arcobalenoProprio perché monopolizzato (e capitalizzato) da una stretta lobby, il mondo delle persone con attrazione per persone dello stesso sesso domina la fliera mediatica che decide i temi dell’opinione pubblica in preparazione all’agenda politica radicale di massa. La Chiesa cattolica, restando fedele alla rivelazione ricevuta, distilla una dottrina capace di rispettare veramente queste persone senza ridurle alle proprie pulsioni (elevate al grado di bisogni)

di Paul Freeman


Omo-affettività, chiarezza antropologica e chiarezza sui termini



Chiarezza

La chiarezza sulla questione omosessualità è importante.

Cominciamo subito col dire che il catechismo nella terza parte della Vita in Cristo, trattando il sesto comandamento, ai numeri 2357-2359, cita testualmente:

2357 L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Dietro questa preziosa e sintetica elaborazione non c’è solo l’apporto della Tradizione ininterrotta della Chiesa sul tema. Non c’è solo la Parola di Dio, non fraintendibile, ma anche lo sforzo antropologico di San Giovanni Paolo II (e del sostegno del Card. Ratzinger) di elaborare un personalismo cristiano.

Nelle catechesi sul Genesi di San Giovanni Paolo II, mirabili per acutezza, sintesi e profondità, si evince il primato della persona sul suo essere sessuato. San Giovanni Paolo II lo fa in riferimento ai due racconti della creazione del Genesi.

Questo ha portato, giustamente ad inquadrare la “persona omosessuale” anzitutto come “Persona” con tutto il quid (tutta la qualità) ed il bene ontologico che ne deriva. Per tale motivo il Catechismo elabora quelle due belle proposizioni.

Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita”

e “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità”.

Il loro essere anzitutto “persone” è così prezioso che non può essere ridotto alla loro espressione omosessuale. Intendendo per espressione sia gli atti, comunque gravemente immorali, sia la tendenza, più o meno radicata.

Questo approccio che aveva e continua ad avere una sua importanza nella definizione ha esposto però, a mio avviso, inconsapevolmente, a due rischi.

Il primo è che centrando ed accentuando la prospettiva “personalista” distaccandolo dalla sua ineludibile connotazione sessuata, ha aperto fuori la Chiesa ed in alcune frange dentro la Chiesa ad una dimensione di “naturalità” dell’omosessualità. Ad introdurre nella riflessione, pian piano, tale tendenza, come un terzo polo sessuato, originato chissà come.

Ora, non solo la biologia e le scienze comportamentali ci dicono altro, ma anche la dimensione culturale, non come dato appiccicato ma legato strettamente al dato biologico, ci dice ben altro. Si nasce dunque persone uomini e persone donne che possono avere (quindi un dato legato all’accidente e non all’essenza della persona) tendenze e/o comportamento omo-affettivi.

In effetti, personalmente, correggerei il catechismo in questa definizione. Non parlerei più di persone omo-sessuali ma persone omo-affettive. Perché appunto non esiste la categoria di “persone omosessuali”, che allora, ripeto, nel Catechismo, non era fraintendibile, ma Persone, uomini o donne che “hanno” tendenze omo-affettive.

La sessualità, dal punto di vista biologico, è infatti il modo con cui si riproducono gli esseri umani: esiste la sessualità tra maschi e femmine, legata strettamente alla complementarietà relazionale. Complementarietà ineludibile dal carattere biologico differenziato e, feconda, su più piani, proprio per tal motivo. Differentemente, tra eguali si può avere omo-erotismo o, al più omo-affettività.

In secondo luogo, connotare le persone come omo-affettive e non come omo-sessuali introduce meglio alla vocazione della Vita in Cristo con la chiamata alla santità. La dimensione omosessuale, anche se la parola sessualità ha una accezione più ampia ed omnicomprensiva e decisamente positiva, come dicevamo poc’anzi, nell’antropologia cristiana, si presta di più a qualcosa che capitola nella omo-eroticità, tra eguali, di cui parleremo tra poco ed il cui epilogo è il termine slang “Gay”.

