Rassegna stampa formazione e catechesi

La virtù della giustizia

maria madre chiesaIntroduzione

Nella terza parte, dal titolo “La vita in Cristo”, sezione prima sulla vocazione dell’uomo, “la vita dello Spirito”, al capitolo primo, che presenta “la dignità della persona umana”, l’articolo 7 del Catechismo della Chiesa Cattolica (C.C.C.) tratta delle virtù.

Esso così inizia, ed anch’io pure lo faccio in questo nostro incontro: “tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8) e seduca il cuore (C.C.C.1803).

Con questa premessa scritturistica si attesta che la virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona, non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie in azioni concrete, e si aggiunge con parole di S. Gregorio di Nissa: “Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio”.

Approfondendo poi il concetto di virtù umane, il C.C.C. le definisce “attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L’uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene” (C.C.C. 1804). Le virtù morali vengono dunque acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino.

Quattro virtù, comunque, hanno funzione di «cardine». Per questo sono dette «cardinali»; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza.

Arriviamo così alla presentazione (ib. 1807) della giustizia, la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata «virtù di religione». La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nel Libri Sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (Lv 19, 15). Così voi padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” (Col 4,1).

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Credo di aver posto in tal modo la base sicura del nostro procedere, non senza stabilire subito un legame tra la virtù della giustizia e due virtù teologali, al fine di aiutare ciascuno a comprendere la sua importanza. Mi rifaccio così a una espressione latina che appare nel messaggio pontificio del 30 Settembre scorso, per il centenario della promulgazione del primo Codice di Diritto canonico, e cioè “Nulla est charitas sine iustitia”, Non c’è carità senza giustizia.

Giustizia e carità

«Guardando al secolo che ci separa da quell’atto di promulgazione – scrive Papa Francesco – non si può negare che il Codice pio-benedettino abbia reso un grande servizio alla Chiesa, nonostante i limiti di ogni opera umana e le distorsioni che, nella teoria e nella pratica, le disposizioni codiciali possono aver conosciuto, ivi compresa qualche tentazione positivistica. In sostanza, la codificazione attrezzò la Chiesa per affrontare la navigazione nelle acque agitate dell’età contemporanea, mantenendo unito e solidale il popolo di Dio e sostenendo il grande sforzo di evangelizzazione, che con l’ultima espansione missionaria ha reso la Chiesa davvero presente in ogni parte del mondo. Da non sottovalutare poi è il ruolo svolto dalla codificazione nella emancipazione dell’istituzione ecclesiastica dal potere secolare, in coerenza col principio evangelico che impone di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr. Mt 22, 15-22). Sotto questo profilo, il Codice ha avuto un doppio effetto: incrementare e garantire l’autonomia che della Chiesa è propria, e al tempo stesso – indirettamente – contribuire all’affermarsi di una sana laicità negli ordinamenti statali.

Tuttavia, la ricorrenza centenaria che si celebra dev’essere anche occasione per guardare all’oggi e al domani, per riacquisire e approfondire il senso autentico del diritto nella Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio. Così come è occasione propizia per riflettere su una genuina formazione giuridica nella Chiesa, che faccia comprendere, appunto, la pastoralità del diritto canonico, la sua strumentalità in ordine alla salus animarum (can. 1752 del Codice del 1983), la sua necessità per ossequio alla virtù della giustizia, che anche in Ecclesia dev’essere affermata e garantita.

Sotto questo punto di vista, ritorna impellente l’invito di Benedetto XVI nella Lettera ai seminaristi, ma valido per tutti i fedeli: “Imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore” (18 ottobre 2010). Nulla est charitas sine iustitia.

Un’altra considerazione preme rilevare – aggiunge Papa Francesco – in questa ricorrenza che induce a guardare il futuro. Ha scritto san Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges, del 25 gennaio 1983, con cui è stato promulgato il nuovo Codice per la Chiesa latina, che questo rappresenta il “grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico […] l’ecclesiologia conciliare” […]

Come ogni Concilio, anche il Vaticano II è destinato ad esercitare in tutta la Chiesa un’influenza lunga nel tempo. Dunque, il diritto canonico può essere uno strumento privilegiato per favorirne la recezione nel corso del tempo e nel susseguirsi delle generazioni. Collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione della Chiesa particolare, responsabilità di tutti i christifideles nella missione della Chiesa, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa personale, collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione fra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni: sono alcuni tra i grandi temi in cui il diritto canonico può svolgere anche una funzione educativa, facilitando nel popolo cristiano la crescita di un sentire e di una cultura rispondenti agli insegnamenti conciliari».

Giustizia e misericordia

Mi fermo qui poiché sulla recente esortazione apostolica Gaudete et exultate del 19 marzo u.s. ritornerò in seguito ma non senza aver stabilito, nella linea della carità, un altro legame, in continuità, tra misericordia e giustizia, «due virtù che zoppicano se non camminano a braccetto», due parole che non sono fra loro alternative e non indicano prospettive tra loro opposte. In fondo non si ristabiliscono l’ordine e l’armonia infranti – testimone la storia – se non coniugando tra loro giustizia e misericordia.

