Timor di Dio

donna_ascoltodi Milko L.

Catechismo

Come già si è potuto leggere nella prefazione ai sette doni dello Spirito Santo, il dono del timore di Dio è strettamente correlato a quello della pietà. È ovvio, poi, che tutti i doni dello Spirito Santo sono tra loro fortemente connessi; lo Spirito Santo, infatti, dona all'uomo tutte quelle qualità che lo aiutano a compiere il bene ed a fare una diretta esperienza di Dio (cf. Compendio CCC n. 389 ed anche CCC nn.1830-1831, 1845); senza lo Spirito Santo non sarebbe possibile sentire ed esperire Dio nella nostra vita.

Naturalmente, ciascun uomo, secondo la libera volontà dello Spirito Santo, manifesta alcuni doni e non altri, ma questo non deve portare a confondere la completa assenza di un dono con il fatto che esso sia in realtà presente, ma recondito.

 A ciascuno di noi, infatti, lo Spirito Santo dona tutte le qualità che consentono di gustare e di assaporare il Signore in tutta la sua grandezza, lasciandone emergere alcune e nascoste altre, ma mai facendocene mancare qualcuna. Ricordiamo che lo Spirito Santo, a pentecoste_national_gallerypartire dàl generoso sacrificio del Signore Gesù Cristo, tutto dona all'uomo, ma nulla toglie.

Il timore di Dio è proprio quel dono iniziale, necessario a poter provare e vivere, nella prospettiva deutero-testamentaria, il rispetto, l'amore e l'ubbidienza nei confronti dei comandàmenti di Dio, mentre in quella neo-testamentaria, la sequela di Cristo, il riconoscere che Egli ci viene incontro con amore ed è Lui la nostra salvezza per mezzo della Chiesa e dei canali che lo Spirito Santo utilizza per rivelarci il volto di Dio in Cristo.

Aggiungiamo, inoltre, che all'effusione donata nel Battesimo dàllo Spirito Santo, questo dono (come tutti gli altri) vengono ampiamente donati. Attendere e cercare una "effusione" ulteriore - fatta eccezione per il Saramento della Cresima che conferma e compie il dono Battesimale come un "unicum" - attraverso gli stimoli che la Chiesa offre (sacramenti, meditazione della Parola di Dio, vita e preghera comunitaria, Direzione Spirituale, supplica del cuore, la carità, ecc), significa "risvegliare" la profondà ed ontologica effusione ricevuta il giorno del Battesimo.

Pertanto tutto il lavoro costante per la maturazione costante della vita del credente consiste nel rendere viva, attuale, potente e gioiosa la presenza dello Spirito Santo nel proprio "cuore".

In maniera impropria si parla di effusione dello Spirito attraverso la preghiera di imposizione delle mani in via "sacramentaria" con la preghiera carismatica (con un residuo di approccio protestante). Infatti questa "secondà effusione" è più propriamente un "aiuto" che si dà allo Spirito Santo, già presente nel nostro cuore per via battesimale, di esplodere in tutta la sua ricchezza e con tutti i suoi santi doni.

L'attuale lavoro di ricerca sui doni dello Spirito Santo vuole proprio aiutare questa coscienza e ri-vivificazione dello Spirito chiamata talvolta, impropriamente, secondà effusione e siamo ben coscienti che senza una robusta vita di preghiera personale e comunitaria essa non sarà altro che una forma di intellettualizzazione vana e non il risveglio della potenza dello Spirito nel nostro cuore che ci auguriamo sia sempre più reale e fecondà sia per chi scrive che per chi legge.

Teologia biblica

I riscontri teologici sul timor di Dio, inutile dirlo, sono dàvvero innumerevoli e proprio per questo si preferisce fare una cernita dei brani biblici su cui soffermarsi a meditare, cercando anche di cogliere le diverse categorie di senso attraverso le quali esso si manifesta.

Anzitutto occorre precisare che una categoria di senso che introduce al timor di Dio è l'ascolto.

Questo aspetto emerge in maniera costante in tutta la Bibbia, anche perché se non vi fosse ascolto non vi potrebbe essere timor di Dio ed i comandàmenti verrebbero intesi soltanto come una mera imposizione, dà osservare, per paura di una punizione divina, oppure per paura di trasgredire, poiché intesi come vincoli alla libertà ed al libero arbitrio dell'essere umano.

Teologia Vetero-testamentaria

Questo ascolto si trova in modàlità estremamente chiara nell'episodio di Mosè di fronte al roveto ardente (cf. Es 3, 1-6).  Mosè è chiamato dàl Signore ed egli prontamente gli risponde "eccomi!"; Mosè non è preso ad esaminare il roveto ma è colpito dàll'unicità di un fatto: "il roveto brucia e non si consuma", dunque riconosce subito la chiamata di Dio e subito risponde, quasi che si aspettasse di venir chiamato, come fosse consapevole di una chiamata che potesse cambiare la sua vita. Di fatto ciò accade, Mosè nel suo ascolto e nella sua risposta mostra il timor di Dio che si manifesta come rispetto reverenziale e fiducioso. Infatti, l'uomo caduco e peccatore non potrebbe sopportare l'incontro con Dio santo ed eterno, Dio si vela nella sua misericordia, libera dàlle colpe e dona forza. Il timore di Dio, in qualche modo, aiuta l'uomo a conservare il rapporto con Dio, spezzato dàlla mancanza di fiducia dell'uomo e a causa del peccato originale, ma ristabilito dà Dio nella sua eterna pietà. Ecco anche il senso dell'affermazione di Gesù nell'incontro con l'uomo ricco, quando gli dice: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo." (Mc 10, 18).

In questo senso vanno intesi anche i passi in cui gli uomini vengono esortati nel nome di Dio a non temere. Questo tipo di formula di consolazione si può trovare ad esempio nel primo capitolo del libro di Giosuè (cf. vv. 6-9), in cui dopo la sollecitazione rivolta dàl Signore al figlio di Num e servo di Mosè, Giosuè, di essere forte e non deviare mai dàlla legge, il Signore stesso termina il suo dialogo con le parole: "Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vadà" (v. 9).

dà quanto appena detto, si può notare una doppia implicazione che collega la categoria di senso della fiducia nella legge alla categoria di senso della devozione, legata al timor di Dio.

