A cura di P. Pietro Messa, ofmCronache e aneddoti sul cibo nell’Italia del XIII secolo
Felice Accrocca
Nella cosiddetta Carta di Milano si afferma che il diritto al cibo è «un diritto umano fondamentale»: un diritto che, in realtà, per tanti è tale solo a parole. Si è dedicato un anno intero per riflettere su tali questioni, certo non nuove, poiché il cibo non è stato mai equamente diviso tra gli abitanti di questo mondo, potendo alcuni (pochi) averne fino alla nausea e altri (molti) mancarne fino a morire di fame.
Questa tragica situazione è oggi sotto gli occhi di tutti, ma i secoli passati non sono stati meno crudeli con gli anelli deboli della catena. Ce ne offre la riprova uno dei più straordinari cronisti del medioevo occidentale, quel Salimbene da Parma, nato nel 1221 da famiglia di agiata condizione sociale ed entrato tra i frati minori nel 1238, che ci ha lasciato in dono una Cronaca conservatasi autografa nel codice Vaticano latino 7260. All’opera, che copre un arco temporale di circa centoventi anni (1168-1287), il frate lavorò tra il 1283 e il 1288.
Anche sul tema del cibo la Cronaca offre preziose notizie e aneddoti gustosi. Veniamo così a sapere che la sera in cui fu ricevuto nell’Ordine — era un giovedì — malgrado Salimbene avesse cenato splendidamente in casa di suo padre, i frati lo fecero mangiare ancora benissimo. Tuttavia, per lui le cose cambiarono presto al peggio. «In seguito — afferma infatti rammaricato — poi mi diedero sempre dei cavoli, con i quali dovetti cibarmi tutti i giorni della mia vita; e giammai nel secolo avevo mangiato cavoli, anzi li detestavo tanto che non avrei nemmeno mangiato carni che fossero state cotte con essi».
Vi furono, in ogni caso, delle eccezioni. Narrando la visita che nel 1248 Luigi IX fece al Capitolo provinciale dei frati minori riunito a Sens, Salimbene ci trasmette addirittura l’intero menù che il re fece servire nell’occasione. «Quel giorno, dunque, avemmo per prima ciliegie (cerasas) e pane bianchissimo; venne anche servito vino abbondante e speciale, come era conveniente alla magnificenza regia (…). Poi avemmo fave fresche cotte nel latte e pesci e gamberi e pasticcio di anguille, riso al latte di mandorle con polvere di cannella, anguille abbrustolite con ottima salsa, torte e giungate (latte rappreso, dolciastro e tenerissimo) e la frutta d’uso, tutto in abbondanza e buono».
Un’altra volta Salimbene fu ospite, in Auxerre, della contessa Matilde, che a pranzo offrì ai suoi ospiti ben dodici portate. Naturalmente queste splendide occasioni furono un privilegio di pochi: la realtà ordinaria era ben altra.
Cronista tutt’altro che obiettivo, il parmense non teme di manifestare le proprie parzialità. A proposito dei francesi — «presuntuosissimi» e «pessimi», dispregiatori di «tutti i popoli del mondo» — scrive che «quando hanno bevuto più del necessario credono di poter vincere e tenere in possesso» chiunque. Ecco allora che il grosso esercito di francesi e «di altre genti» inviato nel 1283 da Martino IV contro la ribelle Forlì, non mancò di devastare «le vigne, le biade, le piante da frutta, gli oliveti, i fichi, i mandorli, i bei melograni, le case e gli animali» e tutto quanto si poté trovare sui campi.
Scene consuete d’ordinaria follia: se leggiamo non soltanto la Cronaca del parmense, ma tantissime altre opere contemporanee di genere identico, possiamo esser sicuri che buona parte delle pagine sono occupate da descrizioni analoghe. Se a ciò aggiungiamo gli inquinamenti delle acque, imputridite da cadaveri di uomini e animali, si comprende facilmente che in guerra non si moriva tanto di spada, quanto di malattie e di fame e che i primi a farne le spese erano, naturalmente, i più poveri e tra questi, in primo luogo, vecchi e bambini.
Ma non c’erano solo le guerre a rendere dura la vita lasciando la gente senza cibo. Anche il clima riservava le sue brutte sorprese, spesso “fuori stagione” (come l’esperienza insegna ancor oggi). Alla fine di giugno 1276, ad esempio, «venne un diluvio grande e straordinario di acque », tanto che il torrente Crostolo crebbe al punto che il territorio da Rivalta a Bagnolo (nell’attuale provincia di Reggio Emilia) ne fu tutto allagato: «le biade furono travolte nei campi», i raccolti andarono perduti, ponti e case crollarono, alcuni ospedali furono sommersi e molto bestiame morì. La cosa non finì lì, perché le piogge continuarono «per tutta l’estate e per tutto l’autunno; per questo la gente non poté seminare» .
È sulla parte ustionata, dice un proverbio nel mio dialetto, che viene a cadere l’acqua bollente. Difficoltà identiche, ma determinate da motivi solo in parte simili — in maggio piogge continue non consentirono di lavorare, mentre in estate la siccità lasciò tutti senza ortaggi — sono registrate dal cronista alcuni anni dopo (1285) a Reggio Emilia. Per non parlare delle carestie.
Ovvio che in quei frangenti si registrassero rincari dei prezzi, con inevitabili speculazioni. Nel 1277, assicura Salimbene, «ci fu una grande mortalità e gravi malattie fra gli uomini, i bambini e le donne, quasi in tutto il mondo, ma principalmente nel regno d’Italia e in Lombardia», vale a dire nell’Italia settentrionale. In quell’anno si registrò pure una «gravissima carestia, e in alcuni casi uno staio di frumento fu venduto nove soldi imperiali e venti soldi reggiani». Né omette il cronista di segnalare i prezzi raggiunti in quella medesima occasione dalle fave, dalla melica, dall’olio d’oliva.
Nel 1286 in molte città dello stesso territorio si registrò una grave mortalità di galline, tanto che «nella città di Cremona a una sola donna morirono nel giro di poco tempo quarantotto». Ciò fece sì che una sola gallina finisse per vendersi a «cinque denari piccoli».
Ciononostante, la sagacia di alcune donne partorì un rimedio efficace a contrastare l’improvvisa moria: dettero infatti da mangiare alle loro galline «del marrubio pestato, ossia tritato, impastandolo con acqua e crusca e anche farina», e «grazie a tale antidoto» salvarono i loro animali.
Poche note soltanto, da un testo ricchissimo e ameno, che rivelano però, con straordinario realismo ed efficacia, le difficoltà di molti a prender parte al banchetto bandito dal Signore per ogni uomo e donna di questo mondo.
Da: L’Osservatore Romano (lunedì-martedì 6-7 luglio 2015), p. 5.
Per un approfondimento cfr. G. Cassio - P. Messa, Il cibo di Francesco. Anche di pane vive l'uomo, Ed. Terra Santa, Milano 2015, pp. 94; G. Ludovico,Dalla parte di Salimbene. Raccolta di ricerche sulla cronaca e i suoi personaggi, Ed. Antonianum, Roma 2007, p. 706.
Cfr. anche: