di nulla quando abbia messo il paziente in grado di compiere la sua scelta e ne abbia raccolto il libero consenso.

Malauguratamente al Padre Englaro, sconvolto dal dramma abbattutosi sulla sua casa e affranto dal dolore che ha investito i suoi più prossimi congiunti, non sono risultate d'aiuto né l'una né l'altra normativa. Non quella sulla morte cerebrale, perché il caso Eluana non vi rientrava: è straziante pensare che il suo medico di fiducia, il neurologo Defanti, sino all'ultimo ne abbia definito lo stato fisico come ottimo, "al di là della lesione cerebrale, Eluana è una donna sana. Mai avuto malattie, mai avuto bisogno neppure di un antibiotico". Non quella sul consenso informato, perché nel caso del ricovero di infortunati in stato d'incoscienza il medico deve provvedere al pronto soccorso indipendentemente dal consenso. Una scorciatoia giuridica si è profilata con la nomina del Padre Englaro a tutore della figlia interdetta, quella del ricorso alla "volontaria giurisdizione". E qui un precisazione tecnica è d'obbligo, per evitare tutti gli equivoci che il bailamme mediatico ha ingenerato.

Quella volontaria è un tipo di giurisdizione diretta non a risolvere una lite ma a gestire un negozio o un "affare", per la cui conclusione è necessaria la partecipazione di un terzo estraneo e imparziale, non consentendo la legge di procedervi privatamente. Nel caso il magistrato, appunto il terzo estraneo e imparziale, non decide alcunché semplicemente collabora con l'interessato allo scopo dell'attuazione del suo affare sulla base del suo volere. Per questo il provvedimento finale di tale volontaria giurisdizione, che non è una sentenza ma un decreto, non regola con stabilità un rapporto controverso né sancisce diritti soggettivi ma, sulla base di una valutazione di opportunità sempre rivedibile e quindi revocabile, autorizza rebus sic stantibus la conclusione dell'affare voluto dal ricorrente.

Come Creonte ritenendo che "la miglior cosa sia arrivare alla fine della vita rispettando le leggi stabilite" (1112-13), il Padre Englaro si è affidato a questa scorciatoia giuridica rimanendo inghiottito nella tragedia. Perché, per questa via, alla morte di Eluana, quella reale non quella convenzionale che le tecniche medica e giuridica non hanno potuto sancire, si è giunti per la volontà del padre e solo per essa, non essendo riferibile la decisione né a un giudice né a una legge. Bisogna essere seri: un'autorizzazione a fare non stabilisce né un diritto né un obbligo ma concede una licenza. E qui, tragedia nella tragedia, si è consumato per l'intreccio perverso delle procedure giuridiche l'assurdo della morte di Eluana per sua volontà, poiché al Padre Englaro è stata concessa licenza di procedere "all'interruzione del trattamento di sostegno vitale", eufemismo per dire di procedere alla determinazione della morte della figlia, sulla base della sua personale volontà.

La lettura della sentenza della Cassazione (n. 21748/2007), che ha stabilito i termini di attuazione di quella licenza, è tremenda in proposito. Per un verso si afferma tassativamente che "al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino nasogastrico: una pretesa di tal fatta - si precisa - non è configurabile di fronte ad un trattamento sanitario, come quello di specie che, in sé, non costituisce oggettivamente una forma di accanimento terapeutico e che rappresenta, piuttosto, un presidio proporzionato rivolto al mantenimento del soffio vitale" (8). Per altro verso si dice che il tutore "nella ricerca del best interest deve decidere  non al posto dell'incapace ne per l'incapace ma con l'incapace" (7.3).

Misera più misera di Antigone, "nella parte estrema della tomba, appesasi per il collo" (1220-21), nella quiete Eluana sarebbe andata alla morte con la presunzione della sua personale volontà.

Misero più misero del padre padrone di Tebe, il Padre Englaro, lasciato solo dalla tecnica medica come dalla giuridica, non parliamo di quella politica che ha solo strumentalizzato per altri fini l'intera vicenda, con la sua volontà ha condotto alla morte la propria figlia, magari per amore! Come non sentire nella sua disperata richiesta d'essere lasciato solo l'eco delle parole di Creonte: "Mai cadrà su altri mortali la colpa. È mia. Io, essere infelice, ti uccisi, ahimè; è verità. Servi, presto, portatemi via, portate lontano questo nulla" (1319-1325).

Spentesi le luci sulla vicenda e attutitesi le voci polemiche, all'uomo comune, sbigottito, spunta sulle labbra la domanda che tra loro i discepoli del rabbi di Nazareth si rivolgevano di fronte alla dura rappresentazione della vita: "Chi dunque potrà salvarsi?". Non si può prescindere dal mistero della risposta: "Agli uomini è impossibile, ma non a Dio. Perché tutto è possibile a Dio" (Mt 19, 23-26; Mc 10, 23-27; Lc 18, 24-27).

Non credo che si possa accampare la mancanza di fede per non riconoscere la precarietà delle soluzioni che si affidano alla volatile volontà dell'uomo, singolo o collettivo. Non credo che sia necessario un atto di fede per riconoscere che solo affidandosi ad un Amore superiore è possibile sopperire ai limiti del nostro povero amare. Non credo che ci si possa sottrarre alla propria coscienza che è, per usare le parole di uno che non ha avuto la "fortuna" d'incrociare Gesù Cristo, "quanto di più divino Dio a dato all'uomo" (Cicerone, De officis 3, 10, 44). 

Francesco Gentile

(Università di Padova)
© Comitato Verità e Vita