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francescani-1Il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Raoul Manselli ha fornito a un gruppo di studiosi, variamente legati all'insegnamento e alla memoria dello storico, l'occasione per rievocarne la figura. Dal volume che ne è scaturito - "Nisi granum frumenti...". Raoul Manselli e gli studi francescani (Roma, Istituto Storico dei Cappuccini, 2011, pagine 229, euro 21) pubblichiamo quasi integralmente l'introduzione del curatore e, a destra, alcuni stralci del primo capitolo.



di FELICE ACCROCCA
Il 20 novembre 1984 moriva Raoul Manselli, uno storico che ha segnato la medievistica del secondo Novecento. Nato a Napoli l'8 giugno 1917, Manselli si laureò nel 1938 sotto la guida di Ernesto Pontieri per poi divenire professore di ruolo nei licei; quindi nel 1946 entrò come allievo alla Scuola storica nazionale, dove venne a stretto contatto con il suo riconosciuto maestro, Raffaello Morghen. Nel 1953 conseguì la libera docenza in Storia medievale e nel 1954 iniziò la sua carriera universitaria: incaricato a Lecce, straordinario a Perugia, ordinario a Torino come successore di Giorgio Falco, fu infine a Roma sulla cattedra già occupata da Morghen, che egli tenne dal 1966 fino alla morte.