Riassumendo il concetto nel contesto veterotestamentario, si può affermare dunque che vi è timor di Dio se e solo se il fedele si pone alla sequela della legge. Ma, per quando sopra accennato, non vi è corretta comprensione della legge senza una costante tensione all'ascolto. Abbiamo quindi tre categorie di senso strettamente connesse tra loro ed a mutua implicazione: il timor di Dio, la fiducia nella legge e l'ascolto.

E quale miglior prova di quanto affermato se non quella offerta dài profeti?

Il profeta è per definizione colui che ascolta il Signore, colui che è costantemente teso alla ricerca del Signore, riuscendo a scorgere anche nel luoghi e nei fenomeni della natura la presenza del Signore, presenza sempre assai discreta, che soltanto un costante ascolto può riuscire a cogliere, come accade per esempio ad Elia, quando dopo i fenomeni di un vento impetuoso, di un terremoto e di un fuoco, il Signore si manifesta nel "[...] mormorio di un vento leggero" (1Re 19, 12) - ovvero nel silenzio. Il termine ebraico "Merahepet" della brezza legera ricordà l'abbraccio come dà "chioccia" che lo Spirito avvolge sul creato, in maniera tenera e potente, sin dàlla creazione. Lo Spirito, ordinariamente, si manifesta così, nella discrezione e non nel frastuono.

Il profeta è colui che ha timor di Dio, ma che contestualmente, per quanto possa apparire paradossale, non teme mai, poiché può confidàre in Dio che è forza e sorgente di salvezza, come ben si evince nel libro del profeta Isaia - ProtoIsaia - quando, dopo che l'uomo ha esperienziato l'opera liberatrice del Signore, può affermare: "Ecco, Dio è la mia salvezza, io confiderò, non temerò mai, perché mia forza e mio canto è il Signore; Egli è stato la mia salvezza" (Is 12, 2).

Certamente, l'uomo, dopo un'esperienza di salvezza, è aiutato a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'ondà del Signore, a sperimentare e percepire dentro di sé il dono del timore di Dio. Naturalmente, la grazia del Signore è talmente vasta e mutevole che, come anche si può notare in alcuni episodi narrati nel Nuovo Testamento, guardà al di là di ciascun essere umano, giungendo a toccare gli ultimi ed i dispersi, poiché di fronte al Signore, ogni uomo può essere salvato (cf. ad esempio 2Re 5,1-14; Lc 19, 1-10).

Teologia Neo-testamentaria

Nel NT si trovano aspetti del timor di Dio analoghi a quelli dell'AT, sebbene il significato culturale dell'espressione viene frequentemente sostituito dàl concetto più generale di fede.

La fede, ovviamente, implica il timore di Dio e anche l'abbandonarsi a Lui nei momenti di difficoltà. Questo aspetto è manifestamente visibile nell'episodio della tempesta sedàta (cf. Mt 8,23-27; Mc 4, 35-41; Lc 8, 22-25), in cui Gesù interviene per calmare le acque e ridàre sostegno, speranza e vita ai suoi discepoli, che, nonostante avessero assistito ai tanti miracoli del Maestro, vengono travolti dàlla paura, poiché ancora non avevano capito la figura di Gesù a causa del loro "[...] cuore indurito" (6, 52), come bene evidenzia Marco nella sezione dei pani (cf. Mc 6, 30 - 8,  26). Inoltre, l'evangelista Marco nella tempesta sedàta raffronta la paura, provata dài discepoli mentre la barca quasi affondàva, con il timore scaturito dopo l'intervento di Gesù che fa chetare acqua e vento, mentre sia Matteo che Luca utilizzano il verbo stupirsi, meravigliarsi.

Vi è dunque una chiara differenza tra la paura ed il timore. La paura, infatti, ha ripercussioni spesso anche a livello fisico, aumento della pressione sanguigna, difficoltà di respirazione, sudorazione eccessiva. La paura, provata dài discepoli sulla barca in balia del vento, ha poi generato quella terribile ansia che conduce subito al pensiero della morte; come racconta ancora l'evangelista Marco, prontamente i discepoli si rivolgono al Maestro con le parole: "[...] non ti importa che moriamo?" (4,38). Ma più che una morte fisica, qui traspare una morte della fede, una incapacità a capire chi è Gesù, ma soprattutto ad avere fiducia in Lui ed a riconoscerlo come padrone della vita. Non basta chiamare Gesù "Maestro", è più importante riconoscere in Lui il "primato su tutte le cose" (cf. Col 1,18). Questo primato si manifesta immediatamente dopo la richiesta dei discepoli, infatti, Egli ad un comando fa tacere la tempesta e salva i discepoli, ma non li risparmia dà un rimprovero: "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?" (Mc 4,40). A questo punto, passata la paura e consapevolizzato l'accaduto, i discepoli sono colti dà timore, visto come rispetto e soggezione, ma ancora si domandàno chi potesse essere Gesù, capace di dominare acqua e vento. Comincia a manifestarsi in essi un barlume di fede; con Cristo che salva, non può esistere una morte della fede, non può sopravvivere il dubbio e comincia a nascere il timore di Dio, che associato alla figura di Gesù, spazza via ogni incertezza e dà increduli si diventa credenti. Si potrebbe dire che l'ontologia del timore di Dio è la fede e che quest'ultima è ontologicamente rivelata in Cristo.

Notiamo, dunque, nella precedente affermazione una differenza lieve, ma anche sostanziale, con le categorie di senso veterotestamentarie, le quali nell'attuale contesto divengono: il timore di Dio, la fede in Cristo e naturalmente l'ascolto, quest'ultima categoria infatti è fondàmentale perché si attualizzino le due precedenti; l'ascolto, se così si può dire, è il catalizzatore della fede e quindi anche del timor di Dio. A queste tre se ne aggiungerà tra breve una quarta.

Come si può notare, la sequela di Cristo induce un cambiamento spirituale, concretizzato attraverso la generosità del Signore nel dono del timore di Dio, ovvero nella fede. Questo cambiamento deve essere conforme a colui che elargisce la nuova vita, come sottolinea chiaramente Paolo (cf. Rm 13,3-7; 2Cor 5, 11; 7, 11; 1Tm 5, 20) il quale, partendo dàl concetto ebraico del timore di Dio, arriva a forgiare la propria vita cristiana nell'amore di Cristo.

