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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Maria Immacolata Regina degli Angeli Basilica S Maria degli Angeli AssisiMaria Immacolata, sede della Sapienza e Madre della Sapienza è la prediletta che porta con sé una moltitudine di prediletti. Per comprendere come Maria sia la sede della Sapienza, che l’ha portata poi ad essere Madre della Sapienza, occorre che ripercorriamo bene, anche se in estrema sintesi, il duplice valore della Sapienza ed il suo legame con i sette doni: una mariologia sana è quella che non perde il contatto con la cristologia né si rende marginale

Per comprendere come Maria sia la sede della Sapienza, che l’ha portata poi ad essere Madre della Sapienza, occorre che ripercorriamo bene, anche se in estrema sintesi, il duplice valore della Sapienza ed il suo legame con i sette doni.

La Sapienza ed i sette doni

La Sapienza, biblicamente intesa, ha un duplice significato. Se la vediamo in forma analitica, legandola ai “sette doni”, essa si pone come “gusto” di Dio e del Suo agire. Ripercorriamo in breve il cammino fatto, più dettagliatamente, su queste pagine (La Croce Quotidiano, 6 maggio 2016).

Dono del Timor di Dio. Esistenzialmente parlando, il dono del Timor di Dio ci porta a centrare la sostanza e l’incipit del rapporto con Dio e con il suo popolo. “Principio della Sapienza, infatti è il Timor di Dio” (Prov. 1,7)

Il Timor di Dio e la Pietà sono doni strettamente correlati e si pongono sia all’inizio che al culmine di ogni cammino cristiano. Entrambi sono doni che sottolineano un ordine necessario affinché ci sia un vero cammino. E l’ordine, nel perenne discepolato del cristiano, è molto importante.
Nel Timor di Dio mettiamo anzitutto in chiaro la relazione, e cioè che l’uomo riconosca sé stesso come creatura.
Posto questo dono l’uomo inizia il suo cammino alla luce di Dio.
Ogni esperienza dei santi nella Bibbia e del popolo di Israele nasce da questa consapevolezza ontologica: Dio è Dio e l’uomo è l’uomo. “Il timore filiale occupa il primo posto tra i doni dello Spirito Santo in ordine ascendente, e l’ultimo in ordine discendente” (STh, II/II q. 19 a. 9) .


Dono di Pietà. Il dono della Pietà è il dono dell’intimità, della sponsalità e della rivelazione piena del Padre, per mezzo del Figlio. Solo il Figlio rivela il Padre. Mosè si toglie i calzari dai piedi per entrare in intimità con Dio, perenne purezza che arde e non consuma, ma vivifica (Es. 3,5). Ma anche i profeti successivamente fanno questa esperienza di intimità. Non sarebbe possibile la profezia se non a partire dall’intimità:
“..Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger. 31,20)
Se, per pura ipotesi teologica, il peccato non fosse avvenuto, sarebbe comunque stata necessaria l’incarnazione per rivelare il Padre. Solo il Figlio rivela il Padre.
Non solo a parole ma soprattutto nel Suo essere Figlio.
 

Dono di Scienza. Successivamente il dono di Scienza dello Spirito, fa “vedere” il disegno di Dio sia a livello soteriologico globale, che personale.
Il dono di Scienza costituisce nel contempo sia l’oggetto del progetto soteriologico-creazionale partito dalla SS. ma Trinità che investe in Cristo e per Cristo, l’uomo e la storia, nello Spirito Santo e ritorna al Padre. Sia nel contempo la luce stessa per vedere tale “progetto”. Non è da confondere dunque con il termine “scienza” che usiamo solitamente.
È un dono dello Spirito molto importante perché aiuta il discepolo a co-intuire, a vedere, quello che Dio vede.
Prima di essere un moto dell’intelletto ed un gusto della Sapienza è un moto di luce. Reso bene dal salmo. “Alla tua luce vediamo la luce” (Sl. 36,10).
È un dono che la nostra natura ferita ha, in certo qual modo, perso o comunque obnubilato dannosamente con il peccato originale. I nostri progenitori prima del peccato avevano questo dono in forma cristallina sapendo cogliere il “molto buono” il bellissimo, il perfettamente armonico (tôb me’od ) uscito dalle mani di Dio. “E Dio vede che ciò era molto buono (potremmo tradurre il “molto buono”, più compiutamente, con “non gli mancava nulla”)”(Gn.1,31).