La dimensione omo-affettiva invece apre meglio al bene disordinato che ha in sé questa tendenza e che può essere riorientato liberamente dal soggetto con il supporto e la disciplina nella Grazia. La “persona omo-affettiva” ha in sé qualcosa di nobile, non come la vulgata diffusa strumentalmente che fa vedere l’omosessualità come ben vista nel mondo greco e tra persone colte. Basti leggere Platone e il teatro greco per vedere come veniva inquadrata l’omosessualità e la sua dimensione “innaturale”. Sì, anche per il mondo greco l’omosessualità era contro natura.
Ma piuttosto affermare “Persona omo-affettiva” ci aiuta a cogliere meglio il grido di amore e tendenza all’amore, anche se mal orientato. Questo, lo vedremo, può essere riorientato. Non è dimensione “riparativa” ma dimensione profonda e trascendente. Rispondendo pienamente a ciò che c’è dietro alla domanda omo-affettiva, rimettendo la freccia, del Bene in sé e della persona, nella giusta direzione. Anzi scoprendo dimensioni inesplorate nella Grazia. Lo vedremo.

Questo ovviamente non deve portare ad una de-rubricazione dell’omossesualità come avvenuto impropriamente (e sotto il pungolo di pressioni politiche) con l’APA prima e con l’OMS poi. L’omo-affettività è e rimane una “malattia” ma non nel senso comune cui tale termine rimanda. Infatti alla psicologia ed alla medicina odierna mancano (e non potrebbe essere altrimenti) proprio le categorie antropologiche nell’affrontare il problema del sé, di questa dimensione profonda. Semplificando, e purtroppo qui non possiamo fare altrimenti, noi sappiamo che tale disordine affettivo, come ogni disordine affettivo, parimenti disastroso nei confronti della Vita in Cristo, è conseguenza della ferita di origine.
Di quella specie di involuzione che a partire da Genesi 3 è dipinta anche in Genesi 6.

“Sensualità e libidine non s'impadroniscano di me;
a desideri vergognosi non mi abbandonare.
 … una passione ardente come fuoco acceso
non si calmerà finché non sarà consumata;
un uomo impudico nel suo corpo
non smetterà finché non lo divori il fuoco;
per l'uomo impuro ogni pane è appetitoso,
non si stancherà finché non muoia.”
(Sir. 23,6.17)

 

Natura e felicità

Per il mondo greco, meno inficiato di scienze positivistiche e più legato ai fondamentali ed alle vere domande dell’uomo, l’omosessualità era decisamente contro-natura.

Cioè l’omosessualità risulta contraria alla finalità stessa del piacere in ordine alla relazione data oggettivamente, come feconda e socialmente feconda, tra un uomo ed una donna.

Platone nelle Leggi (636, c), cita testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Come si vede il testo di Platone richiama facilmente i primi versetti del cap. 6 del Genesi.

La vulgata creata ad arte della “nobiltà” dell’amore omosessuale, sostenuta a forza dal potere mediatico, oggigiorno, si configura più come una gigantesca operazione di rimozione omo-ossessiva per colorare di “buon intenzionismo” e di “bene” qualcosa che in sé non funziona e porta facilmente alla Tristezza di cui parlavamo nella riflessione precedente. Al Demone della Tristezza.
In questo Demone, in questo Loghismoi, capitolano gli atti sessuali disordinati ed ancor più quegli atti che si connotano come oggettivamente disordinati e contro-natura.

Per cui una colorazione di “nobiltà e di eccellenza” dell’omosessualità come dipinta dall’oncologoco Veronesi e altre personalità radical-chic, non è altro che una proiezione, piuttosto immatura, del voler negare la Tristezza che l’omosessualità porta in sé e che alimenta in sé stessa. Una pessima risposta ad una profonda domanda.

Ricordiamo, come fosse oggi, una proclamazione vigorosa di Franco Grillini a Porta a Porta qualche anno fa: “Io sono felice, Fe-li-ce!”.

