Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

lavanda dei piedi dipinto ccLa nostra redazione, attenta al tema dell'inclusione da sempre e per costituzione, grazie alla sensibilità e alla competenza di alcuni membri verso le Persone con tendenza omoaffettiva, sente l'esigenza, in questo mese di maggio, mese mariano, di proporre il 17 maggio una cordata orante in riparazione delle Veglie proposte in alcune Diocesi per il tema in oggetto.

Quando parliamo di "riparare" non occorre rifarsi minimamente alle "teorie riparative", ma piuttosto al mandato che Francesco d'Assisi ha ricevuto nella chiesetta di San Damiano: farsi carico, con amore e appartenenza, della Chiesa, tutta e di tutti. L’appartenenza genera la correzione fraterna, e tutti abbiamo bisogno di essere corretti, fedeli laici e fedeli chierici, gregge e pastori. Purché il riparare sia nell’appartenenza, nella viscerale appartenenza in Cristo. Come viene detto con quello stichwort anonimo: “se non trovi un amico che ti dice i tuoi difetti, paga un nemico che te li dica”Tanto è il Bene che abbiamo ricevuto che necessita sempre dell'aiuto fraterno.

Ma cosa occorre riparare nell’Amore che abbiamo ricevuto?

Anzitutto, riparare il rispetto verso la Persona, qualunque Persona, e con qualunque tendenza, più o meno radicata, sessualmente e affettivamente sperimentata. E si ripara solo nella Verità che Cristo ha sull'uomo e sulla donna. Verità e Amore sono inscindibili: senza l'una, l'altro non si regge. L’unità inscindibile tra la Verità e la Carità è il modo autentico di riconoscere il Figlio e dunque riconoscere il Padre (1Giov. 2,22-23) e il solo modo autentico di stare accanto ad ogni Persona e, nel contempo guardarla negli occhi.

La dimensione pedagogica euristica, pienamente rispettosa del Vangelo e della Persona con cui camminiamo, non può non tenere conto dello Spirito che grida «Abbà Padre» (Rm. 8,15) nel cuore di ogni fratello e sorella ma, nel contempo, non tenere conto della Verità antropologica, che precede ogni “accidente” della Persona è un modo deformato e deformante di calpestare l’Incarnazione. E rendere ipocrita ed ambiguo il nostro Credo domenicale. Da sempre la Chiesa, nel porsi di fronte ai fratelli e alle sorelle nell’annuncio del Kerygma e nel catecumenato, per portare ciascuno a Gesù e al Suo dono, non si è posta solo di fronte, ad uno sguardo, ma accanto, come ci ricorda la pedagogia di Gesù Risorto nei confronti dei discepoli di Emmaus (Lc. 24,13-35). Il frutto della fraternità nasce da una radice, che è la figliolanza di Dio che non va svilita con i nostri desideri ma occorre entrare a piene mani e in ginocchio nel desiderio di Dio per i fratelli. Occorre stare severamente attenti al nostro cuore fallace perché dietro la febbricitante ricerca (e a volte lussureggiante e patologizzata ricerca) di nuovi paradigmi svela purtroppo quello che è accaduto in Gen. 3 e in Gen. 11 e dimentica la profonda lezione del “Giovane ricco” (Mc. 10,17-22); non si può infatti servire due padroni (Mt. 6,24). Un inganno di follia che porta alla follia.