Dono di Intelletto. Il dono dell’Intelletto si muove invece come scrutatio e riflessione del co-intuito. Fa scrutare questo progetto con un certo appetito della mente e del cuore in tutte le sue profondità. È il dono delle profondità che tocca sia le proprie pieghe più profonde che quelle altrui. È un dono molto importante perché aiuta a rendere ragione della Speranza che è seminata nei nostri cuori. (1Pt.3,15)
E’ il dono che devono chiedere i teologi, i pastori, i catechisti, gli operatori pastorali. Gli opinionisti cristiani.
La teologia necessita di questo dono e, se è autentica, umile, non divide mai, perché unisce nella Verità. Ed ama farsi correggere da essa.

Dono di Sapienza. Il dono della Sapienza permette di “assaporare” questo progetto co-intuito dal dono di Scienza ed indagato dal dono dell’Intelletto e, nel contempo, di godere mentre si attualizza nella storia dell’umanità e a livello personale. Questo dono porta a compimento ciò che si è visto con il dono di Scienza e ciò che si è scrutato con il dono dell’Intelletto, fornendo via via “chiavi” interpretativo-profetiche sul disegno della Salvezza e della Creazione in Cristo. È pertanto legato strettamente al dono successivo del Consiglio ed è dono indispensabile nel discernimento vocazionale.

Dono del Consiglio. Il dono del Consiglio è il dono del discernimento che permette di tradurre in scelta del “cuore” (in senso biblico) ciò che la scienza, l’intelletto e la sapienza hanno mostrato, scrutato ed assaporato. È dunque il dono necessario per avere una “coscienza ben formata” (vd CCC. 1776ss; Conferenza Stampa di Papa Francesco nel volo di ritorno verso Roma, 18.02.2016)
È il dono della Direzione spirituale. Sia personale, sia strutturata e metodica in un cammino con una Guida Spirituale, sia in un cammino comunitario.
Dono indispensabile per i genitori. I sacerdoti. I Vescovi, i Consigli Pastorali, gli operatori istituzionali per e nel bene comune.

Dono di Fortezza. Il dono della Fortezza permette l’attualizzazione della scelta operata dal Consiglio anche nelle situazioni difficili, ordinarie o straordinarie. È il dono della testimonianza compiuta anche quando vi sono occasioni impossibili da superare. È il dono del Martirio. Del dono di sé colmo e traboccante: “nondum usque ad sanguinem restitistis adversus peccatum repugnantes” (Eb. 12,4)
Quando autentico, il dono della Fortezza non è mai “contro” qualcuno, neanche fosse, oggettivamente, il più ripugnante uomo della terra a causa delle sue scelte e delle sue azioni. Il dono della Fortezza è contro il peccato. Contro la parte malata del nostro cuore, anzitutto. Poi contro i frutti del peccato.

Questo circolo dei sette doni ritorna in certo qual modo ai doni iniziali del Timor di Dio e della Pietà. Infatti al culmine dell’iter settenario si compie quanto il Signore dona di vedere e più si cresce nella consapevolezza della propria creaturalità e nel contempo nell’abbandono filiale in Dio.

 

La Sapienza come contenitore ed immagine filiale

La Sapienza ha dunque un duplice significato. Non solo dona di assaporare, con un moto dell’affetto e nel contempo storicamente, quanto visto e scrutato, essa funge anche da contenitore dei Sette doni. Infatti quando nel circolo dei sette doni si ritorna al dono della Pietà, cioè all’intimità di Dio, si vive sempre più e meglio secondo Dio. La Sapienza, dunque è il saper vivere bene, secondo Dio, come creature pensate ed amate uscite dalle mani del Padre. Vivere secondo Sapienza è vivere da figli.

Vivere in pace imparando però a non stare in pace. Una delle perenni tentazioni del nostro cammino, sia personale che comunitario, presente in ogni era della Chiesa è quello della consolazione anestetica.

In tal senso siamo ben lontani dalla Sapienza perché il cammino spirituale è visto più come una fuga. Ed oscilla toccando diverse eresie, spesso di colore carismatico. Come il Messalianismo, il Quietismo, il Fideismo o i Fratelli del libero spirito. Sempre vicine, in modo diverso, al mondo della gnosi.

Forse per tale motivo, alla ricerca di consolazioni sensibili e carismatiche, alcuni cadono nel sincretismo tipico della new age di unire aspetti cristiani con “tecniche orientali” e, sotto sotto, squisitamente carnali.

La Sapienza invece, biblicamente intesa, passa necessariamente per l’aridità e le notti oscure. Passa inevitabilmente per la purificazione delle immagini di Dio che abbiamo nel nostro cuore e nel nostro intelletto, ed anche per la purificazione delle consolazioni che lo stesso Spirito permette via via che camminiamo. La Sapienza si pone sempre con un equilibrio grande tra il cuore e l’intelletto, purificando l’uno e l’altro. Provocando, realmente, ad una serie trascendenza di sé. Provocando ad un itinerario.