E’ comprensibile la difesa della propria condizione per gli equilibri del sé e contro vulgate omofobiche, che tradiscono sovente lo spirito del catechismo “.. . Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.

Ogni uomo ed ogni donna ha il diritto ed anche il dovere di essere felice. Ma sul criterio della felicità, come sull’amore, molto ci sarebbe da dire. Mentre il desiderio è legittimo ed è un dono di Dio, per ricevere Dio, necessita parimenti di aperture non narcisistiche, presenti anche in rapporto etero-affettivi, che di per sé la dimensione omo, cioè uguale, porta in sé.

L'omosessuale ha in sé, non necessariamente come colpa, i principi narciso-centrici per non compiere mai un "salto" desatellizzante radicale verso l'altro.

Ciascuno di noi fa, nel tempo, una scoperta che allo stesso tempo è bellissima e drammatica. Io mi percepisco come punto chiaro e definito di approccio alla realtà e alle cose, vedo con i miei occhi, percepisco con i miei sensi, rifletto con la mia testa. Tuttavia allo stesso tempo percepisco che io stesso sfuggo a me stesso alla comprensione della mia realtà personale. Sono per me stesso un mistero un qualcosa di chiaro e allo stesso tempo inafferrabile.

Con diritto posso dire “io sono io..” ma allo stesso tempo “io non sono io”.

Questa percezione duplice di sé apre al reale e cioè al senso del limite. Quel limite prezioso che suscita l’altrettanto preziosa solitudine. Qualunque sia la mia vocazione, di vergine o di coniugato. Nessuno ne è esente. Proprio quella percezione del limite che non è cara a certi pseudo-cartesiani che confondono il percepito con l'ontologico e che chiudono l'essere alla trascendenza di sé.

Infatti la preziosa solitudine apre ad altro da sé, a quel bisogno ontologico di posseder-si, di coscer-si e di amare, visto che in definitiva nessuno si possiede, si conosce ed ama senza una radicale alterità; questo è il fondamento di ogni autentica esperienza religiosa ben lontana da ogni fondamentalismo che cerca di incastonare l'essere nelle regole, siano esse religiose o laiche. Anche i comandamenti di Dio e la legge di Cristo rispettano, necessariamente, questa solitudine dell'essere affinché si trascenda.
Anzi la solitudine è segno della nostra incompletezza ontologica e quindi di apertura a Dio necessaria, in Cristo. La Vita in Cristo, appunto, come il Catechismo ricorda.

La legge di Dio è mistero, perché pur essendo chiara, nel contempo necessita di affrontare la solitudine ed il vuoto; necessita di ascolto e di trascendenza; quello che chiamiamo con una parola "Conversione". La solitudine, come compagna drammatica e bellissima dell'esistenza, può ovviamente avere due risvolti: o giocare sulla “scommessa” e portare l'essere dell'uomo a dischiudersi verso altro da sé oppure chiuderlo nella paura di un radicale narcisismo. Questa paura ed involuzione narcisistica è frutto del peccato.
Sia originale che originato.

La struttura epocale narcisistica ed edonistica non aiuta a condurre l'uomo speditamente verso un cammino di vita ma lo chiude in un omeostatico sguardo su sé stesso. È il dramma di tante coppie che non "rischiano" nella solitudine di incontrare l'altro nell'Altro, che è Dio, ma si chiudono in un perpetuo convivere narcisistico.
Esiste per così dire anche un narcisismo omo-affettivo in una coppia etero-affettiva.

L'omosessuale, anzi la Persona omo-affettiva, vive con ancora più drammaticità questo essere un quesito per sé stesso, forse grazie alla sua sensibilità e, purtroppo, in tanti casi, rifiuta di comprender-si e di avere risposte e si chiude all'unica vera battaglia della crescita di sé verso una dimensione squisitamente narcisistica dell'esistenza.