Con Cristo entra in gioco un'altra categoria di senso, quella che è bene espressa nel comandàmento più grande (cf. Mc 12, 29-31), ovvero la categoria di senso dell'amore. Il timore di Dio è l'amore che si prova per Lui, inoltre poiché Cristo è Signore, vero Dio e vero uomo, il dono del timore di Dio include in sé anche l'amore per il prossimo. Nella visione neotestamentaria quindi, rielencando le categorie di senso, si ha: il timor di Dio, la fede in Cristo, l'ascolto e l'amore, quest'ultima categoria non è più astratta delle altre, al contrario, come le altre, è molto concreta, tanto concreta dà essere personificata in Cristo, ben raffigurata dàll'identità tradizionalmente giovannea: "Dio è amore" (cf. 1Gv 4, 8.16).

Si potrebbe arrivare a dire che la categoria di senso dell'amore include le altre categorie di senso: infatti, l'amore include il timore e perfino lo cancella (cf. 1Gv 4, 18), nel senso che Dio diventa Abbà (parola ebraica di natura onomatopeica che si potrebbe tradurre con: caro Papà mio) ed il timore equivale al rispetto, non si temono più reazioni punitive; l'amore include la fede in Cristo, poiché soltanto Lui è amore (cf. 1Gv 4, 16); infine, l'amore contiene in sé anche l'ascolto, poiché chi non ascolta non ama (cf. 1Gv 4, 5-6).

A corollario possiamo inoltre dire che il dono del Timore di Dio trova la sua completa attuazione nella e per la Chiesa, proprio nella sua dimensione di amore e, nel contempo, per l'unione intima che essa ha con il suo Capo, che è Cristo.

Di fatto sostenere il Timore a Dio in Cristo senza passare per la Chiesa che Cristo stesso ha voluto è una scorciatoia alienante che nell'apparenza della fede è invece un mero soggettivismo e solipsismo. Proprio per questo la traditio della Chiesa ha legato sempre il dono del Timore di Dio alla virtù evangelica (o consiglio evangelico) dell'Obbedienza. Obbedire evangelicamente significa infatti ascoltare (ob-audire=ascoltare) Dio nei canali con cui Egli comunica con noi che non sono solo la coscienza, la Parola, la storia ma anche i legittimi superiori nella fede, in quanto pastori che Cristo ha voluto (Vescovo, parroco, superiore religioso, genitori, ecc) proprio riguardànti le questioni inerenti alla retta fede.

Con il ricco bagaglio delle lettere di Pietro e Paolo e della tradizione sub-apostolica e successivamente dei Padri nel deserto la Chiesa ha maturato la coscienza nello Spirito Santo che obbedire solo alla propria coscienza può essere rischioso se non talvolta addirittura demoniaco.

Il credente, il fedele è colui che vive di ascolto e obbedienza che nell'ottica dell'Amore, come già detto, comprende e rimette ogni cosa con fiducia a Dio.

S. Agostino ricordàva che "non sempre ciò che dice il superiore può essere la volontà di Dio, ma sempre è volontà di Dio che gli si obbedisca". Di fatto l'obbedienza nella fede è la cartina rivelatrice del nostro cammino spirituale e della maturità psico-affetiva che abbiamo acquisito nello Spirito Santo. L'obbedienza trova il suo compimento nel dono della pietà di cui parleremo più avanti e si attualizza anche nel ministero della Direzione spirituale sia per il diretto che per il direttore.

Psicologia biblica

Ogni personaggio biblico meriterebbe un'analisi relativa al dono del timore di Dio, sia tale dono presente in maniera esplicita oppure apparentemente assente. Per necessità di trattazione, ci soffermeremo inizialmente su due protagonisti, uno tratto dàl VT, Giobbe (vai al libro di Giobbe), l'altro dàl NT, non meno rilevante, anche se forse meno conosciuto e certamente meno approfondito, Zaccheo (cf. Lc 19, 1-10), con il desiderio, però, di aggiungere nel tempo altri personaggi, che risulteranno significativi per approfondire l'argomento in oggetto.

Richiamiamo, in prima istanza ed in maniera succinta, la figura e la storia di Giobbe.

Giobbe è un benestante, ha, dà quanto la Scrittura ci fa intendere, un'alta posizione sociale, è considerato un sapiente; il suo libro, di autore ignoto, è non a caso il primo dei libri poetici e sapienziali. Il Signore consentì a satana di privare Giobbe delle sue ricchezze, dei suoi figli, della sua salute. Nonostante tutto ciò, Giobbe non si rivolta contro Dio, che alla fine lo farà guarire, donandogli dieci figli e raddoppiando le sue ricchezze.

Giobbe, con coerenza e senza mai allontanarsi dà Dio, accetta, pur senza ben comprendere, il duro cammino che gli prospetta il Signore, mostrando sempre quel timor di Dio e quella sapienza che gli permettono di affermare: "[...] Nudo uscii dàl seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dàto, il Signore a tolto, sia benedetto il nome del Signore!  Se dà Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?" (Gb 1, 21; 2, 10b).

 In tutta la vicendà di Giobbe, il timore di Dio gioca un ruolo fondàmentale: anzitutto, insieme alla sapienza (altro dono dello Spirito Santo), mantiene Giobbe fedele e legato al Signore, nonostante i tanti interrogativi e la profondà frustrazione che traspare in lui per non riuscire a cogliere il senso di quanto gli sta accedendo, in secondo luogo lo pone sempre in costante stato di ascolto, di tensione e di attenzione verso il Signore, pronto a cogliere ogni possibile risposta alle sue dolorose e sentite suppliche.

Le categorie di senso, analizzate nella sezione precedente, ci sono tutte in Giobbe: timore, fede ed ascolto, le quali possono benissimo essere tutte riunite nella categoria di senso dell'amore.

Giobbe ama Dio e continua ad amarlo, prescindendo la sua condizione difficile e dolorosa; Giobbe non sa dàrsi pace, rimugina e si colpevolizza, si carica di vittimismo e di responsabilità che in realtà non gli appartengono. La sofferenza di Giobbe, per quanto il relativo libro si dia dà fare per spiegarla, non viene mai colta, vi è il mistero di Dio dietro di essa, non vi è maniera di razionalizzarla, non vi è modo di comprenderla, non è possibile neppure dàrle un senso, poiché, dà un punto di vista umano, sarebbe il tentativo di dàre un senso ad un (apparente) non senso. Eppure, come rivela la storia di Giobbe, possedere il dono del timore di Dio significa riuscire con coraggio a dàre un senso alla vita, sapendo, o meglio sperimentando profondàmente dentro di sé, che un (apparente) non senso di alcuni eventi ha certamente un senso di fronte agli occhi di Dio; infatti, nulla è casuale dàvanti a Dio e la vita di ognuno di noi è per Lui preziosa (cf. Mt 10, 29-31; Lc 12, 6-7).

