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Nel 1969 veniva pubblicato l’«Ordo celebrandi Matrimonium»

Il 19 marzo 1969, poco più di cinquant’anni fa, veniva pubblicato l’Ordo celebrandi Matrimonium. Quasi tutti gli altri Ordines e libri liturgici erano in cantiere presso il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.

Nella Sacrosanctum Concilium i padri conciliari avevano dato i principi basilari per la riforma anche di questo rito nell’ambito sia di tutto il rinnovamento liturgico sia in particolare di quello dei sacramenti. Il rito del titolo VIII del Rituale Romanum, senza pregiudizio di quanto stabilito dal concilio di Trento, compresa la facoltà di conservare riti proprii (sessio XXIV), e dal decreto di san Pio X Ne temere, che stabiliva la necessità della richiesta e accettazione del consenso dei contraenti da parte del sacerdote assistente, doveva essere arricchito (ditior fiat, SC 77) e la preghiera sulla sposa doveva essere riveduta (emendata, SC 78), in modo che ne risultassero più chiaramente la grazia propria del sacramento e i conseguenti doveri dei coniugi.

Il motu proprio Sacram Liturgiam prima e l’istruzione Inter Oecumenici dopo, avevano opportunamente normato la prima applicazione del rito, in particolare: la preferenza da dare alla celebrazione durante la messa, dopo l’ascolto della Parola di Dio nella lingua dei contraenti, e i due elementi che avrebbero dovuto essere sempre presenti, anche nel rito celebrato fuori della Messa: l’omelia e la oratio super sponsam.

Con l’apparire, nel 1964, dei primi commenti, non ufficiali, alla Sacrosanctum Concilium, qualche autore, anche se con la buona intenzione di suggerire possibili forme di arricchimento del rito, aveva dato avvio a sperimentazioni e iniziative personali che il Consilium, già nel giugno del 1965, fu costretto a dichiarare non concordi alla vigente legislazione liturgica e contrari al dettato stesso della costituzione liturgica (SC 22 § 3), prassi che purtroppo non cessarono di diffondersi negli anni seguenti creando abitudini non facili da correggere.

Il Consilium, mediante un suo gruppo di lavoro, aveva intanto iniziato l’opera di restaurazione con la coscienza dell’obbligo imposto dal concilio di dover rispettare la sana tradizione e insieme di aprire la strada al legittimo progresso, e si stava impegnando a raccogliere i frutti di un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale (cfr SC 23) relativa al sacramento del matrimonio, unita alla valutazione e senso di esperienze e concessioni già fatte dalla Santa Sede. Nell’aprile del 1967 tutto il lavoro era imbastito e nell’ottobre in una sessione plenaria del Consilium, terminò la discussione con l’approvazione del nuovo rito. La sua stesura comprendeva: i, i Praenotanda; ii, il rito, sia inserito nella messa che, III, fuori di essa; iv, il rito da utilizzare quando uno dei contraenti non fosse battezzato; v, testi diversi di letture bibliche e orazioni per la celebrazione. L’arricchimento riguardava così non solo la presentazione del valore, della dignità e della grazia del sacramento del matrimonio, ma anche lo scambio del consenso, arricchito con una esistente formula significativa, e rivedute le parole con le quali il sacerdote presente lo accetta a nome della Chiesa. E ancora la possibilità di scegliere fra vari testi biblici, formule di preghiera sulla sposa, e formulari per la messa e la benedizione finale. Testi ripresi dalla tradizione liturgica o da consuetudini di varie Chiese, o nuovi testi composti alla luce delle costituzioni conciliari Lumen gentium (nn. 35-41) e Gaudium et spes (nn. 47-52), come anche del decreto Apostolicam actuositatem (nn. 4, 11, 30). Varietà che era voluta per un maggiore adattamento alle differenti situazioni dei contraenti, come ad esempio quelle implicanti l’ecumenismo e il rispetto per altre religioni.

Nel proprio lavoro il Consilium si trovò di fronte ad alcune questioni più difficili di natura teologica: senso e valore della presenza del sacerdote nella celebrazione; o di natura pastorale: se ogni sacramento suppone la fede, nell’allora già esistente contesto di un mondo scristianizzato dove anche non pochi battezzati non riuscivano a vedere il senso di atti religiosi, ci si domandava se fosse opportuno negare loro il sacramento o almeno, a livello teorico, determinare quale fede fosse necessaria per sposarsi in Cristo. La soluzione di queste problematiche esulava dalla competenza del Consilium e furono chiarite con il contributo della Sacra congregazione per la dottrina della fede e dello stesso Paolo VI che, in pratica, confermò che agli sposi non si dovevano chiudere le porte della Chiesa, bensì aprirle.

Il Papa, che aveva già esaminato la prima stesura del progetto e che nell’agosto del 1968 aveva permesso che il rito fosse sperimentato anche durante la sua partecipazione al Congresso eucaristico internazionale di Bogotá, nel gennaio del 1969 esaminò un nuovo schema e dopo aver dato a voce altre disposizioni per la pubblicazione, il 17 marzo approvò le bozze di stampa. Dopo aver firmato nell’anno 1968 l’enciclica Humanae vitae il Papa si congratulava con il Consilium perché il nuovo rito del matrimonio offriva un impulso pastorale in linea con la sana spiritualità degli sposi, arricchiti dalla prole, con la visione del sacramento nuziale come reciproco aiuto nella loro santificazione e con la necessità di una esigente azione per la preparazione dei fidanzati alle nozze. Cose queste che restano ancora attuali come è stato sottolineato da Papa Francesco in Amoris laetitia e in Gaudete et exsultate.

Ma la prima pubblicazione di un Ordo rinnovato secondo il dettato del concilio confermò Paolo VIanche su un progetto, che stava considerando. Quello della opportunità di istituire un organismo autonomo che avrebbe dovuto e potuto sostenere le Conferenze episcopali nella vita liturgica. Il Consilium come tale stava ultimando i propri lavori. Il progetto divenne realtà in quel medesimo anno 1969 con la divisione della Sacra congregazione dei riti in due congregazioni distinte, una per il culto divino e l’altra per le cause dei santi.

L’esperienza maturata alla luce delle edizioni del rito del matrimonio approvate per le varie Conferenze episcopali e la pubblicazione del nuovo Codice di diritto canonico nel 1983, hanno reso necessaria, nel 1990, la seconda edizione tipica latina dell’Ordo celebrandi Matrimonium.

di Mario Lessi Ariosto



© Osservatore Romano - 5 gennaio 2020