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Statue perboyreRiceviamo da Elena Grazini e rilanciamo

In occasione della memoria liturgica di San Giovanni Gabriele Perboyre abbiamo chiesto a padre Stanislav Zontak CM di parlarci di questa straordinaria figura vincenziana

Padre Zontak quali sono i tratti più significativi della biografia di San Giovanni Gabriele Perboyre?

Credo che il primo punto da mettere in luce sia l’ambiente dove è cresciuto. Nato da una famiglia contadina del ceto medio, è primogenito di 8 fratelli, ed è destinato a continuare il lavoro dei suoi genitori. Fin da ragazzo, tuttavia, sente di volere qualcosa di diverso, sente una chiamata più spirituale. Continua però la sua vita da contadino e s’impegna con tutte le sue forze. Chi inciderà profondamente nella sua “svolta” spirituale saranno tre persone.

La prima è suo zio Giacomo, missionario vincenziano. Siamo nella Francia del sec. XIX e lo zio di San Giovanni Gabriele fa quello che ogni missionario vincenziano era allora chiamato a fare: va nelle missioni popolari, va tra la gente che vive senza cura spirituale nei contesti rurali e s’impegna anche sul fronte della formazione, impegnandosi ad avviare proposte di formazione per i ragazzi in modo da dare loro gli strumenti per poter discernere la propria vocazione. Giacomo prende sotto la sua ala protettiva suo nipote, Giovanni Gabriele, in questa scuola. Da subito emerge la sua intelligenza. Giacomo gli offre tutte le possibilità di studiare e proprio lì nasce la sua vocazione. Accompagna lo zio nelle missioni popolari e dentro di sé, a 16 anni, dice: “ecco: lo farò anch'io”. Lo zio lo invita a riflettere e a capire bene la sua strada, frenando in un certo qual modo il suo entusiasmo. Giovanni Gabriele però non desiste e, anzi, comunica a suo padre il desiderio di diventare missionario e di non proseguire negli affari di famiglia.

La famiglia lo accetta e questo sarà per lui un segno molto forte. Per Giovanni Gabriele è un passaggio importantissimo nel suo cammino personale: sarà proprio in quel periodo che ricevendo informazioni dalla Cina, sui missionari, si fortifica in lui la chiamata ad andare lontano perché San Vincenzo de’ Paoli diceva che non siamo destinati a una parrocchia, a un paese ma a tutto il mondo. Giovanni Gabriele sente la chiamata ad andare verso terre lontane per annunciare il Vangelo alla gente.

E qui arriviamo alla seconda persona cruciale nella sua vita: il fratello minore Luigi, che diventerà sacerdote dopo di lui. Luigi, una volta ordinato, chiede subito ai superiori di andare in Cina.  Anche Giovanni Gabriele avrebbe voluto ma quando il fratello glielo comunica dice: “Tu hai avuto il coraggio che io per il momento non ho avuto, ma ti sostengo, vai”. Luigi parte però muore durante il viaggio verso la Cina. E’ in quel momento che Giovanni Gabriele dice: “andrò io al suo posto”, fa la domanda ai superiori che viene accolta, va in Cine dove svolgerà il suo lavoro missionario per 4 anni, prima di subire il martirio.

La presenza del terzo personaggio è in un certo senso “nascosta” ma si avverte molto forte soprattutto leggendo i discorsi e gli scritti del futuro santo: sua mamma. Giovanni Gabriele aveva un rapporto con la madre molto intenso: si sente sostenuto da lei, dalla sua preghiera, dalla sua vita, dal suo sacrificio. Questa eredità spirituale materna inciderà su di lui sin da bambino.

Padre, quali sono i tratti caratteristici dei missionari vincenziani che ritroviamo in San Giovanni Gabriele Perboyre?

Come missionario vincenziano, egli incarna il carisma di San Vincenzo de’ Paoli a partire dalla scelta di annunciare il Vangelo alla gente abbandonata e povera, facendo le missioni popolari e dedicandosi alla formazione di buoni sacerdoti.

Quando pensiamo alla sua figura tornano in mente le parole di San Vincenzo de’ Paoli: “Se il missionario vuole essere quello che deve essere, cioè Cristo che va a annunciare il Vangelo ai poveri, deve avere cinque virtù missionarie che deve praticare nella sua vita: la semplicità, l'umiltà, la mitezza o dolcezza, la rinuncia di sé stesso e lo zelo missionario”.

Ciò che vediamo più rilevante nella vita di San Giovanni Gabriele è proprio la semplicità con la quale si avvicina alla gente: dovunque andava, entrava in contatto con la gente; poi la mitezza o la dolcezza che è il modo di accogliere la gente, il modo di parlare e di trattare con le persone. E poi lo zelo missionario. Sin dall'inizio della sua missione in Cina è evidente la capacità di inculturazione, condizione imprescindibile quando si è impegnati nelle missioni all’estero. Giovanni Gabriele cerca di imparare la lingua, per nulla semplice, e approfondisce lo studio della cultura locale. Si veste come un cinese, si rasa la testa e lascia solo una parte dei capelli e fa la coda proprio come i cinesi, mangia i loro cibi, cerca veramente di esprimersi con le espressioni che la gente capisce come parte della loro cultura e prende pure un nome cinese Tung Wen Ziao. Questa sua capacità di inculturazione dettata da un sano zelo missionario è senza dubbio un tratto molto interessante.

Padre Zontak, la vita di San Giovanni Gabriele si conclude con il martirio. Può spiegarci come inquadrare questo fortissimo epilogo?

Dobbiamo comprendere il martirio nel contesto della lettera di San Paolo Apostolo ai Colossesi (cap. 1 versetto 24) che dice «Ora sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Noi siamo uniti a Cristo come corpo mistico, facciamo parte del suo corpo; questo corpo è da una parte santo e perfetto, perché Cristo lo fa santo e perfetto, però c'è anche la parte umana che deve ancora perfezionarsi per diventare pienamente corpo mistico. Ogni epoca ha bisogno di testimoni veri che aiutano a costituire il corpo di Cristo e a perfezionare tutta la Chiesa.

Il martirio entra in questo senso come una parte della formazione del corpo di Cristo; un martire ha sempre un impatto su tutta la Chiesa, su tutto il corpo mistico. Per questo il martirio è stato considerato nella Chiesa degli inizi come lo strumento migliore per edificare la Chiesa.

Cosa succede secondo la mentalità e la spiritualità dei primi cristiani quando accade il martirio?

Cristo vede una persona pronta e viene a abitare in lei e con questa persona Lui di nuovo patisce quella morte e quella sofferenza. Non è il martire che fa tutto questo ma è Cristo che viene a rifare in lui il sacrificio.

Il martirio, dunque, è sempre stato visto come il segno chiaro che la Chiesa è autentica, che va sulla strada giusta perché Cristo vede che è pronta e dunque viene a soffrire di nuovo per edificare la Chiesa in questo momento. Il martirio ha sempre rafforzato la comunità cristiana nonostante la perdita fisica.

Ecco dove si inserisce il martirio di San Giovanni Gabriele: egli lo accetta e sa che è Cristo che viene a morire in lui e che non è lui a sopportare tutto ma è Cristo a dargli la forza. In questo senso il martirio ha un valore molto forte e quando si presenta bisogna accettare anche questo mezzo perché Cristo lo usa per la santificazione di tutti. San Giovanni Gabriele Perboyre come missionario martire vincenziano è il protettore del nostro noviziato.