In secondo luogo riparare il delirio culturale e pastoralista che, nell'inganno delle buone intenzioni, certamente apprezzabili e presenti, assume condizioni di impantanamento e non di Incarnazione. Il pastoralismo in atto verso storie di sofferenza di alcuni fratelli e alcune sorelle, sia verso il dolore grande di alcune famiglie, assai provate, assume termini e modi che culturalmente e spiritualmente creano ghettizzazione. Alimentano il danno più che “curarlo” nella Grazia. Si vuole il bene possibile e si dimentica il Bene presente ed oggettivo; un modo raffinatissimo di non credere nella Grazia che necessita anche del Cammino della porta stretta per potersi svelare ed accrescere. Ἀγωνίζεσθε εἰσελθεῖν διὰ τῆς στενῆς θύρας, ὅτι πολλοί, λέγω ὑμῖν, ζητήσουσιν εἰσελθεῖν καὶ οὐκ ἰσχύσουσιν - Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché vi assicuro che molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno (Lc. 13,24). La Chiesa è chiamata ad essere un facilitatore alla santità e non un impedimento, non è chiamata ad essere un muro alla Grazia che si inganna (ed inganna) alla luce febbricitante dei “nuovi paradigmi”. Lo ha spiegato assai bene un nostro collaboratore nel suo saggio, molto letto e tradotto in lingua inglese e spagnola (vd Indicazioni teologico-pastorali per la Pastorale delle Persone con omo-affettività e Persone con difficoltà di identità di genere):

Dio ama ed accoglie certamente tutti, anzi, ciascuno, così come siamo. Ma proprio perché ci ama infinitamente non vuole lasciarci lì dove siamo. E ciascuno ha un mirabile ed unico cammino, un ineludibile percorso che è legato strettamente al Noi trinitario e al Noi della Chiesa.

La Chiesa, dunque, non può che accogliere ogni uomo e ogni donna, dovunque egli sia, ma, se fedele e non immanentizzata, nel rispetto dell’Incarnazione, di ciò che essa è e della sua missione (Mt. 28,18-20), lo ama dell’amore di Cristo perché la Persona inizi un cammino che la porti oltre, al largo (Duc in altum, Lc. 5,4).

Questa modalità delle “veglie”, fatta propria da alcune diocesi, carica di buone intenzioni ma sostanzialmente superficiale nelle modalità (e avallata da conclusioni sinodali a loro volta mal redatte sul tema; vd qui) con il solleticamento dell'«osare vie nuove» come neo-teologia euforizzante, non aiuta il mondo civile, non aiuta le Persone con tendenza omo-affettiva e le Persone con difficoltà di identità di genere, anzi risponde e conferma agende ideologiche che aumentano la ferita verso questi fratelli e queste sorelle in Cristo. Agende che, in seno alla Chiesa, portano avanti la loro zizzania e la loro deficienza antropologica, come un cancro. Una pastorale, dunque, che impoverisce drammaticamente l'evangelizzazione e il senso autentico della Chiesa in uscita come voluta da Papa Francesco. Deapupera la Carità fraterna. Se non si “osa nello Spirito”, con il discernimento e la fedeltà a quanto ricevuto, ci si comporta come la «scrofa che si rivolta nel brago» (2Pt. 2,22).

Come il nostro sito ha affrontato molte volte il termine omo-affettivo (termine introdotto nella riflessione verso le Persone con tendenza omosessuale per la prima volta da Paul Freeman, vd qui) senza la preposizione “con” non aiuta ad inquadrare correttamente la dimensione Personalista e a riflettere al Bene dei fratelli e delle sorelle che vivono questa tensione, più o meno radicata; anzi le pone ad essere più persona di una persona e dunque svilisce la dignità della persona stessa, cosificando, e nel contempo calpesta la loro figliolanza divina nel battesimo e il loro vivere, con frutto, nella Chiesa. Un abuso gravissimo che viene patinato con le buone intenzioni e che veicola l’ideologia del mondo.