L'omosessuale non cerca l'altro da sé per comprendere sé medesimo ma cerca l'uguale per trovare conferma del vuoto che porta dentro. E non volendo alimenta in sé il Demone della Tristezza. Anche se lo riveste di una patina disincantata di felicità e di “gayezza”. Come giustamente dice il catechismo Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova.”

Difficile, se non umanamente quasi impossibile, per l'equilibrio del sé, ammettere a sé medesimi questa sconfitta del sé, per cui ecco nascere, con rabbia, l'orgoglio omosessuale, la sempre più spesso falsa coscienza civile di essere "vittima", creare a tavolino neo-lingua con parole come “omofobia”, il bisogno di affermare sé stessi come polo sessuale alternativo. Da qui, anche, la teoria del "genere".
Il soggettivismo come principio di un sé chiuso narcisisticamente porta a questi deliri di grande dolore negato ma terribilmente voluto.

Rendo noto che nel 2001, per invito di una persona omo-affettiva, un caro amico, misi giù un piccolo saggio di ricerca sul tema “Bibbia ed omosessualità”. Una raccolta non molto organica di riflessioni molto letta e citata ripetutamente anche da Wikipedia e da fonti cattoliche. Quando, nel giro di pochi giorni, attorno al 2008, quando già nelle serie tv si iniziava a condire necessariamente con morbosità omo-affettive la coscienza altrui, tale pagina scomparve da Wikipedia. L’orchestrazione modaiola della “gayezza” e del far apparire come bella e nobile l’omosessualità era iniziata. Da allora si metterà dentro un film, un serial, una serie tv, due possibilità di relazione. Quella etero, fatta apparire sempre complicata, faticosa, disordinata e veicolo di conflittualità e di violenza. Impura e magari dannosa per i figli. E quella omo-affettiva dipinta come il neo mulino bianco relazionale foriera di neo-bellezza.

Le ideologie nascono sempre da un problema che c'è dentro l'uomo non metabolizzato in Cristo.

La dimensione vocazionale, dunque, è la grande assente della Pastorale odierna. Manca qualcuno che ti indichi e ti inviti alla Via della Felicità.

Ma noi sappiamo bene qual essa è.
È Cristo.
E per vederlo ed entrare in comunione con Lui siamo chiamati, ognuno come può e senza fare confronti o avere inutili attese verso gli altri, a considerare tutto come “scarto ed escremento” (σκύβαλα). Nulla vale la conoscenza di Cristo e qui risiede la gioia e la felicità.

 

Omo-affettivi e non gay, per il rispetto della Natura

Al lettore ora apparirà chiaramente l’uso della parola gay è improprio. Specie in bocca a sacerdoti. La parola gay è foriera di una neo-antropologia legata all’omo-eroticità. Ad un neo mondo creato ad hoc per “perseguitare”, con il politicamente corretto, e rendere anormale la normalità relazionale. Rendere obsoleta la famiglia. Violentare il reale.

Il termine omo-affettività invece è più rispettoso delle potenzialità in sé che ha la persona; al bene, alla felicità e al compimento di sé.

Qualche malizioso (e ce ne sono) obietterà che lo stesso Santo Padre nell’intervista in aereo ha usato il termine “gay”. Certo. Leggiamo le parole del Santo Padre perché ne vengono fuori aspetti pregnanti sul tema:

“Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d'identità in Vaticano con "gay". Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice, - aspetta un po', come si dice - e dice: "Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società". Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c'è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me.” (GMG Rio - L'incontro con i giornalisti a bordo dell'aereo al rientro da Rio de Janeiro – 28 luglio 2013)

Siamo in un contesto colloquiale e non certo di documento magisteriale per cui il Santo Padre “usa” la parola “gay” per essere capito più facilmente ed immediatamente. Non è suo desiderio creare fraintendimento ma anzi ribadire alcuni concetti fondamentali che vedremo di seguito. Semmai è compito di chi gli sta vicino il prendere e riportare le sue parole affinché siano rettamente intese e non creare “mode” ed alimentarle con i bisogni di cui parlavamo recentemente, quello di “identificazione proiettiva” e quello di “piacere al capo”.

Aspetto a latere, ma non troppo, che il Santo Padre introduce, è quello delle lobby. Dice infatti:Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me”. Cioè il problema non è una tendenza ma il comportamento strutturato che nasce da questa tendenza. Qualunque essa sia. Dovremmo avere imparato, oramai, che il Santo Padre ci invita a non stigmatizzare una categoria di persone ma a criticare i comportamenti. Specie se strutturati per veicolare posizioni ideologiche. Come ci può essere una “lobby dell’Amoris Laetitia” che tradisce il senso proprio e finanche letterale del documento per portare avanti distorsioni nel discernimento. Oppure una “lobby dei fedeli interpreti del papa”, o ancora una “lobby dei principi non negoziabili” ed infine anche una “lobby omosessualista”. Fare lobby, è comprensibile tra gli uomini, ma lì lo Spirito del Signore slitta e vi entra poco. Vi è già uno spirito che vi si agita con i suoi turbamenti.

Ma proprio nel riportare il catechismo il Santo Padre fa accenno ad un aspetto molto importante:

"Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice, - aspetta un po', come si dice - e dice: "Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società".

Ora, è evidente, dal contesto, che se analizziamo i termini, il significato, dire “gay che cerca il Signore” è un ossimoro.
Chi è gay non ha solo tendenze omo-affettive ma comportamenti gravi reiterati, abitudinari contrari all’azione della grazia.
Anzi che rendono la Grazia di per sé non feconda per la persona stessa.
Tuttavia quello che preme al Santo Padre non è il significato del termine ma la tendenza, anche se essa avesse occasionalmente delle cadute che però, la persona omo-affettiva, cerca di guarire e ri-orientare alla luce della ricerca di Dio. Tale persona omo-affettiva, non senza fatica, conosce bene che deve dire no, ma non sempre vi riesce. Proprio perché “cerca il Signore”. Da qui si evince che ogni leggerezza di alcuni verso le unioni di fatto è gravemente immorale. Non solo nei confronti dell’antropologia e dell’antropologia cristiana. Non solo nei confronti della Tradizione, della Parola di Dio e del Catechismo, ma anche nel significato autentico delle parole del Papa.
Altrimenti l’ossimoro operativo è sempre presente in coloro che vogliono trovare una giustificazione alle proprie pulsioni, oggettivandole con il consenso di legge.
Siano essi in tonaca o meno.

Una certa omo-eresia nasconde sempre una omo-prassi, o comunque una coscienza non retta in ordine alla castità. Mentre il Santo Padre cita il catechismo per una retta interpretazione delle sue parole.

Ma viene fuori un altro aspetto, su cui, giustamente il Santo Padre batte costantemente.

 

Gratia supponit naturam et extendit eam

Lo stichwort tommasiano, se leggiamo male San Tommaso, con il “perfecit eam”, perfeziona la natura, rischia di essere incastonato in una rigidità che non è l’opera della grazia come è conosciuta. Quasi a dire la natura è il primo dato la grazia la suppone e la compie. Non è così.

In questo ci aiuta San Bonaventura che parla del fenomeno delle Stimmate di San Francesco nella Legenda major al cap. XIII:

“Excreverat quidem in eo insuperabile amoris incendium boni Iesu in lampades ignis atque flammarum, ut aquae multue caritatem eius tam validam exstinguere non (cfr. Cant 8,6-7) valerent”“L'incendio indomabile dell'amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di amore così forti, che le molte acque non potevano estinguerle” (Legenda Maggiore, cap XIII – San Bonavenura).

San Bonaventura parte da un fatto unico nella storia del Cristianesimo, un desiderio di un piccolo uomo, per quanto forte, ha attratto a sé la Carità Divina, la Grazia, facendo erompere nella carne quello che Francesco aveva meditato a lungo nel cuore, con il dono delle stimmate. Insomma una piccola porzione di terra aveva compiuto un’opera gloriosa, ben al di là delle più rosee possibilità.

