Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
carceredi SILVIA GUIDI

«Il conformismo degli intel-lettuali non si misura su ciò che pensa la gente comune, bensì si misura su ciò che pensano gli altri intellettuali»; Ernesto Galli della Loggia ha citato George Orwell — sul «Corriere della Sera» del 23 gennaio — per rispondere all’articolo di Luigi Manconi (uscito su «Il Foglio» del 15 gennaio), che si inserisce nel dibattito innescato da Le religioni che sfidano il conformismo gay (sempre di Galli della Loggia, sul «Corriere della Sera» del 30 dicembre).
Matrimoni gay e questioni di genere. Se il conformismo cambia direzione è il titolo dell’ampio editoriale dedicato polemicamente dall’autore alle «vestali dell’illuminismo che non si sono accorte di essersi trasformate col tempo in devote sentinelle delle maggioranze silenziose». Il punto è proprio capire bene cos’è conformista e cosa non lo è nella nostra società. Per ritrovare il senso di un’espressione abusata e generica come “parlare fuori dal coro” bisogna prima individuare le caratteristiche del coro, risponde Galli della Loggia a Manconi, tenendo presente che «gli intellettuali non temono affatto il giudizio della gente comune (che anzi assai spesso si compiacciono di contrastare); temono molto, invece, quello del loro ambiente, degli altri intellettuali. Orwell per l’appunto l’aveva capito benissimo». E si può aggiungere che l’aveva capito bene, e spiegato ancora meglio, Clive S. Lewis analizzando quella che chiama “la tentazione della cerchia”, il desiderio di sentirsi parte di un’élite ristretta di “illuminati” più intelligenti e meno filistei degli altri, ostentando disprezzo verso tutto ciò che è suggerito dal senso comune, percepito come banale e superato: l’oraziano odi profanum vulgus, et arceo diventato una sottile ma pervasiva ideologia. Un complesso di superiorità sempre minacciato dal confronto con la real-tà — ostinata nella sua con-cretezza — e mai conquistato una volta per tutte: per chi ha il terrore di essere estro-messo dalla cerchia degli il-luminati à la pagegli esami non finiscono mai. Per questo, rendendo tabù alcuni temi (come la fami-glia — ricorda Galli della Loggia — composta da un uomo e una donna), il con-formismo non ha neanche bisogno di ricorrere alla cen-sura: la strategia più efficace è indurre e diffondere l’auto-censura preventiva. È infatti più comodo prevenire la ri-flessione bloccandola alla ra-dice, impedendo al pensiero di diventare dialogo, che confutare l’opinione di chi la pensa diversamente da noi. Il terrore di essere considera-to un oscurantista, di susci-tare sorrisi di sufficienza e destare attimi di gelo imba-razzato durante una conver-sazione in società basterà a neutralizzare sul nascere qualsiasi dibattito. Forse bisognerebbe iniziare a leggere al contrario la celebre citazione di Wittgenstein — esibita spesso come spia dell’appartenenza al “circolo dei colti” — tratta dalla prefazione al Tractatus, «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»: sui temi più caldi e complessi dell’attualità e della cronaca la ragione può e deve, invece, esercitarsi, il più pubbli-camente possibile, nei mo-menti più opportuni ma an-che in quelli meno opportuni, non nascondendo una reazione umanissima co-me la paura dietro il più no-bile paravento del rispetto umano.

© Osservatore Romano - 24 gennaio 2013