Passando ora al NT, esaminiamo la figura di Zaccheo.

Zaccheo è un pubblicano, per la precisione capo dei pubblicani e Luca rimarca che è anche ricco. È noto che i pubblicani sono persone ricche, ma Luca lo sottolinea esplicitamente, quasi a voler evidenziare l'ingente quantità di beni posseduti dà Zaccheo, probabilmente molto al di sopra della media del tempo. Questa ingente ricchezza l'evangelista la sottintende, ma la lascia intravedere e lascia anche immaginare le modàlità con cui Zaccheo se l'è procurata: con abusi di potere, con frodi ed inganni fatti al momento della riscossione delle imposte.

Zaccheo sente dire che Gesù sta attraversando la città di Gerico ed è incuriosito di vedere chi sia, si arrampica perfino su un sicomoro per poterlo incontrare con gli occhi. Ecco che però accade qualcosa: Gesù lo vede e lo chiama, dicendogli che "oggi deve fermarsi a casa sua" (Lc 19, 5) e questo sebbene Zaccheo sia pubblicano, tanto è vero che la folla nell'intorno mormora di disapprovazione. Zaccheo ascolta Cristo e alla sua richiesta reagisce con gioia, a differenza di quanto accade al giovane ricco (cf. Mt 19, 22; Lc 18, 23; Mc 10, 22); non solo, ma apertamente confessa i suoi peccati e descrive come cerca di porvi rimedio, restituendo il mal tolto.

È la presa di consapevolezza di Zaccheo, nel momento in cui incontra Cristo, di essere un peccatore a rivelare in lui quel timore di Dio che era rimasto recondito sino a quel momento. Si potrebbe dire che Gesù ha evidenziato quel "talento" di Zaccheo e solamente Lui poteva metterlo in risalto; un dono che lo spirito Santo aveva fatto a Zaccheo, ma che non si era in lui mai rivelato, perché non aveva incontrato Cristo prima di quel momento. Inoltre, il timore di Dio è, come dimostra il storia di Zaccheo, strettamente correlato con la salvezza.

Di certo non vi può essere salvezza senza timore di Dio, ma nel momento in cui si scopre e si svela questo timore di Dio, la salvezza è sempre disponibile, è oggi, poiché nel vero incontro con Cristo il dono del timore di Dio si manifesta spontaneamente e concretamente. 

Richiamando ancora l'episodio del giovane ricco (cf. ad esempio Lc 18, 18-30), diviene manifesta la necessità di ascoltare Gesù nel momento in cui Lo si incontra; senza questo ascolto (ascolto che è  ben oltre il "sentire".. ma è appunto ascolto che cambia), non emerge il timore di Dio ed il rispetto della legge è "meccanico", formale e, probabilmente, auto-assolvente (in tal caso l'uomo si fa dio di se stesso con lo scudo della legge o dell'appartenenza ad un gruppo/cammino/ecc), impedendo di cogliere la salvezza anche quando la si ha veramente a portata di mano, o meglio a portata di cuore.

Il timore di Dio è dunque un dono fondàmentale, accordàto dàllo Spirito Santo a tutti noi, per condurci nell'incontro cordiale con Cristo alla salvezza.

Non solo.

Il Timore di Dio è dono dinamico che implica un dinamismo.

Dinamico perché sempre nuovo e sempre bisognoso di essere accolto e risvegliato qualunque sia la nostra esperienza di Dio e il nostro cammino.

Pone un dinamismo perché nel cammino di fede chi si sente arrivato è perduto rischiando di cosificare Dio e non di ascoltare con cuore umile e percorrendo i passi del "sempre oltre" a cui Cristo richiama ciascuno di noi.

Anche quando comportano la incomprensibile sofferenza di Giobbe o la restituzione dei beni come per Zaccheo.

dà sottolineare inoltre che i beni dà restituire potrebbero essere anche non necessariamente beni materiali, ma anche sociali, morali, psicologici e addirittura spirituali.



Parenesi

Questa parte esortativa seguendo la metodologia dei paragrafi precedenti si svilupperà prendendo in esame una figura tratta dàl VT, ovvero Abramo, ed una tratta dàl NT, ovvero Maria, Madre del Signore. Anche qui, come già evidenziato sopra, ci riserviamo la possibilità di aggiungere altre figure, bibliche ed extrabibliche,  significative per questa sezione paranetica.

La storia del patriarca Abramo è ben nota, in linea di massima, a tutti i cristiani, ma la sua figura presenta la possibilità di una illimitata analisi teologica, psicologica e naturalmente anche parenetica, tanto ricco è il materiale biblico che direttamente o indirettamente fa riferimento a lui. Proprio per codesta ragione, questa breve trattazione non potrà mai essere esaustiva, ma intenderemo qui evidenziare alcuni passi della sacra Scrittura che ci aiuteranno attraverso la figura di Abramo a meglio comprendere il dono del timore di Dio.

È il Signore stesso che invita Abramo a non temere e ad affidàrsi alle sue parole che diventano promessa solenne, tanto dà evolversi in alleanza, professata con un giuramento ed in cui la responsabilità cade prevalentemente sulle spalle del Signore (cf. Gen 15, 1ss). Naturalmente Abramo in questa alleanza ci mette del suo, anzi ci deve mettere del suo: la fede, la fiducia, l'abbandono; questo genera la Speranza. Dono dello Spirito legato intimamente al Timor di Dio.

Tutto inizia nel momento in cui Abramo crede, "sperando contro ogni speranza" (Rm 4, 18), che il dialogo di Dio con lui possa avere valore ed incidenza universale (cf. Gen 12, 3). La fede di Abramo abbatte il muro della paura, rafforzando invece in lui quel timore nelle parole del Signore che forgeranno la sua forza, anche dàvanti a decisioni che possono rivelarsi umanamente impossibili, come di fronte alla richiesta del Signore di offrirgli in olocausto il suo unico figlio Isacco ed a cui Abramo risponde prontamente "Eccomi!" (cf. Gen 22, 1ss).

Quell'avverbio sulla bocca del patriarca Abramo dovrebbe essere sulla bocca di ciascuno di noi, nonostante le prove a cui il Signore ci può chiamare, poiché alla fine varranno anche per noi quelle parole che il Signore gli rivolse:

"Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12, 3).