La Grazia, accolta, dunque, nella disciplina dei “no”, che sottintendono un prezioso “sì”, estendono la natura stessa aprendole un orizzonte che la natura non può neanche immaginare.

La castità, dunque, la temperanza, la continenza, indicate nel catechismo, la disciplina della carne nello Spirito Santo, anzi nel “dovere” (Rm. 8) che suscita lo Spirito Santo, richiesta e possibilità, richiamo e spinta, permette all’uomo e nella fattispecie alla persona omo-affettiva di andare in orizzonti di amore e di gratuità che erano impensabili.

Anzi talvolta la ferita, la prova che essi vivono, può aprire a tesori di donazione veramente non comuni.

Purché si faccia discernimento e si “cerchi con sincerità il Signore” come ricorda il Santo Padre.
Qui veramente non c’è giudizio, ma stupore del lavoro intimo del seme della grazia.

Dobbiamo stare molto attenti a questa accezione perché non è una legittimazione al vizio o perpetrare atti e comportamenti omo-affettivi ed omo-erotici. Come ricorda il Catechismo, sottinteso dal Santo Padre,Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.

Per questo non serve “stigmatizzare”, che significa altresì precludere al seme di Grazia di portare frutto, abbondante e sopra ogni misura, se coltivato nel cercare sinceramente il Signore. Nel cogliere quell’anelito alla Vita Eterna presente disordinatamente nella pulsione omo-affettiva e direzionarlo verso la sua estensione di Carità.

Questo modo di affrontare la tematica e volere realmente il bene delle persone con tendenza omo-affettiva è ben diversa da quella in uso da Padre James Martin che, a nostro avviso, cavalca solo una narcisistica moda di slang, clerical-chic, con affermazioni ossimoriche, “santi gay”. Glielo abbiamo fatto presente direttamente e chiaramente, senza ricevere risposta.

Nel contempo tale approccio chiarisce equivoci pastorali frequenti che sogliono vedere aspetti positivi in strutture reiterate, habitus di comportamento omosessuali, che “sono intrinsecamente disordinati”.

Un conto è riconoscere l’anelito, la domanda profonda ed indirizzarla con discernimento e scelte e fatica pastorale di prossimità concrete. E, differentemente, è affermare, ad esempio, che dentro una relazione omosessuale stabile vi è l’aspetto positivo della fedeltà e lasciare quel seme li, inerte, senza possibilità di futuro, con la contemplazione lacrimevole che si dà ad una frase di bacio perugina.

Questa è la morte della pastorale.

Non è sporcarsi le mani ed avere l’odore delle pecore. Non è discernimento.

Piuttosto è il via-condotto al disimpegno per la coscienza del pastore.

Ma la bellezza, ad esempio della castità, viene trasmessa più per induzione che per contenuto. Più può uno sguardo ed un amore casto di mille parole.

Forse è questo l’argomento che manca talvolta a noi cristiani, laici e pastori. Nei rispettivi ambiti formativi.

Forse, in questo, siamo noi i primi che non indichiamo una proposta vissuta nella carne ai nostri fratelli ed alle nostre sorelle con tendenza omo-affettiva.
Non facciamo trasparire la bellezza del sì, dietro l’ineludibile no.

Ed invece rischiamo di trasmettere loro la nostra Tristezza frutto, garante e velo di scelte, personali, contrarie alla Vita in Cristo.
Una vita doppia inganna molti e crea false teologie, con il danno proprio ed altrui.
E inquina il cuore di colui che le vive, obnubilando la ragione e la capacità di ben ragionare. Producendo false teologie, gramigne perniciose.

Una porta chiusa alla gioia della conversione.

La porta stretta, invece, è per tutti ed aiuta a fissare lo sguardo verso Colui che solo può farci andare avanti nel desiderio profondo del nostro cuore, pensato per la Vita Eterna.

http://www.lacrocequotidiano.it  - 28 luglio 2017

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