L'ingresso alla Scuola storica nazionale lo pose a stretto contatto con la figura di Pietro di Giovanni Olivi e con gli spirituali francescani, argomenti di studio che furono tra i suoi privilegiati e ai quali ritornava con frequenza. A entrambi dedicò ricerche profonde, pubblicate poi in volumi e saggi che hanno profondamente inciso sulla storiografia successiva. Quando - un paio d'anni or sono - chi scrive riunì in volume un certo numero di saggi dedicati ad Angelo Clareno, per trovare una chiave riassuntiva dell'esperienza religiosa del frate marchigiano non poté fare a meno di ricorrere proprio a un ossimoro coniato da Manselli durante uno dei primi convegni della rinata Società internazionale di studi francescani. In quell'occasione, infatti, Manselli caratterizzò Clareno per la sua "singolare posizione di ribelle tranquillo. Posizione che si potrebbe ritenere ambigua, se non nascesse invece dalla coscienza che la tribolazione, la persecuzione, la sofferenza, vanno collocate in un ambito e in una logica che ha la sua inevitabile giustificazione nel piano provvidenziale di Dio. Perciò, diversamente da altri, il Clareno non si è fatto capo di ribelli, ma ha piuttosto cercato di vivere francescanamente, come e dove poteva, spesso giocando sull'equivoco, sempre realizzando nella vita quello che era il suo ideale di francescano".
Nell'ultima fase della propria vita Manselli giunse a confrontarsi in modo diretto - e prioritario - con la persona dell'Assisiate e la sua esperienza religiosa. In tal senso, anche se alcune interessanti notazioni compaiono già nella relazione tudertina del 1960, si può dire che il confronto sistematico con Francesco cominciò a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Nel 1965, infatti, in una densa rassegna pubblicata sul primo numero della "Rivista di Storia e Letteratura Religiosa", introduceva in Italia i risultati conseguiti in Germania dalla ricerca su Francesco. Fu in quella occasione che annodò anche un'amicizia sincera con Kaietan Eßer, che perdurò fino alla morte del frate tedesco: a rivelarlo è una lettera poco conosciuta, anche se pubblicata ormai diversi anni or sono da Herbert Schneider, scritta dopo la morte di Eßer e indirizzata al guardiano e ai frati di Mönchengladbach.
In quell'occasione, esprimendo il suo cordoglio alla comunità per la perdita di un frate e di uno studioso tanto benemerito, Manselli tra l'altro scriveva: "Sono un laico, ma ho avuto a suo tempo la gioia e la soddisfazione di far conoscere agli italiani il merito e il valore del padre Eßer, per cui ebbe inizio un'amicizia e uno scambio di idee di cui sentirò in futuro ed a lungo la mancanza. Mi auguro di poter ora, dopo la sua morte, ancora una volta far comprendere la sua importanza nella storia degli studi francescani". Il 1980, durante il quale videro la luce la biografia di Francesco e il volume sulla testimonianza dei compagni del santo (Nos qui cum eo fuimus), appare in tal senso come un vero e proprio anno nodale. Tra i punti di forza della biografia manselliana furono, senza dubbio, le pagine dedicate al processo di conversione di Francesco, con la decisa valorizzazione del Testamentum: con lucidità egli enucleava il nocciolo
dell'intuizione religiosa del santo. Secondo Manselli, "il momento centrale della conversione di Francesco" non era stato "quello pauperistico, ma (...) il passaggio da una condizione umana ad un'altra, l'accettazione del proprio inserimento in una marginalità, l'ingresso fra gli esclusi, la cui caratteristica era, appunto, l'essere rifiutati da tutti per la loro condizione di orrore. Che di questi esclusi fosse anche caratteristica comune la povertà è un dato concomitante ed inevitabile"; ma non era stata la povertà "il fattore decisivo della conversione". Conversione, dunque, come capovolgimento di valori, come scelta dell'emarginazione quale via privilegiata per realizzare, nel profondo, la sequela di Cristo: sembrano sostanzialmente convergenti, anche se con accentuazioni e sottolineature differenti, le letture che della conversione di Francesco e della sua intuizione religiosa offrono Manselli e Miccoli. Si trattava, in ogni caso, di un'interpretazione che superava e sconvolgeva tante ricostruzioni del passato e che, ovviamente, suscitò le più disparate reazioni; ad esse Manselli rispose in un importante articolo, nel quale, tra l'altro, affermò: "Senza entrare in polemica con recensori ed interlocutori, mi sia permesso di ribadire che da nessuno mi è stata proposta un'alternativa, storicamente valida e fondata sulle fonti, quanto alla conversione di Francesco". Dopo trent'anni, sembra di poter dire che aveva colto nel segno.raul-manselli
Nonostante la sua produzione testimoni orizzonti vastissimi di ricerca, di fatto Manselli predilesse sempre la storia religiosa, trovandosi a proprio agio nel cogliere le inquietudini spirituali dei personaggi studiati, la loro aspirazione a una vita evangelica, le loro interiori vibrazioni, il loro anelito verso una radicale riforma della Chiesa. Tuttavia, quello che colpisce era la sua attenzione partecipe, la sua capacità di mettersi in ascolto per intendere le domande più vere degli uomini e delle donne fatti oggetto dei suoi studi. Emblematiche - e coraggiose, al tempo stesso - risultano alcune affermazioni che ritroviamo nell'ampia Introduzione premessa a una raccolta di saggi su La religiosità popolare nel Medio Evo, che egli curò per la Società editrice Il Mulino nel 1983: "Si guarda alla religione popolare attraverso gli occhiali di Gramsci o di Van Gennep, di Radcliffe-Brown o di Lévi-Strauss. È necessario, invece, avere il più possibile la mente aperta ad una comprensione anche affettivamente partecipe. Chi guarda alla religione popolare con la sufficienza di chi si sente superiore e la considera come una serie di superstizioni più o meno risibili, si preclude in ogni modo la possibilità di capire. Fin quando si considereranno, e mi riferisco all'oggi, degli scalmanati coloro che corrono con sulle spalle i ceri di Gubbio, o dei fanatici coloro che si flagellano a sangue nella processione del venerdì santo di Nocera Terinese, o una sciocca anche solo la pia donna che ogni mattina alle sette va alla messa, non si può discutere, e meglio farebbe a non occuparsi, di religione popolare". Una partecipazione affettivamente partecipe! Il che non voleva dire, per lui, rinuncia alle esigenze di un rigoroso metodo storico. Pur tuttavia, quella vigile partecipazione dava alle sue parole un fascino del tutto particolare e certe lezioni sono rimaste memorabili. Le sue pagine, invece, generalmente non raggiungevano l'eleganza di cui sapeva dar prova, ad esempio, il collega oltre che amico Arsenio Frugoni; ciononostante, anche attraverso lo scritto era in grado di far vibrare i lettori. Ricordo ancor oggi, dopo oltre trent'anni, l'emozione provata nel leggere i volumi sulle eresie del XII secolo, sulla Lectura super Apocalipsim dell'Olivi o quello sugli Spirituali e beghini in Provenza, per non dire dei volumi e saggi più specificamente dedicati a Francesco e alla questione francescana.

(©L'Osservatore Romano 21 luglio 2011)