La Sapienza passa inevitabilmente per la prova di cui parla l’apostolo Pietro: “il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco” (1PT. 1,7)

Ed in tal senso anche il Figlio imparò l’obbedienza dalle cose che patì: “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì” (Eb. 5,8).

Ed anche “la prediletta del Padre” (Lumen Gentium, 53) imparò tale obbedienza perché, come scritto nel Vangelo: “… E anche a te una spada trafiggerà l'anima” (Lc. 2,35)

Non deve stupire questo atteggiamento di ricerca affannosa della consolazione, perché seppur quanto di più lontano dalla Sapienza, è sovente presente e latente non solo in comunità “carismatiche” o in tanti movimenti ecclesiali laicali, ma anche in vere e proprie visioni teologiche di “immersione” nel sociale. La nostra insipienza infatti si pone spesso tra questi due opposti. O ci immergiamo totalmente nel mondo e nel modo da ottenere la giustizia nel mondo capitolando, ad esempio, nella “teologia della liberazione”. Oppure ci allontaniamo totalmente da esso in una sorta di “non esistenza” anestetica che alla fine è l’idolo “caldo caldo” e rassicurante che offre consolazione. In entrambi i casi, apparentemente così distanti, ci si immanentizza e si è “carnali”, perché ci si immerge nel nostro ombelico e ci si allontana dalla Sapienza.

Il cristiano non solo è nel mondo pur non essendo del mondo e, dunque, pesa ogni cosa, nell’Eternità, che è la vera Sapienza, ma egli non cerca la giustizia come frutto esclusivo delle proprie mani, ma, piuttosto, compie il Bene per arrivare alla Giustizia: “… in un mondo diverso, dominato dalla sollecitudine per il bene comune di tutta l'umanità, ossia dalla preoccupazione per lo «sviluppo spirituale e umano di tutti», anziché dalla ricerca del profitto particolare, la pace sarebbe possibile come frutto di una «giustizia più perfetta tra gli uomini»” (Sollicitudo Rei Socialis, 10 e Populorum Progressio). Ed è ben diverso. Perché riconosce che la Giustizia è un dono che viene dall’alto ed è frutto di una collaborazione costante al Bene. Persino chi opera in politica che, ovviamente deve necessariamente seguire altri linguaggi, in realtà è chiamato a vivere secondo la logica della Sapienza.

 

Maria sede della Sapienza

Tutta questa digressione spirituale, si spera fruttuosa, a che pro?

Per ricordare che Maria è la Sede della Sapienza. Cioè Colei che più di ogni creatura ha vissuto da Figlia coltivando la Sapienza in tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato. Non solo dunque essa fu preservata dal Peccato di Origine ma essa collaborò mirabilmente sempre perché la Sapienza abitasse e crescesse in Lei.

Dio stesso si è preparato una terra per poter germogliare. Una terra talmente eccelsa che non solo aveva la purezza di Eva ma viveva immersa in un contesto talmente corrotto rispetto alla progenitrice che il collaborare alla Sapienza di Maria è talmente virtuoso che solo Lei poteva e poté essere seno della Sapienza stessa che è Cristo.

Diventando a pieno titolo Madre della Sapienza e nuova Eva.

Qui siamo chiamati tutti e specie ogni donna che vuole realmente dirsi tale.

Tutto questo può apparirci estremamente distante dal nostro quotidiano, così immerso nel limite e nei limiti; nelle nostre miserie e piccinerie.

Tuttavia se Cristo è il dono di Scienza stesso, cioè la Parola del Padre che si fa carne, perché noi potessimo entrare come figli adottivi (Ef.1,1ss) nella Santissima Trinità, Maria è la Scienza stessa esemplare della nostra risposta possibile o perlomeno della tensione possibile della risposta pienamente creaturale alla voce del Verbo. Se Cristo incarnato è il Redentore essa è Colei che meglio coglie questa Redenzione con frutto compiuto.

Qui la Chiesa è chiamata. Nella risposta di Maria. Essa è infatti figura compiuta della Chiesa e di ciascuno di noi.

Ricorda la Lumen Gentium al n° 60 “Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole dell'Apostolo: «Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato sé stesso in riscatto» (1 Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia.” E continua ai numeri 61 e 62 “La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia… E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti.”

