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Intervento di S.E. Mons. Agostino Marchetto alla presentazione del libro:

"L'Europa nell'età dell'incertezza"

Roma – 17 dicembre 2019

Nel resoconto di un dialogo fra diplomatici ho letto di recente che, se abbassiamo la guardia sulle palesi violazioni dei valori europei da parte di Stati già membri, corriamo il rischio di perdere l’anima, come Faust, cioè di lasciare da parte il carattere costitutivo dei valori e dei principi che ci “fanno Europa”.

E proprio su valori e principi vorrei intrattenervi brevemente, a partire dal mio contributo a questa pubblicazione su "L'Europa nell'età dell'incertezza".  Esso porta il titolo: "Europa, Mediterraneo e Continente africano. Interculturalità e fattore religioso: una sfida".

Si tratta qui di valori – anche morali – se si è giunti ad affermare, pure a Wall Street, nell'agosto di quest'anno, che non esiste il dogma della moltiplicazione dei profitti, mentre Papa Francesco, al Consiglio per un capitalismo inclusivo (lo scorso 11 novembre), ha di nuovo proclamato che "non v'è economia senza etica", nella convinzione, sempre più diffusa, che la democrazia sia necessaria ma non sufficiente.

In effetti si diceva che l'economia di mercato si aggiusta “automaticamente” per il bene di tutti, ma oggi questo non sembra più vero, ammesso che prima lo fosse stato. Vi propongo alla fine di questa "ouverture" una domanda problematica, e, cioè, se proprio circa i conflitti sui valori, l'Unione Europea non sia impreparata a farvi fronte.

Parlando di valori eccoci giungere alle culture e alle civiltà e alla necessità che esse dialoghino. Sulla stessa lunghezza d’onda è stato l’incontro recente, più centrato peraltro sulle tre religioni monoteistiche per eccellenza, ad Abu Dhabi, cosa assai rilevante se teniamo presente che il nostro tema è "Europa, Mediterraneo e Continente africano", con atterraggio nella interculturalità e nel fattore religioso.

Ogni persona, infatti, è «segnata dalla cultura che respira attraverso la famiglia e i gruppi umani con i quali entra in relazione, attraverso i percorsi educativi e le più diverse influenze ambientali, attraverso la stessa relazione fondamentale che ha con il territorio in cui vive» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata della Pace 2001, n. 5).

Tale processo, però, è dinamico, dove «non c’è alcun determinismo, ma una costante dialettica tra la forza dei condizionamenti e il dinamismo della libertà». La cultura quindi, espressione «dell’uomo e della sua vicenda storica, sia a livello individuale che collettivo» (ibid.), non è qualcosa di fisso ma è aperta a modifiche, grazie alle esperienze vissute. C’è un’apertura dunque.

I contatti tra le varie culture, perciò, necessariamente, portano a una certa interculturalità, anche se l’incontro tra persone di cultura diversa spesso può innescare un conflitto d’identità.

Il nuovo ambiente rende, cioè, l’immigrato più consapevole di chi egli è, dei valori propri, di ciò che dava senso alla sua vita nella società d’origine. Gli autoctoni, da parte loro, sono messi a confronto con l’identità altrui.

Occorre dunque trovare «il giusto equilibrio tra il rispetto dell’identità propria e il riconoscimento di quella altrui» (Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005, n. 2).

Così, da un lato, occorre saper apprezzare i valori della propria cultura, dall’altro è necessario riconoscere che ogni cultura, «essendo un prodotto tipicamente umano e storicamente condizionato, implica anche dei limiti» (Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale della Pace 2001, n. 7). Orbene  penso che tutto questo non valga solamente per le persone ma anche per i vari Paesi, e sia pure da tener presente trattando il tema oggetto della nostra riflessione.

Ma quale deve essere allora il rapporto tra la cultura della maggioranza e le culture delle minoranze, o, il nostro “Sitz im Leben” oggi, fra i Paesi che formano l’ Europa, con legame al Mediterraneo e al Continente Africano?

«La via da percorrere – afferma Giovanni Paolo II ancora per tale Giornata circa i Migranti (n. 2), – è quella della genuina integrazione, in una prospettiva aperta, che rifiuti di considerare solo le differenze tra immigrati ed autoctoni». Si mira, infatti, a formare, con il contributo di tutti, «società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini» (GMMR 2005, n. 1). Le culture, del resto, appaiono «espressioni storiche varie e geniali dell’originaria unità della famiglia umana» e occorre salvaguardare sia le loro peculiarità sia la loro reciproca comprensione e comunione, secondo il modello di Dio Uno e Trino (cfr. G. P. II, 2001, n. 10).

Avviene così un arricchimento reciproco e la società si trasforma in un mosaico, dove ogni cultura ha il suo posto nel comporre una figura sempre più bella, nella molteplicità delle culture, secondo il primordiale disegno d’unità della famiglia umana (cfr. ibid.).

Mutatis mutandis possiamo applicare ciò al tema di studio da me scelto in questa pubblicazione. In effetti, quando parliamo di integrazione non è forse essa un concetto che ci viene in mente nell’affrontare l’oggetto della nostra riflessione odierna? Una qualche forma di integrazione, e io aggiungerei integrale senza fare bisticcio di parole, ma per aggiungere un aggettivo necessario.

La vera integrazione quindi si realizza per esempio là dove l’interazione tra gli immigrati e la popolazione autoctona non si verifica soltanto in campo economico-sociale, ma altresì culturale. Ambedue le parti, comunque, devono essere disposte a farlo, giacché  motore dell’integrazione è il dialogo (v. il filo rosso di tutti i documenti di  People on the Move, del dicembre 2004, n. 96, pp. 37-51).

