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rvRubrica Gazzetta Santa Marta, mensile Jesus da fonte qui

Iacopo Scaramuzzi

Più che una lettura voluminosa, più che una conferenza pensosa, per capire com’è profonda la secolarizzazione, e come risponderle, vale la pena fare una passeggiata uditiva nell’archivio storico della Radio vaticana.
Ascoltare le voci dei Papi, grazie alla trasmissione quotidiana «Briciole di magistero», prestare attenzione alla loro evoluzione, è oltremodo rivelatore. Pio XII, di nobili origini, aveva una voce alta e ieratica, quasi dimentica delle folle, in grado di dominarle. Al contrario, quella contadina di Giovanni XXIII era accogliente e pastosa, benevola come fu il Concilio vaticano II nei confronti del suo tempo. Nella voce di Paolo VI, appassionata e cangiante, si intuisce lo sforzo colto di interloquire con il mondo, ma anche il nervo di chi paventa l’accomodamento, la tensione di chi contrasta il trambusto. La voce gentile di Giovanni Paolo I ha il timbro della primavera che si respirò durante il suo breve regno, canto di una riconciliazione promessa ma non compiuta. Ben diversa la voce di Giovanni Paolo II, e non solo per l’inflessione polacca: decisa, simpatica, teatrale, drammatica, ispirata, poi sempre più addolorata col progredire della malattia – ma sempre imperiosa. Benedetto XVI ha una voce raffinata come la sua teologia, altera come il suo temperamento, grave come il suo pontificato. E finalmente Francesco. Con voce calda, capace di impennarsi con ironia o smorzarsi in un mormorio meditabondo, il Papa regnante sembra rivolgersi sempre ad un interlocutore presente: una persona che sta lì, libera di andarsene, ma possibile da convincere; adulta, non indifferente; un’anima che può fare a meno del cristianesimo, o essere attratta dalla sua bellezza; e decidere, seguendo quella voce, di convertirsi.