Riparare significa infine ricordare (e ricordarsi) che non basta dire che "accogliere non vuol dire legittimare", come detto dal Presidente della CEI (programma televisivo “Propaganda Live”), se poi di fatto si assumono parole, gesti e criteri pastorali che confermano le Persone in ciò che le allontana da Cristo, da sé stesse e da relazioni antropologicamente autentiche che rendono tale una Persona. Sia a livello affettivo che sessuale. La nostra carne è infatti spinta da un «debito nello Spirito» (Rom. 8,1ss) che, se non ascoltato e assecondato, non permette di far fiorire il sé e tutta la Persona alla Luce di Cristo ma condanna la Persona ad una involuzione spirituale, psichica e carnale. E la Persona del fratello e della sorella si abbrutisce in una disarmonia interiore che tutto giustifica nell’inganno. Si deforma ed impazzisce.

Occorre stare severamente attenti e guai a noi se, per piaggeria e accidia pastorale, corredata dalla vanità, manchiamo di franchezza nello Spirito operando l’eutanasia della Persona con una eutanasia del peccato solo per alleggerire il “senso di colpa” e non far emergere, ove presente, una “coscienza di colpa” e nel contempo far emergere l’immensa dignità di essere Persona, figli di Dio con il Battesimo e fratelli e sorelle in Cristo. La Chiesa è chiamata a far emergere l’Immagine di ogni figlio perché la Somiglianza si adegui in essa, operativamente, anche con scelte autentiche e, talvolta, scarnificanti, ma belle e portatrici di vita. La bellezza forisce dove la Verità viene detta con Amore e l'Amore è sorretto dalla Verità.

La necessaria formazione di operatori che stiano particolarmente vicini ai giovani e a chiunque vive una realtà di questo tipo non può prescindere da un senso di Chiesa autentico e profondo e, nel contempo, da una formazione alla luce del Magistero della Chiesa, che a cominciare dalle catechesi sul Genesi di San Giovanni Paolo II ha donato lume antropologico, spirituale e pastorale per i giorni odierni.

Che paradosso e che ipocrisia, tra l’altro tipicamente clericale, riconoscere la santità e il magistero petrino di San Giovanni Paolo II e poi calpestarlo alla luce delle buone intenzioni con scelte pastorali ambigue e traditrici del Bene presente e oggettivo.

In sintesi, per una sana pastorale, non possiamo dimenticare quanto affermato da S. agostino: «Cuius rex Veritas, cuius lex Caritas, cuius modus aeternitas» (Epistola 138,3.17)

Senza il regnare della Verità, il legare (la legge) della Carità e il desiderio, l’anelito e il modo dell’Eternità, siamo fuori strada; inganniamo noi e i fratelli e le sorelle.

Alla luce di quanto or ora premesso proponiamo di pregare e digiunare il 17 maggio, nelle modalità che ognuno preferisce, ma suggeriamo la Santa Messa, l'orazione davanti al Santissimo Sacramento, la Liturgia delle ore e il Santo Rosario. Ognuno scelga nello Spirito, senza sottrarsi.

Preghiamo e digiuniamo, in cordata fraterna, con queste cinque intenzioni da presentare nell’offerta:

- In riparazione della mancanza di inclusione ecclesiale verso ciascuna Persona

- In riparazione della partecipazione in modalità errata da parte delle Diocesi a queste iniziative con termini ideologici, carnali e pagani e, ancora più grave, con legittimazione di scelte dissonanti il Bene della Persona.

- In riparazione della confusione che parte della CEI e molti sacerdoti operano nella teologia morale, nella pastorale e nell'accompagnamento di ogni Persona.

- In riparazione dell'incapacità, talvolta vile ed ipocrita di alcuni, tra sacerdoti, consacrati e laici, di non far sentire la propria voce, nel servizio della Parresia, nelle Diocesi, nelle comunità e nei movimenti.

- In riparazione delle divisioni gravi che la "pastorale" ideologica, alla base di queste veglie, ha provocato e provoca in questo mese mariano di maggio e nel mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore.

Con passione ed appartenenza ecclesiale invitiamo a partecipare a questa cordata.

Il Signore non abbandonerà l’opera delle Sue mani (Sl. 138,8), nei modi e nei tempi che riterrà opportuni.

La Redazione de ilcattolico.it