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La storia non si cancella
È semplicemente ridicolo pensare che Benedetto XVI sia intervenuto
di Antonio Paolucci
Avrei immaginato che il restauro della Cappella Paolina venisse valutato e eventualmente criticato per ragioni tecniche ed estetiche. Succede sempre quando si interviene sui grandi capolavori della storia dell'arte. C'è sempre qualcuno che dice:  "Era più bello prima". Oppure, con motivazioni più professionali o pseudo-professionali:  "Hanno distrutto le velature" o "hanno rimosso le integrazioni a secco" o "hanno usato solventi micidiali" e via dicendo.
Chi come me ha seguito, all'epoca, il restauro della Sistina sa bene quali furiose polemiche sono state scatenate allora. Polemiche poi rientrate come ognuno  sa,  perché l'intervento di Gianluigi Colalucci negli anni Novanta del secolo scorso oggi è unanimemente ritenuto esemplare. Questa volta le cose sono andate diversamente. Di fronte all'intervento tecnico nella Cappella Paolina non ci sono stati che complimenti ed elogi.

Dal momento che io di mestiere faccio lo storico dell'arte e nella mia carriera mi sono assunto la responsabilità di interventi di restauro su opere di straordinaria delicatezza e di suprema notorietà (dalla Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova fino al Giotto di Assisi), degli apprezzamenti dei colleghi sono ovviamente contento.
Mai però avrei immaginato che qualcuno avesse avuto da dire qualcosa su una questione squisitamente storico-teologica come quella dei chiodi e del panno di san Pietro sulla croce. Non si può dire nulla perché non c'è nulla da dire, se non bene, sulla qualità del restauro, e allora saltano fuori i chiodi del povero san Pietro.
Il problema dei nostri giorni è la visibilità. Tutti ne hanno bisogno come dell'ossigeno. Ne ha bisogno l'illustre professore Frommel che pure è famoso per tanti assai cospicui meriti. Ne ha bisogno il bravo Maurizio De Luca, maestro restauratore dei Musei Vaticani, che con Maria Pustka ha portato a compimento la bella e degna impresa del restauro. Quanto all'articolista e al titolista del pezzo uscito sul "Venerdì di Repubblica" - articolo nel quale si adombra, nella conservazione dei chiodi e del "pannetto" di san Pietro, addirittura una bieca operazione controriformista e quindi reazionaria di Papa Ratzinger - beh, "questo è il giornalismo bellezza", verrebbe da dire. A noi che siamo vecchi del mestiere la cosa non sorprende.
Tuttavia, poiché rendere testimonianza alla verità è sempre e comunque un dovere, nel mio ruolo di responsabile primo di quel restauro oltre che di presidente della commissione internazionale di esperti che ha accompagnato e monitorato l'intervento in tutte le sue fasi, posso assicurare che le cose sono andate così.
Si è discusso naturalmente delle integrazioni post-michelangiolesche - forse  di Federico Zuccari o di Lorenzo Sabatini o forse più tarde - e si è deciso di non rimuoverle. Per la semplice ragione che sono testimonianze della storia, e la storia non la si cancella.
Diversa sarebbe stata la decisione se quelle integrazioni fossero state invasive e deturpanti se avessero offuscato e deformato la comprensione estetica dell'opera d'arte. Ma nel caso specifico questo non si dava, e quindi, in accordo con la moderna teoria del restauro si è optato per la non rimozione delle aggiunte tardocinquecentesche o seicentesche. Si è trattato di una decisione tecnica e quindi, di un dibattito che ha consumato le risorse dialettiche dei colleghi membri della commissione internazionale, ma nessun altro retropensiero di ordine teologico-politico ci ha sfiorato.
Il nostro mestiere di storici dell'arte ci obbligava a conservare le modifiche consegnateci dalla storia. Altri che hanno diverse competenze e fanno differenti mestieri, ci diranno, da storici, le ragioni di quelle modifiche.
Certo è che nella nostra decisione, da  me  totalmente condivisa, Benedetto XVI non c'entra per niente. È semplicemente ridicolo pensare che il Papa intervenga in una questione di teoria e prassi del restauro.

(©L'Osservatore Romano - 18 luglio 2009)