“La misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione” dirà S. Tommaso, aggiungendo che “la giustizia senza misericordia è crudeltà”, mentre per Paolo (I Cor. 13, 6) “Chi ama, rifiuta l’ingiustizia e la verità è la sua gioia”.

Dovremmo qui riferirci anche a S. Agostino e a quella che fu la monumentale De Civitate Dei, dove il Vescovo africano – specie nel cap. XIX sulla «Vera giustizia» – mostra con straordinaria efficacia la profondità del rapporto tra giustizia e misericordia che nella visione cristiana allude al mistero del rapporto tra la città dell’uomo e la città di Dio.

Ma veniamo pure ai nostri tempi e riconosciamo che, specialmente a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, è andato crescendo quel grande fiume della misericordia, nell’insegnamento del Magistero pontificio, fino a formare l’estuario grandioso che si getta nel mare del messaggio misericordioso di Papa Francesco.

Giustizia e fede

Desidero a questo punto connettere la virtù della giustizia altresì a quella teologale della fede, riferendomi sinteticamente a un dibattito riportato da M. Bandino su La Stampa del 30 maggio 2002 (p. 15), per riportarvi una affermazione del Card. Martini, a conclusione della ultima sessione della Cattedra dei non credenti, all’Università Statale di Milano, e cioè alla dichiarazione dell’Arcivescovo per cui la mancanza di giustizia è un attentato assoluto alla mia fede.

«Non fu un messaggio politico, naturalmente, ma una meditazione pastorale che riguarda l’umanità incapace di “quadrare il cerchio”, a trovare benessere e libertà per tutti. E l’arcivescovo di Milano lanciava una sorta di grido di dolore e di fede: si mette nei panni di Giobbe, della sua interrogazione al divino fatta di ribellione e di amore.

La “Cattedra dei non credenti” è stata per molti anni uno snodo importante nel dialogo tra cristiani e laici (o atei). Giustizia è una parola che il cardinale Martini ha sempre sottolineato con forza, non solo all’epoca di “Mani pulite”, quando intervenne ricordando che non si può travalicare la difesa della “dignità umana”. Cosi nel ’98 fece molto discutere la sua proposta di un’amnistia per il Giubileo. E nel 2000 fece altrettanto clamore, nella sua lettera pastorale, il passo in cui si chiedeva con Dostoevskij “quale bellezza salverà il mondo” e rispondeva analizzando l’incontro di Adamo con Eva raccontato nella Genesi, in cui si racchiude la bellezza capace di recare “giustizia, pace, arte”».

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Il nodo della Virtue Ethics

La menzione qui della Cattedra dei non credenti mi porta a concludere questa mia introduzione riprendendo per il vostro orecchio la presentazione di Giacomo Samek Lodovici (Avv. dell’11/4/18, p. 26) di un volume a più mani, direi di filosofia, che esplora il nodo delle “Virtue Ethics”. È la riemersione contemporanea di un tema tipico dell’epoca classica e medievale, che riconquista l’integralità dell’esperienza umana. In effetti «Specialmente per via dell’insoddisfazione nei confronti del deontologismo e del consequenzialismo, le due principali prospettive etiche contemporanee, da qualche decennio si è progressivamente fatta strada una terza impostazione, quella della Virtue Ethics (VE), che ha riportato l’attenzione (tipica già di molti eticisti classici e medievali) sul ruolo etico del carattere delle persone, sull’esemplarità di alcuni esseri umani che esibiscono un grande valore morale, sul ruolo delle emozioni nelle scelte buone/cattive, e in genere sulle virtù, in vista di un fine (o di un insieme di fini) eccellente globale della vita umana. Orbene Etica delle virtù. Un’introduzione di Angelo Campodonico, Michel Croce, M. Silvia Vaccarezza è una preziosa e aggiornata trattazione panoramica introduttiva a questo arcipelago di autori, che denotano alcune divergenze ma anche dei significativi punti in comune. Gli autori ordinano in modo efficace una materia molto frastagliata, anzitutto fornendo dei brevi medaglioni su autori della VE e a lei imparentati, come Anscombe, Geach, Murdoch, Foot, Williams, McDowell, McIntyre, Taylor, Nussbaum.

In seguito si mettono in luce le principali correnti della VE e alcuni loro rappresentanti: quella neoaristitelica, a cui appartengono per esempio Hursthouse, Annas, Russell; quella neohumiana di Slote e Crisp; quella neonietzscheana della Swanton; quella similutilitarista della Driver; poi si riferiscono le affinità con la psicologia positiva, (Seligman e Peterson) che pure ha influito sulla VE, dedicandosi non tanto ai casi psichici patologici, bensì al perfezionamento dei soggetti; poi si tematizzano la Virtue Epistemology, che si è focalizzata sulle virtù che favoriscono la conoscenza.