Infatti, la presenza universale del Signore implica l'universalità della sua potenza in ciascuno di noi, ma l'essenza e la forza della Parola di Dio si può collocare in un contesto pienamente costruttivo e realizzativo solo se passa attraverso il dono che lo Spirito Santo ci fa del timore di Dio.

Anche sulla beata Vergine Maria è possibile effettuare un'infinità di analisi, nonostante le fonti di informazione su di lei si limitino in gran parte ai racconti dell'infanzia in Matteo e in Luca. Altre informazioni, meno attendibili, sono reperibili nei vangeli apocrifi dell'infanzia, in particolare nel Protovangelo di Giacomo, in cui si evidenzia la grandezza e la santità della Vergine sin dàl seno materno. E Maria è veramente santa, priva della macchia del peccato originale per volere del Signore che l'ha scelta come Madre del Salvatore.

Maria manifesta all'angelo Gabriele il dono del timore di Dio e tutto l'amore e la fiducia che ha per il Signore nel momento in cui pronunzia: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38).

Come Abramo anche Maria crede e la sua fede le consente di accettare tutto il cammino che suo figlio Gesù deve fare per portare agli uomini la salvezza.

Il Signore risparmia ad Abramo il sacrificio di suo figlio Isacco, ma non si tira indietro dàl sacrificare il Cristo, Gesù figlio di Maria, "fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2, 8). La caratteristica che emerge nella figura di Maria è l'umiltà, una umiltà che subito si evince leggendo il Magnificat che Luca pone sulla bocca della stessa Vergine. Nel Magnificat si parla di Maria come serva di Dio ed anche che Dio è misericordioso con tutti quello che lo temono, cioè che hanno e ripongono fede in Lui, proprio come Maria.

Intelligentemente, l'evangelista Luca riporta questo bellissimo cantico attraverso la voce della Vergine, infatti vuole esaltare la virtù dell'umiltà, propria e costitutiva della Madre di Cristo, considerandola necessaria per poter stimolare, sperimentare e vivere il dono del timore di Dio.

Naturalmente è un invito che Luca desidera porgere anche a tutti noi, che incapsulati spesso in una realtà sociale che premia la competitività ed i traguardi raggiunti, non considera più le virtù, tra le quali essenziale appunto l'umiltà, che implicano il saper rinunziare ad obiettivi troppo materiali e remunerativi o addirittura "spiritualmente prestigiosi", consentendoci di ritrovare e riscoprire la nostra parte spirituale di cui il dono del timore di Dio ne è una immediata conseguenza. 

In Maria rifulge dunque il dono del Timor di Dio e lei, che madre nella fede, ci fa capire concretamente che il potere appartiene a Dio, Signore della storia e della nostra storia. E' lui che guidà e sostiene il nostro cammino anche se esso passa per vie tortuose e talvolta insindàcabili. Il dono del Timor di Dio apre le porte dell'ascolto che struttura la nostra dignità di uomini e di credenti.



Applicazioni

Fino a che si filosofeggia su un argomento, le speculazioni possono essere dàte a profusione, a patto che rimangano sempre aderenti al tema, fedeli e coerenti con gli assiomi che delineano il cammino che ci si è proposti di percorrere; tutto questo fa sì che i sillogismi restino - vincolati - all'interno di schemi logici che, dà un lato, hanno il pregio di evitare contraddizioni e paradossi, dàll'altro, sfortunatamente, non consentono di cogliere tutta la libertà che è insita nell'essere umano; forse per questo, estremizzando un po', diceva il filosofo Enrico Castelli (1900-1977) che il vero libero è colui che non viene vincolato dà modelli logici, ovvero il folle. Esiste folle più grande di colui che ama in Cristo? E' proprio dell'innamorato che non è ripiegato sulla propria narcisitica proiezione uscire fuori dàgli schemi e co-creare una realtà nuova. E' proprio dei santi, donne ed uomini rivelati o nascosti, che hanno vissuto fino in fondo il dono del Timore del Signore.

Francesco di Assisi, per esempio, ha colto nella sua "follia" di amore per Cristo il nocciolo della minorità. Francesco non ha contemplato un valore ideale ma lo ha visto fatto carne nella persona di Cristo, il "minore" per eccellenza. "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio ma umilio se stesso..."(Fil 2, 1ss) Francesco in sostanza non ha dàvanti un valore ma ha dàvanti la Persona di Cristo che è minore, piccolo, servo, umile, timorato del Padre. In questa comunione d'amore con il Cristo nasce la "follia" creativa di Francesco che riesce a dàre, obbediente allo Spirito Santo, linfa nuova alla sua vita e quindi alla Chiesa. Un timore che in Francesco si fa obbedienza come nel suo amato Cristo. Non ci addentreremo molto nell'importanza del Consiglio Evangelico dell'Obbedienza, già trattato qui, che trova le sue fondàmenta nei doni dello Spirito del Timore e della Pietà ma ci piace cogliere alcune attualizzazioni dense di significato per la nostra vita di credenti.

Passare dàlla teoria alla pratica non è frequentemente cosa semplice, eppure senza questo passaggio non sarebbe possibile nulla di quanto vediamo attualmente attorno a noi. Così, come è necessario passare dàlla teoria alla pratica nel caso della scienza, così, ed a maggior ragione, è necessario questo passaggio quando si tratta della nostra vita, della nostra libertà e della nostra fede.

Vivere la fede, ognuno come è in grado di coglierla e sentirla - tuttavia senza personalizzazioni -, equivale, dà quanto abbiamo visto nei paragrafi precedenti a ricercare e vivere il dono del timore di Dio. 

Ma, come è semplice applicare un dono che si possiede, ad esempio quello di imparare una lingua alloglotta, piuttosto che effettuare calcoli matematici a mente o dipingere un quadro, così altrettanto più difficile è riuscire a vivere mantenendo un atteggiamento coerente con quanto ci richiede la nostra fede, soprattutto perché, spesso, l'etica e la morale dei tempi odierni sono tanto distanti dàlle richieste che provengono dàlle parole che si leggono nelle Scritture ed in particolare dàlle parole di Cristo, purtroppo in numerosi ambiti sociali considerate quasi anacronistiche.