Pertanto se Cristo con l’incarnazione e l’ascensione è il nostro destino, Maria è la risposta compiuta a questo destino. Questa tensione di “assunzione” è già e non ancora in noi, se veramente gli facciamo spazio. Infatti l’essere Immacolata di Maria è legato strettamente alla Sua Assunzione, come ricorda il Venerabile papa Pio XII “Questi due privilegi infatti sono strettamente connessi tra loro.” (Munificentissimus Deus)

Il vivere secondo Sapienza e nella Sapienza, dunque, è assecondare il più possibile questo moto di “assunzione”, cioè riconoscere, ripeto, senza anestetici spirituali, ma vivendo a piene mani il nostro tempo, questa porzione di storia che la Provvidenza ci ha regalato, ricordando che la nostra casa è l’Eternità.

E qui, con l’Immacolata, Assunta in Cielo, si pesa ogni cosa. Dalla più piccola alla più grande.

Io sono colei che è incredibilmente amata

Maria, di Nazareth, Madre di Dio e Madre nostra è Colei, dunque, che meglio e più compiutamente conosce sé stessa. Ella non va alla ricerca di sé in “cisterne screpolate” (Ger. 2,13). Lo ricorda anzitutto nel Magnificat contemplando e narrando di Dio, come “ancella”, e poi nella rivelazione duplice, quella del Magistero con la Ineffabilis Deus e nella rivelazione privata a Lourdes.

Io sono, dice di sé Maria, colei che è incredibilmente amata. Io sono, perché amata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. La Sapienza rompe gli argini della carne e porta al vero “entusiasmo”, all’uscire da sé per rendere Lode, Gloria ed Onore, a Dio.

Ella riporta tutto al principio, allo stupore, alla verità dell’essere e delle cose. Io sono perché amata. Io sono perché amata. Io sono perché amata. E questo grido risuona ancor oggi, in ogni Vespro liturgico in ogni parte del globo.

La cosa straordinaria è che Maria dicendo di sé questo non è svincolata dalla Chiesa tutta, come accennavamo (Lumen Gentium, 52ss). Anzi non è svincolata da ogni battezzato, il quale, a pieno titolo, nel giorno del suo battesimo potrebbe dire, similmente, “io sono amato unicamente e grandemente da Dio”, reso da Lui puro.

Certo noi non abbiamo quella speciale assistenza di Grazia che ci conferma nel bene come per Maria Santissima, da Lei conseguita con perfetta libertà. Noi siamo fragili e peccatori. Se siamo onesti, spesso peggiori di coloro che reputiamo ignobili di crimini efferati.

Maria, per usare le categorie di precedenti riflessioni, il suo “bisogno/attitudine di identità”, più liminale, era profondamente ancorato e compiuto nella coscienza totale e profonda degli altri due bisogni/attitudini profondi, quello di essere amati e di amare. Ella “sapeva di essere” perché profondamente amata e profondamente resa capace di amare.

Nell’economia del Regno, tuttavia, esiste il “principio dei vasi comunicanti nello Spirito” per cui l’altezza di un fedele innalza mistericamente e realmente tutti gli altri. Anche noi dunque, per i meriti incommensurabili di Cristo, nel Battesimo, siamo resi figli. E per i meriti partecipati di Maria siamo resi in certo qual modo “immacolati”.

La Sapienza, infatti, non è circuito chiuso, ma aperto perché è innestata vivamente nella Carità.

E la Sapienza stessa porta a non dimenticare due realtà fondamentali, da non dimenticare.

Anzitutto che è avvenuto ed è presente il Peccato Originale. Che, se non considerato, come ad incipit di ogni eresia e ideologia dell’uomo, porta al nichilismo, alle tirannie ed ai lager. All’inferno sulla terra. Quando l’uomo pensa di bastare a sé stesso e scarica la colpa su strutture sociali e non, responsabilmente, sulla sua ferita, talvolta coccolata e curata più della virtù, si perde. Diventa insipiente e non sperimenta di essere incredibilmente amato. E non si pensi che tale modo di pensare, anestetico e lussurioso, sia così lontano da alcune forme pseudo-cattoliche di tutti i giorni.

Nel contempo la Sapienza ricorda l’altra realtà fondamentale e fondante, cioè che siamo realmente amati e redenti da Dio, in Cristo e nello Spirito Santo, capaci, dunque, di essere immacolati nell’Immacolata e figli nel Figlio.

Cos’altro dunque vorremmo rimproverare a Dio che non ci ha dato nell’unico perfetto e sommo pastore, sacerdote e mediatore che è Cristo e che non ci ha dato, in questa creatura eccelsa, nella Sua prediletta ed amata, Immacolata Maria?

Se vedessimo come il Padre ci attende…


Paul Freeman

http://www.lacrocequotidiano.it  - 7 dicembre 2017

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