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Il 14 ottobre è morto a Trzebnica in Polonia padre Tadeusz Styczen, religioso della Società del Divin Salvatore, allievo, amico di Papa Giovanni Paolo II e studioso del suo pensiero. Nel 2003 curò, insieme a Giovanni Reale, l'edizione italiana delle opere filosofiche del suo maestro (Karol Wojtyla. Metafisica della persona, Milano, Bompiani). Pubblichiamo stralci della sua premessa all'opera.

Ciò di cui facciamo esperienza è - prima facie - il mondo:  tutto ciò che, in qualsiasi modo, è alla portata del nostro contatto diretto conoscitivo:  i salici, le stelle. Ma nell'ambito di questo mondo c'è qualcosa che ha attratto irrevocabilmente e irreversibilmente l'attenzione di Karol Wojtyla, e ha destato il suo particolare interesse, perché questo "qualcosa" non è soltanto l'oggetto ma, al tempo stesso, il soggetto dell'esperienza, l'uno e l'altro contemporaneamente. Che cosa è? Questo essere insolito è l'uomo.
"È questa - scrive in La persona:  soggetto e comunità - un'esperienza dell'uomo in un duplice significato:  infatti colui che esperisce è un uomo e colui che il soggetto della conoscenza esperisce è, anche egli, un uomo. L'uomo come soggetto, e nel contempo, come oggetto". L'uomo! Wojtyla ha ritenuto che la vita sia troppo breve per esaurire questo argomento-fiume e ha deciso di soffermarvisi, di divenire il testimone dell'esperienza dell'uomo, il testimone della verità dell'uomo, dell'uomo che è soltanto pellegrino nel mondo, ma un pellegrino che trascende infinitamente il mondo.

Chi è, allora, l'uomo? Wojtyla ha dato una risposta preliminare:  è l'unico essere al mondo che sia in grado di fare esperienza di tutto ciò che è al di fuori di lui e... di se stesso. Ecco l'uomo! Ecce homo! Sei tu. Sono io. Ma questa affermazione stimola ancora di più la curiosità piuttosto che soddisfarla, desta la passione di conoscere. La risposta adeguata può provenire soltanto dall'esperienza di se stessi. Ma subito, all'inizio, troviamo un ostacolo. Come fare esperienza di se stessi?
C'è uno specchio in cui ci si possa vedere, guardare, una finestra in cui il "mio mondo", il mio io si svelino davanti  ai  miei occhi? Sì, questo specchio c'è, questa finestra c'è - risponde Wojtyla. Questa finestra è l'atto:  il mio atto per me, il tuo atto per te. Ma per potersi vedere in essa bisogna acquisire come la capacità di leggere questo specchio, di guardare questa finestra.
Se si ha una scarsa capacità di leggere si vedrà, al massimo, una pittura sul vetro, ma se si ha una buona capacità la finestra diventa sempre più trasparente agli occhi di chi legge. Non si nota, lentamente, la finestra ma vi si intravede direttamente - anche se non senza di essa! - il mondo della persona. Proprio come quando si legge un romanzo. Chi sa leggere non si sofferma sulle lettere. Chi di noi, nel leggere, si concentra sulle lettere e sulle parole? Forse soltanto un lettore principiante vi fa attenzione e l'analfabeta, naturalmente, non vede altro al di fuori di esse. Wojtyla, in quanto autore di Persona e atto, desidera portare al nostro cospetto questo "specchio finestra" (come medium quo) sotto forma dell'atto e vuole insegnarci, a perfezione, l'arte di leggere l'atto.
Tu chiedi chi sei? Puoi vederlo soltanto tu, nessuno ti può sostituire. Ma ecco il tuo atto. Guarda alla finestra dell'atto! L'autore di Persona e atto non tanto informa quanto insegna a leggere il proprio atto, come un professore di canto che insegna a leggere la partitura. Lo scopo è soltanto che l'allievo acquisisca la capacità e, certamente, giunga alla perfezione nella lettura. È tranquillo del risultato. Così bisogna intendere e leggere Wojtyla, il rivelatore della persona nell'atto.
Se mi chiedi chi sono ti rispondo... ma lo vedi. Devi compiere proprio questo atto, devi, anche se non sei costretto. Puoi non compierlo, puoi non compiere ciò che devi compiere. Ma puoi anche compierlo. Dipende soltanto da te se vorrai o non vorrai, se vorrai voler agire o non vorrai voler agire. E dipende da te se, compiendo l'atto che devi compiere, compirai te stesso o, invece, abbandonerai la possibilità di compiere te stesso. L'autocompimento è il tuo destino e soltanto tu ne sarai l'unico autore, come soltanto tu sarai l'autore del tuo non compimento.
E se anche questa risposta non fosse soddisfacente e si sentisse l'affermazione piena di impazienza che si parla continuamente di verbi, mentre qui si tratta di un nome, dunque di un sostantivo, Wojtyla, comprendendo questa abitudine, direbbe:  "Ecco i tuoi sostantivi, guarda all'atto! L'atto non è auto-dipendenza, auto-determinazione, auto-responsabilità, auto-compimento o auto-non compimento, auto-dominio, auto-possesso? Se preferisci la forma grammaticale del sostantivo al posto del verbo possiamo rimanere su di essa senza alcun danno ma è bene ricordare e, certamente, bisogna ricordare che tutti questi sostantivi sono dei verbi nascosti".
Il tuo nome non soltanto si manifesta nell'atto, esso è composto, in grande misura, dalla "materia" dell'atto. Sì, è vero che tu sei! Sei realmente quello che sei ma, ancora di più, sei per, sei verso...! Verso cosa? Non è soltanto questo! Sei verso te stesso! Quale te stesso? Dipende proprio ed esclusivamente da te:  dal compimento della scelta (o dal non compimento) sempre di nuovo, nelle varie forme del "devo", che sono sempre varie forme di sfida e di richiamo all'amore, di accettazione e di affermazione della persona, degli altri e, fra gli altri, di Quella Persona grazie alla quale esistono le persone e grazie alla quale tu sei e sei una persona - l'assoluto dell'esistenza e dell'amore.

(©L'Osservatore Romano - 16 ottobre 2010)