Rassegna stampa Speciali

Custodi della memoria

In Se questo è un uomo (1947), Primo Levi sottolineava l’importanza delle reti di solidarietà per sopravvivere nei lager. E definiva il popolo greco, in particolare gli ebrei di Salonicco, il «nucleo nazionale» più coerente e anche più civile per la sua «stupefacente coscienza del sussistere di una almeno potenziale dignità umana». I pochi superstiti di Salonicco — «dal duplice linguaggio, spagnolo ed ellenico, e dalle molteplici attività» — erano, sempre secondo Levi, «depositari di una concreta, terrena, consapevole saggezza in cui confluiscono le tradizioni di tutte le civiltà mediterranee».

Nel 1941, la città caduta nelle mani dei nazisti ospitava la più grande comunità sefardita del mondo, costituita dai discendenti degli ebrei spagnoli espulsi dai regni di Castiglia e di Aragona nel 1492. Questo fu per loro l’inizio di cinque secoli di persecuzioni che culmineranno con la Seconda guerra mondiale: nella sola Salonicco fu sterminato il 98 per cento della popolazione ebraica, una percentuale superata soltanto in Polonia.
Di questa tragedia indicibile ma ancora poco conosciuta rende conto il libro di Maurice Soustiel 146 boulevard Haussmann (Paris, Med éditions, 2018, pagine 200, euro 20), che ripercorre le tribolazioni di una famiglia ebrea originaria di Salonicco nella Francia occupata dai nazisti. Il palazzo parigino in cui si svolge la maggior parte dell’intreccio, infatti, non è altro che il punto di convergenza di odissee familiari, l’intersezione di destini abissali.
Joseph Soustiel (1904-1990), figlio di antiquari insediati a Salonicco e poi a Istanbul, si trasferì a Parigi negli anni Venti per fondarvi una galleria d’arte islamica insieme a Berthe Léger, vedova dell’antiquario Mochon Eskenazi. Una profonda amicizia nacque tra i due soci, al punto che alla morte prematura di Berthe, avvenuta nel 1929, Joseph adottò sua figlia Irène rimasta orfana, per poi sposarla nel 1935. Insieme, apriranno il negozio Art musulman ubicato sul famoso boulevard Haussmann. La prosperità iniziale dell’attività farà loro quasi dimenticare l’avvicinarsi della guerra e il propagarsi del furore antisemita in tutta Europa. E addirittura nel 1940, certi di non correre alcun rischio con il nuovo governo del maresciallo Pétain, faranno il grande errore di censirsi come ebrei presso la polizia. Un atto che li metterà alla mercé dell’occupante tedesco.
Per i Soustiel, l’incubo assunse in primo luogo il volto del signor Jacques Poussin, commissario ariano nominato amministratore del loro negozio. Incarnazione di tutto ciò che l’essere umano ha di più vile, Poussin non si darà tregua finché non si sarà impossessato di tutti i beni della coppia, senza lesinare in minacce e intimidazioni.
Ma mentre il cerchio si stringeva attorno a loro e iniziavano gli arresti di massa, i coniugi non avrebbero mai immaginato che la loro salvezza sarebbe dipesa dal lontano concilio di Nicea: sarà infatti un prezioso piatto turco esposto dai Soustiel in vetrina ad attirare l’attenzione di Emanuele Brunatto, inquilino italiano dello stesso palazzo che, come si scoprirà, era il primo figlio spirituale di padre Pio. L’oggetto unico — risalente al xvi secolo e raffigurante tulipani e garofani — proveniva infatti dalla città di Iznik, in passato chiamata Nicea. Notatolo nel negozio bollato come ebreo, Brunatto vi lesse un segno della provvidenza: da quel momento, farà di tutto per mettere in salvo la coppia e i loro due bambini, Jean e Hélène.
Dotato di notevoli fascino e magnetismo, Brunatto non esiterà a sfruttare i buoni rapporti che aveva con le autorità locali — che riforniva di tè, marmellata e cacao — per falsificare i documenti dei Soustiel nel tentativo di convincere i tedeschi che i coniugi erano stati erroneamente registrati come ebrei. L’impresa, che richiederà il coinvolgimento anche di conoscenze di Brunatto nell’amministrazione fascista, sarà costellata da numerosi fallimenti e colpi di scena.
Tra questi spicca un episodio avvenuto nella proprietà di Brunatto a Orsay, vicino Parigi, dove la famiglia Soustiel trovò rifugio durante le retate tedesche del 1943. Un giorno d’estate un ufficiale delle SS si presentò all’improvviso e decise di fermarsi a pranzo. Mentre Joseph, dal fisico e dall’accento «troppo sospetti», fu nascosto in extremis in cantina, Irène venne presentata come una vedova ospitata dall’amico italiano. La fotografia — scattata dalla stessa Irène — che coglie l’ufficiale nazista seduto a tavola con la piccola Hélène sulle ginocchia, accanto a un Brunatto tesissimo, esprime meglio di qualsiasi parola l’angoscia che dominava il loro quotidiano.
«Padre Pio ha mandato il suo primo figlio spirituale, Emanuele Brunatto, e lo ha posto sul nostro cammino, nel nostro palazzo del 146 boulevard Haussmann» racconterà un giorno Irène al figlio Maurice, nato a guerra finita. E se inizialmente queste parole non lo colpirono più di tanto, esse assunsero però un altro significato quando, nel 2003, Maurice riceverà in eredità dalla cugina Rachel Soustiel — unica sopravvissuta della famiglia di Salonicco sterminata ad Auschwitz — una scatola contenente preziosissimi ricordi.
«Pensavo di non avere cugini. Ne avevo invece decine» dice Maurice Soustiel all’inizio del libro che ha deciso di scrivere per far suo «tutto quel passato» che non ha segnato la sua infanzia, per far come se anche per lui «il legame del passato si fosse rotto», vietandogli di vivere la continuità di un universo familiare.

Facendo vivere e rivivere oggetti che hanno attraversato cinque secoli di tragedie, Joseph — come i suoi antenati e come i suoi discendenti che tuttora proseguono l’attività — si è fatto custode di quest’universo unico, così invidiato e minacciato. Dando voce a quanti non hanno potuto lasciare tracce del proprio passaggio, nemmeno «un nome da incidere da qualche parte tra la piazza della libertà e la stazione di Salonicco», Maurice Soustiel è di fatto partecipe di una grande e nobile storia umana.

di Solène Tadié

© Osservatore Romano - 2-3 luglio 2018


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