A Giesu nel deserto

Francesca FarneseA cura di P. Pietro Messa, ofm

La venerabile clarissa Francesca Farnese (1593-1651) è una delle figure rappresentative della spiritualità del Seicento in cui l’affezione a Gesù e Maria si esprime anche attraverso la poesia, ossia un genere letterario privilegiato dai mistici in cui partecipazione emotiva e passionalità sono ben presenti, come mostra la sottostante composizione dedicata alla contemplazione di Gesù nel deserto.   


Chi vuol vedere cose stupende, e nuove

Corra al deserto, e con acceso cuore,

Quivi contempli il sommo alto motore,

Quel, ch’il tutto governa, ordina, e muove.



Quel, che nel cielo ha la sua stanza, hor stassi

In orrido deserto aspro, e sassoso,

Siede soletto à ogni mortal’ascoso

Tra sterpi, e pruni, e tra dirupi, e sassi.



Et è pur quel, cui fan corona intorno

Mille migliaia di beate schiere

D’elette spirti, che con gran piacere

Lodano il nome suo la notte, e’l giorno.



E quello ancor, che sopra i cherubini

Siede, e si posa, e à cui si curva, e piega,

A terra ogni ginocchio, e alcun nol niega

Di far’al di lui nome humil’inchini.



Quello che tremar fa la terra, e’l cielo.

Stà con le membra sue divine, e sante

All’aria, al freddo, pallido, e tremante,

Fatte per amor mio quasi di gelo.



Quello che regge il mondo, e che nutrisce

Fin i polli de’ corvi, et à ciascuno

Il cibo porge in tempo più opportuno,

Hor fatto huomo mortal fame patisce.



Povero è divenuto, erme, e meschino,

Esule fuor del suo celeste regno,

Per far che l’huom, che se ne rese indegno,

Torni a esser del ciel cittadino.



Sono i palazzi suoi caverne, e grotte,

gl’apparati, le spine, i tronchi, i sassi,

Son le sue feste, le delitie, e spassi

I digiuni, il patir di giorno, e notte.



Sono i suoi corteggiani orsi, e leoni,

cervi, caprij, conigli et altre fiere,

Che d’intorno gli vanno à schiere, a schiere,

E stanno al suo cospetto humili, e proni.



Chi d’immenso stupor non verrà meno,

Vedendo tra le fiere habitar Dio?

Chi sarà sì crudele, ingrato, e rio,

A cui di compassion non s’empia il seno?



Chi sarà quel, che non s’elegga in sorte,

Nel deserto habitar fin c’haurà vita,

Facendo compagnia cara, e gradita

Al suo dolce Giesù fin’alla morte?



Io per me quest’eleggo, e vò soletta

Starmi sempre con lui fissa, e mirando

Quel bellissimo volto, contemplando

La deitate in lui chiusa, e ristretta.



Mirando tutt’i moti, gesti, i passi,

Riscalderò delle sue membra il gelo,

Lo seguirò con amoroso zelo

Tra le fiere, trà tronchi, e spine, e sassi.



Asciugarò dalla fronte divina

Il gelido sudor, de gl’occhi il pianto,

Dalle ingiurie del ciel con il mio manto

Cuoprirollo, e starommi à lui vicina.



Infin che venga l’hora fortunata,

Che dal deserto al ciel voli quest’alma,

Dove non meritata eterna palma

Per sua bontà gli tiene Iddio serbata.



Per un approfondimento cfr. Da santa Chiara a suor Francesca Farnese. Il francescanesimo femminile e il monastero di Fara in Sabina, a cura di S. Boesch Gajano e T. Leggio (Sacro/santo, 21), Viella, Roma 2013.

Altre poesie della venerabile suor Francesca Farnese in:

http://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/la-venerabile-francesca-farnese-in-onore-di-maria-assunta.html



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