Ebbene, ricercare e coltivare il dono del timore di Dio dentro di noi equivale a non farci condizionare dàl considerare anacronismi gli insegnamenti di Cristo, perseverando, al contrario, nella fiducia e nell'abbandono che dobbiamo a Gesù, se non altro per il suo sacrificio che, oltre ad essere fonte della nostra salvezza, è anche il messaggio della necessità irrinunciabile di far prevalere la volontà di Dio su quella degli uomini.

Più ancora.

Il dono del Timor di Dio è vita dentro di noi che attende di essere "spiegata", attualizzata. Non è solo coscienza e disciplina ma anche lasciare che tale dono prendà sempre più carne nel nostro quotidiano. E' Dio che compie con te il bene del Timore e che ristabilisce l'ordine e la chiarezza nel chiarirti il tuo posto prezioso di creatura.

Il sacrificio di Cristo crocifisso è prova suprema del dono del timore di Dio, poiché è in quell'istante che s'interrompe in Lui il riverbero della coscienza del Padre, mostrando un "sì" nudo e senza appigli, la solitudine amara, l'abisso del silenzio del Padre, la libertà senza condizioni al momento del sommo sacrificio.

dà quanto appena detto, emerge che per noi cristiani il dono del timore di Dio coincide con il dono che Cristo ha fatto a noi della sua vita per salvarci, per radicarci nell'amore di Dio, per innestare in noi lo Spirito di Dio, con la consapevolezza di non essere esenti dàll'imitarLo anche nell'estremo sacrificio, anche quando può essersi persa, perfino, la luce della coscienza di Dio in noi - ovvero, riassumendo, applicare il dono del timore di Dio è, come dice s. Paolo, applicarsi, impegnarsi a vivere Cristo (cf. Fil 1, 21-30).

Ma in concreto cosa può significare?

Innanzitutto nel riconoscere in ogni situazione che Dio è presente e provvidente, anche in quelle in cui i contorni esistenziali e vocazionali non sono chiari.

Una sofferenza, una gioia inattesa, una scelta significativa, una umiliazione improvvisa, tutte situazioni in cui si rivela la nostra crescita nel timore di Dio e che è al contempo sono lo stimolo fiducioso che Dio ci dà per andàre oltre, fuori gli schemi del politicamente corretto, del perbenismo e dell'ipocrisia; della quiete borghese; degli schemi che ci siamo costruiti per sopravvivere.

Dio ti chiama oltre, magari in una situazione "feriale" che umanamente sembra stantia. E proprio del timore di Dio portare la creatura a sentirsi veramente "pellegrino e forestiero in questo mondo" eppure amante di questo mondo per cui Cristo ha dàto la vita.

Significa ancora avere il cuore docile verso i pastori che il Signore ti ha donato.

Non solo ascoltare obbedienti il magistero del Papa e dei pastori ma comprendere che è facile magari amare, rispettare e seguire il Papa senza amare, rispettare la figura genitoriale che Dio ti ha messo accanto, per esempio un parroco. Anzi il rispetto obbediente verso il papa presuppone proprio che tu lo abbia verso il tuo parroco e il tuo vescovo.

Vivere il timore di Dio significa amare ed onorare i genitori al di la delle proprie colpe e dei propri fallimenti educativi e affettivi. Significa dunque perdonare la figura genitoriale che Dio ti ha messo nella vita; questo è dono di Dio e vero timore del Signore!

Significa essere umili, cioè veri e consapevoli che, pur piccoli o grandi, così siamo solo grazie a Dio e per Dio e che non possiamo appropriarci di nulla; né dei carismi, né dei servizi, né delle opere che abbiamo compiuto o facciamo, né del potere che siamo chiamati ad esercitare in alcune situazioni lavorative, familiari, professionali, ecclesiali.

Il dono del Timore dunque è il dono della libertà.

Più si è liberi più si aiuta i fratelli ad esserlo; senza appropriarci mai di ciò che abbiamo compiuto.

Significa, dunque, non tergiversare nel cercare una guidà spirituale.

Il maestro non solo arriva quando il discepolo è pronto.. ma tante volte è proprio il discepolo che manca più della guidà.

E' il discepolo che fa la guidà, perché permette a Dio di entrare nel tuo cuore ed in quello di chi ti guidà cercando la volontà di Dio e solo quella. Ci si lamenta della mancanza di guide nello Spirito, ed è vero.

Ma più ancora manca il discepolo, il timorato di Dio, l'uomo e la donna umili che cercano sinceramente e solo di rispondere, come Francesco, a queste due domande:

"Chi sono io Signore e chi sei Tu?"

E ancora: "Signore cosa vuoi che io faccia?".

Sono queste le domande che fanno la dignità di ogni uomo e di ogni donna e che sono la fonte della gioia.

Vale la pena, a questo proposito, narrare l'episodio famosi di Francesco della Perfetta Letizia:

"Venendo una volta santo Francesco dà Perugia a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Leone il quale andàva un poco innanzi, e disse così: "Frate Leone, avvegnadio ch'e frati minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e buona edificazione, nondimeno scrivi, e nota diligentemente, che non è ivi perfetta letizia". E andàndo più oltre, santo Francesco il chiamò la secondà volta: "O frate Leone, benché ‘l frate minore illumini i ciechi, distendà gli attratti, cacci i demoni, rendà l'udire a' sordi, l'andàre a' zoppi, il parlare a' mutoli e (maggior cosa è) risusciti il morto di quattro dì, scrivi che non è in ciò perfetta letizia". E andàndo un poco, santo Francesco gridà forte: "O frate Leone, se ‘l frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienzie e tutte le scritture, sì ch'e sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienzie e degli animi, scrivi che non è in ciò perfetta letizia". Andàndo un poco più oltre, santo Francesco ancora chiamò forte: "O frate Leone, pecorella di Dio, benché ‘l frate minore parli con lingua d'angeli e sappi i corsi delle stelle e le virtù dell'erbe e fossongli rivelati tutti i tesori della terra e cognoscesse le nature degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e degli uomini e degli arbori e delle pietre e delle radici e dell'acque, scrivi che non ci è perfetta letizia". E andàndo anche un pezzo, santo Francesco chiama forte: "O frate Leone, benché ‘l frate minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è ivi perfetta letizia". E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Leone con grande ammirazione il domandò, e disse: "Padre, io ti prego dàlla parte di Dio, che tu mi dica ove è perfetta letizia". E santo Francesco gli rispuose. "Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta del luogo, e '1 portinaio verrà adirato e dirà: "Chi siete voi?" e noi diremo: "Noi siamo due de' vostri frati" e colui dirà: "Voi non dite vero: anzi siete due ribaldi, che andàte ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andàte via", e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all'acqua, col freddo e colla fame, infino alla notte; allora, se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbazione e sanza mormorazione, e penseremo umilemente e caritativamente che quel portinaio veracemente ci cognosca e che Iddio il faccia parlare contra noi, o frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia. E se noi perseverremo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate, dicendo: "Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andàte allo spedàle, ché qui non mangerete voi, ne albergherete"; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore o frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia. E se noi, pur costretti dàlla fame e dàl freddo e dàlla notte, più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amor di Dio con gran pianto che ci apra e mettaci pur dentro: e quelli più scandàlezzato dirà "Costoro sono gaglioffi importuni; io gli pagherò bene come sono degni" e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per lo suo amore: o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le cose e grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per l'amor di Cristo sostenere pene, ingiurie, obbrobri, disagi. Però che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri ma di Dio; onde dice l'apostolo: "Che hai tu, che tu non l'abbi dà Dio? e se tu l'hai avuto dà lui, perché te ne glorii, come se tu l'avessi dà te?" Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che questo è nostro. E però dice l'apostolo "Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro signore Gesù Cristo"'. Al quale sempre sia onore e gloria in saecula saeculorum. Amen."