Continuando nel passaggio da una situazione interna a un Paese a quella internazionale, ricordo che ai migranti e ai rifugiati, il V Congresso Mondiale della pastorale specifica a essi relativa, tenutosi a Roma nel mese di novembre 2003, fa così un appello affinché «aiutino i propri figli e nipoti nei loro sforzi verso una piena integrazione nel Paese di accoglienza, preservando nel contempo la loro identità culturale» e perché «apprezzino il Paese d’accoglienza e ne rispettino le leggi e l’identità culturale», fino ad amarlo.

Al tempo stesso, il Congresso chiama la società civile e i suoi singoli membri ad «apprezzare le origini culturali di ogni persona, e a rispettare le diverse abitudini culturali, nella misura in cui non contraddicano i valori etici universali inerenti al diritto naturale o ai diritti umani» (gli Atti sono pubblicati in  People on the Move, n. 93 del dicembre 2003).

L’ integrazione è dunque un progetto a lungo termine - è “progressiva” e coinvolge tanto i migranti quanto gli autoctoni - in un «clima di “ragionevolezza civica”, che consente una convivenza amichevole e serena» ( Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005, n. 3).

È la prima volta – notiamolo – che il Magistero usa questa espressione: “ragionevolezza civica”. Quando si riconosce il benefico contributo, che la presenza dell’immigrato – con la sua cultura e i suoi talenti – può donare alla società ospitante, egli stesso è più motivato a cercare un alto grado di interazione con tale società di accoglienza. È allora che si verifica una sana integrazione interculturale. Anche in questa prospettiva, mutatis mutandis, applicare su scala internazionale e continentale il criterio della ragionevolezza civile è fondamentale.

Settore critico dal punto di vista della costruzione della fiducia, anche in chiave differenziale, è dunque quello delle migrazioni. Le urgenze oggi - attesta un esperto - sono legate alla capacità di registrare i migranti, di controllarne i movimenti secondari e di promuovere una solidarietà reale e non teorica, quale vera e concreta condivisione delle responsabilità rispetto al fenomeno.

L’Europa deve in realtà aspirare a considerare le cause profonde delle migrazioni. Urge creare una rete di rapporti con i Paesi di provenienza e transito dei migranti e impostare rapporti più complessi dei semplici accordi di rimpatrio, con incentivazione del controllo legittimo delle proprie frontiere e della reintegrazione degli stessi migranti. Gli Stati di provenienza hanno  interesse - lo penso - a stipulare partenariati.

Varrà comunque qui rilevare quanto ricordato d'inizio nel resoconto di un incontro fra diplomatici "sul punto di vista fattuale e cioè che i demografi prevedono il venir meno in Europa di 25 milioni di lavoratori da qui al 2050.

Si tratta di una cifra che mette a nudo l’assenza totale di una vera e propria politica migratoria dell’UE.

Al di là di Dublino e dei rifugiati, e dei casi ad essi equiparati (penso ai minori non accompagnati, ai soggetti in schiavitù, alla tratta e al traffico di esseri  umani, e via dicendo) sui quali essa ha di fatto cercato di impostare negli anni scorsi la propria politica nei confronti dell’afflusso di migranti, ricordo che il Trattato di Lisbona offre già una base giuridica solida per fronteggiare la crisi migratoria, anzi per dotarsi di una politica in tal senso. Il problema vero è quello di acquisire manodopera e di farlo in maniera ordinata".

Per il resto del mio contributo relativo alla  identità europea e all' interculturalità mi è impossibile qui darvi nemmeno qualche pista.

Mi farò soltanto eco di qualche "grido", così a me sembra poterlo chiamare, ascoltato da persone che stimo, anche se non lo faccio immediatamente mio. Il primo, e cito: "Nel caos internazionale odierno c'è un bisogno fondamentale d'Europa, di sapere chi siamo e che cosa vogliamo: la consapevolezza del grande disegno storico vale per tutti i membri della Unione Europea", "superando una crisi interiore europea, economica, sociale e morale", per essere nel mondo "una potenza di equilibrio", basato sul valore essenziale dell'umanesimo, della dignità umana, specifico io.

E ancora: "L'Europa costituisce  un orizzonte di natura storica. geografica, economica e geopolitica imprescindibile. ...La vera alternativa nel futuro si giocherà tra il piano del 'federalismo' e quello della 'confederazione'".

Concludo con un ragionamento realistico e articolato, non mio, anche se in esso non si dimentica giustamente la "mia" Africa. E' il seguente: "Non ci si può più fare illusioni. Allo stato attuale del processo d’integrazione, condizionato da una latente componente nazionalistica mai scomparsa e rinfocolata da recenti rigurgiti sovranisti, l’Europa si presenta ai tavoli decisionali mondiali con sempre minor peso, rischiando di assumere una sostanziale dimensione di facciata.

Nell’attesa che i meccanismi interni al sistema comunitario trovino la via per una maggiore auspicata coesione decisionale ed operativa a 27, credo sia raccomandabile se non urgente che comunque fra i paesi fondatori si opti per la via di una forma di cooperazione rafforzata nei settori chiave: sicurezza, finanza, ricerca e politica estera pensando in particolare ai problemi di sviluppo delle regioni africane coinvolte nel problema dei flussi migratori.

Sarebbe anche questo passo una appropriata risposta alla tormentata uscita della Gran Bretagna dalla UE che certamente sta stingendo anche sull’immagine dell’Europa nel suo complesso.

Dobbiamo pensare comunque in generale che ci troviamo in un momento molto critico dell’intera società mondiale. Se l’Europa dovesse uscire dai tavoli di concertazione delle dinamiche di sviluppo della società umana, diventeremo colonia. Un maggior coinvolgimento dell’opinione pubblica su tali temi che sono esistenziali mi sembrerebbe vitale".