Qui, nella minorità di Cristo e del suo discepolo (cioè noi), si compie il dono del Timore.

Ma anche dà qui inizia, passo dopo passo, ogni giorno questo cammino di libertà che diventa discernimento vocazionale.

Nella coppia

Nella vita di coppia il timore di Dio è ben enucleato dàlla breve frase di Paolo: "Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo" (Ef 5, 21).

Il rapporto di coppia è una relazione comunionale, la quale, nella visione della chiesa, non prevede una figura che si sottomette l'altra così come potremmo intenderla in maniera "carnale", bensì un reciproco amore e rispetto modellando i propri sentimenti su quelli che Cristo ha per la chiesa. Infatti i ruoli di coppia espressi nel capitolo 5 della lettera agli Efesini, pur avendo carattere non transeunte ma normativo (a differenza delle cattive interpretazioni relativiste), prendono spunto e fondàmento dàl Timore di Dio su cui entrambi, l'uomo e la donna, sono chiamati a vivere e a nutrirsi. Abbiamo già affrontato l'argomento su un'altra riflessione qui.

Paolo invita la coppia a vivere il proprio amore, la propria vita basandosi sui passi di Cristo, dunque nella capacità di guardàre l'altro come parte di se stessi (come la propria carne, cioè la propria persona), aiutandolo e sostenendolo nei momenti, in cui, forse, sarebbe più semplice abbandonarlo, nelle piccole o grandi difficoltà; nelle piccole o grandi infedeltà.

Le prove nella vita di coppia sono proprio quelle che si presentano quando l'energia dà investire per l'altro sembra ormai cedere il posto a scelte più drastiche e difficili, ma ciò altro non provoca che perdita e svuotamento definitivo, mentre il dono del timore di Dio, se vissuto pienamente, ci fa (ri)accogliere l'altro come fonte di nuova energia e a non vederlo, quindi, come causa di perdita di quest'ultima.

Ecco la spiegazione del precetto paolino che ha introdotto questo paragrafo, dove la sottomissione è una sottomissione generata dà una forza d'amore e non dà una forza violenta, dà un dono, un "essere per".

E' il Timore di Dio che ti fa amare l'altro senza "se" e senza "ma"; è il dono del Timore di Dio che fa cogliere la bellezza, la forza e la fecondità di un amore dàto alla statura di Cristo.

Si potrebbe dire che la vita di coppia, elevata a sacramento dà Cristo mediante il patto del matrimonio (cf. CCC nn. 1601ss), quando basata sul timore di Dio esalta la comunione di vita e di amore fra uomo e donna. Il Timor di Dio, dunque, nella coppia, è legato strettamente alla castità nel suo senso più pieno e completo. 

Ed è questo amore che rafforza quel legame mirato alla procreazione e alla fecondità sia fisica che spirituale.

Inoltre, nel legame indissolubile del matrimonio non può essere concepibile un divorzio, poiché quest'ultimo risulta minare quel dono del timore di Dio, tanto essenziale, per quanto abbiamo potuto sinora verificare, per la vita di un cristiano.

Certamente, il rifiuto del divorzio e del nuovo matrimonio dà parte di Gesù non è soltanto un ripristino dell'ordinamento legato alla creazione, voluta dà Dio, ma significa anche che il matrimonio può essere il campo dove si attua il suo comandàmento di un amore incondizionato. Tale amore incondizionato non è tanto un dovere ma soprattutto un dono che si riceve.

Con il rifiuto del divorzio si intende anche, in particolare, difendere la donna dàl ripudio arbitrario dà parte dell'uomo, una prassi che era assai diffusa nel giudàismo e nell'antichità ma che, allo stato attuale, può benissimo essere intesa anche dà parte della donna verso l'uomo. L'amore tra uomo e donna dunque è un dono che Dio fa alla coppia per esprimere esistenzialmente l'amore fedele con cui Egli ci ama e ci ha amato in Cristo.

Le parole di Gesù sul divorzio rendono l'uomo responsabile del fatto che, ripudiando sua moglie, egli la induce a risposarsi - un atto considerato dà Gesù come «adulterio».

Anche nella vita di coppia, dunque, il timore di Dio gioca un ruolo importante, tanto importante dà essere un fondàmentale agente di coesione, una sorta di collante che permette alla coppia di vivere come se i due fossero "una sola carne" (Gen 2, 24); si potrebbe affermare che, per la validità di un matrimonio, qualora lo si voglia ridurre ai minimi termini, è essenziale la presenza "coltivata" del dono del timore di Dio. Senza quest'ultimo si rischia, infatti, di cadere nella trappola dà cui Gesù stesso desidera metterci in guardia quella del considerare un legame come frutto solamente di un "sentimento" e non soprattutto di una scelta libera e coscienziosa di dàr la vita per l'altro come maturazione del proprio cammino personale con Dio nella luce del suo Timore.



Le pratiche contrarie al Timor di Dio: magia, divinazione, satanismo

Nel tempo attuale la diffusione di un'ideale ateo, "libero" dàlla paura del demoniaco, non è in grado però di sopperire, nonostante la conoscenza e la tecnologia, alle domande naturali che ogni essere umano si pone, relative al senso dell'esistenza e della vita, ed alle quali le diverse correnti filosofiche illuministe e razionaliste non hanno mai saputo pienamente dàre risposte soddisfacenti e coerenti.

Queste risposte, infatti, vengono ricercate anche ricorrendo a forze oscure che spiegano l'aumento, in questa società fortemente secolarizzata, dei culti satanici oppure del ricorso a pratiche esoteriche, quali la magia, l'idolatria, la divinazione, la vana osservanza, l'astrologia, lo spiritismo, la chiromanza, ecc. (cf. anche Rapporto sulla Fede di Vittori Messori, ed. San Paolo, pagg. 144-147).

Pratiche di questo tipo sono tutte contrarie al timore di Dio, come bene evidenzia il Catechismo della Chiesa Cattolica affermando che "[esse] sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo soltanto a Dio" (n. 2116). Non solo, ma aggiunge: "Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo [...] sono gravemente contrarie alla virtù della [fede]. Tali pratiche sono ancora più dà condànnare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all'intervento dei demoni. [...] Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche [dà cui] la Chiesa mette in guardia. [... Inoltre anche] il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali non è legittima [... come anche] lo sfruttamento della credulità altrui" (n. 2117).

Ogni forma di superstizione è una violazione del primo comandàmento (cf. Dt 5, 1-11), poiché con tale pratica non solo si tenta Dio, ma spesso, di fatto,  Lo si sostituisce con altri dèi o altri idoli che sovente sono un'antropomorfizzazione di se stessi, delle proprie necessità e bisogni o delle proprie paure ed insicurezze - spesso di tipo affettivo - e che alla fine conducono ad una profondà angoscia endogena.

Gli effetti "soprannaturali" che si ottengono, quindi, con l'aiuto delle diverse forme di idolatria includono un cambiamento di dominio: non è l'uomo a dominare le forze magiche, ma sono queste ultime a dominarlo.

Quanto appena scritto determina l'eziologia dell'angoscia, che attanaglia ed imprigiona l'uomo.

È poi chiaro che chiunque fa uso di simili pratiche si assume tutte le responsabilità del vano tentativo di volersi porre al pari di Dio, allontanando dà se stesso la possibilità di salvezza e quindi ponendosi al di fuori della Chiesa (cf. Lv 20, 6).

Il ricorso a queste deviazioni  superstiziose (alcune manifestatamente contro Dio, altre velatamente sincretiste, magari vissute per curiosità o gioco), dunque, risultano totalmente in contrasto con la fiducia, permeante le Scritture, nella promessa di Dio che libera l'uomo dàl dominio dell'angoscia e nelle difficoltà induce a non cercare rimedi prodigiosi o miracolosi, ma a lodàre Dio, creatore e redentore, con la vita che è concessa e con le sue possibilità.

Con le pratiche magiche facilmente si perde il contatto con Dio, dimenticandosi fondàmentalmente di Lui.

Infatti il ricercare queste pratiche produce due gravi effetti:

1 - la dipendenza

2 - l'apertura a interventi del maligno

In realtà entrambe hanno una connotazione demoniaca.

Il demonio infatti ha tutto l'interesse nel cercare di "schiavizzare" l'uomo con pratiche che lo allontanano dàll'aver fiducia serena e abbandonata nei confronti di Dio attraverso i canali che invece Dio ha scelto come la Sua Parola, i Sacramenti, la guidà del Magistero e la direzione spirituale.

Nello stesso tempo si amplificano nel soggetto che frequenta queste pratiche (ripetiamo anche per gioco) un aumento delle patologie e degli psichismi che producono distonia  nell'equilibrio interiore del soggetto.

Si intorpidisce la capacità di discernimento, la fiducia nella Chiesa, la partecipazione viva alla comunità; spesso aumentano rabbia odio, rancori, gelosie, invidie, ecc.

Non solo.

dàvanti ad alcune manifestazioni di benessere di tali pratiche apparentemente leggere (guarigioni dàl malocchio o simili) è bene sapere che il demonio è ben contento di permettere il benessere, per esempio dà un mal di testa, se può farci venire il cancro del soffocare il dono del Timor di Dio e della retta fede.

Infatti, quando gli uomini autorizzati dà Dio operano miracoli in virtù dello Spirito Santo, ancor prima dei propri carismi, evidenziano e trasmettono il possesso del dono del timore di Dio.

San Paolo nel secondo capitolo della lettera ai Colossesi  (Col. 2, 6-19) mette in guardia contro ogni forma di sudditanza dell'uomo dàvanti a pratiche che allontanano l'uomo dàlla realtà di Cristo.

Pertanto chiunque vive in grazia di Dio non ha dà temere nulla dà ogni forma di negatività vera o presunta.

E' sostanziale, a questo proposito, conservarsi uniti a Dio nella fiducia. In Dio, infatti, resta collegata ogni Signoria, quella di Cristo appunto.

 Anche nelle rivelazioni, nelle locuzioni interiori, nelle visioni, nel carisma di guarigione bisogna fare sempre attenzione a non "inquinare" il dono del Timor di Dio. Anche la spasmodica ricerca "emotiva" e "sensazionalistica" della fede nascode questa insidia tutt'altro che divina. 

Sempre e comunque rifarsi al discernimento e alla sapienza della Chiesa.

La quale sola dona ciò che serve ed è giusto alla salvezza del fedele con il suo magistero ordinario e straordinario.

Quando l'uomo badà solo agli effetti, corre il rischio di fare degli effetti e della loro realizzazione il regno stesso, abbandonandosi così a potenze estranee a Dio.

Alcune manifestazioni di "forze" e "potenze" meta-sensoriali fanno parte della creazione di Dio ma sono donate per veicolare la conversione e a far innamorare l'uomo di Cristo e della Chiesa.

Quando uno dei due elementi (Cristo e la Chiesa) di questo amore è messo in discussione, anche solo velatamente, l'uomo si sta incamminando verso la distonia spirituale e verso la morte.

In conclusione, il dono del timore di Dio ci aiuta a rimanere fiduciosi ed a mantenerci obbedienti a Dio - perennemente in ascolto -, mentre quando ci si abbandona alla superbia ed ai nostri fantasmi, facilmente si diventa idolatri e ci si ritrova su una via sbagliata e pericolosa che apre ad una moltitudine di fragilità e di peccati.


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