Il più difficile (ma ben riuscito) capitolo è quello che traccia le distinzioni più sottili all’interno della VE circa: i metodi teorici per individuare l’azione buona e classificare le virtù, il modo di considerare il rapporto tra virtù, natura umana e compimento umano, l’unità delle virtù.

Gli autori trattano anche la fecondità di esse in campo socio-politico (risuona qui il famoso diktum di Böckenförde sulle risorse etiche personali e pre-politiche necessarie allo Stato liberale), economico e nelle etiche applicate (ecologia, sanità, ecc.) ed esplicitano la metaetica (realismo/antirealismo, internalismo/esternalismo, particolarismo / generalismo), sottesa alle principali declinazioni della VE, nonché le principali critiche ad essa rivolte.

Da ultimo gli Autori esprimono l’apprezzamento (condivisibile) per questo approccio che è capace di cogliere l’esperienza umana nella sua integralità, di insistere sulle dimensioni motivazionali dell’agire buono, di emanciparsi dalla concezione scientista della ragione come mera razionalità strumentale, di rilanciare la sinergia tra la sfera affettivo-emotiva e la razionalità pratica, in vista della fioritura umana».

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Dicevamo d’inizio che la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. È però solo quest’ultima dimensione che ora svilupperò a partire da quello che è stato concretamente il mio servizio ecclesiale e umano nel corso del tempo, partendo dal mio recupero, dopo lunga e dura malattia, nella rappresentanza della S. Sede presso la FAO, l’IFAD e il PAM. Ciò faccio per cominciare, nel quadro del messaggio di Papa Francesco sulla tutela e valorizzazione dell’ambiente: il vangelo della creazione, e questo altresì nei cammini dell’itineranza per il mio essere Presidente onorario dell’associazione nazionale dei Cammini di [San] Francesco.

Giustizia nella “cura della creazione”

Non solo è attuale, ma anche continuamente rinnovato, il messaggio del Vescovo di Roma circa “la cura della casa comune”, come egli identifica l’ambiente, il creato, nella sua Lettera Enciclica “Laudato si’”. Con essa, a pieno titolo, la dimensione “tutela e valorizzazione dell’ambiente”, entra di pieno diritto anche nei grandi impegni del cristiano, oltre che degli uomini e donne di buona volontà, diventa cioè materia di giustizia.

Considerando il tempo a mia disposizione, dedicherò attenzione al solo capitolo II° dal titolo “il Vangelo della creazione” dove trovo l’aggancio più evidente anche con i cammini di Francesco, colui il quale per antonomasia è araldo di tale Evangelo, inteso come lieto annuncio, materia di contemplazione religiosa o laica, sorgente di “cura per la casa comune”.

I punti di coagulo di tale secondo capitolo cominciano con «la luce che la fede offre». I miei fratelli e sorelle in umanità non credenti saranno indulgenti con me se inizio con il richiamare la fede. Del resto ormai ci si rende di nuovo conto che è almeno un elemento importante per moltissime persone oggi, da cui dipende addirittura la pace e l’equilibrio mondiale e il pieno sviluppo del genere umano, nonché un’ecologia integrale, capace di vincere le ansie che avvertiamo nel profondo.

Per il Papa è cioè necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità per la cura di tale casa comune. Nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio, così ben usato da S. Francesco. “I cristiani poi, in particolare avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede” (Giovanni Paolo II), esigenza di giustizia in rapporto all’universo.

Senza riproporre qui, come secondo coagulo, l’intera teologia della creazione, rimando ai grandi racconti biblici sul rapporto dell’essere umano con il mondo, alla Genesi, da cui emerge l’immensa dignità di ogni persona umana che «non è soltanto qualcosa, ma qualcuno». “Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario” (Benedetto XVI).

I racconti della creazione nel libro della Genesi, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Qualcuno aggiunge, e io lo sono, la relazione con sé stesso. Ma, con il peccato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformata in un conflitto (Gen. 3, 17-19), una rottura. Per questo è significativo che l’armonia che San Francesco viveva con tutte le creature sia stata interpretata come un superamento di una rottura.

Ricordiamoci che non siamo Dio! La terra ci precede e ci è stata data. I testi biblici ci invitano a “coltivare e custodire il giardino del mondo” (cfr. Gen. 2, 15). Custodire vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare, tutelare e garantire la continuità della fertilità della terra per le generazioni future.

Gli scritti dei Profeti ci invitano a ritrovare la forza nei momenti difficili, contemplando il Dio potente che ha creato l’universo. E cosa fa l’itinerante, il camminante, il pellegrino se non contemplare, guardare con ammirazione, sia pur con fatica?

Nel terzo coagulo del suo pensiero Papa Francesco cerca di balbettare, sgranando gli occhi dello spirito davanti al mistero dell’universo. Se è così, il verbo balbettare non è fuori luogo, e qui molti anche non credenti ci raggiungono nel cammino. L’aggancio è ancora la creazione, ma più che natura, perché ha da vedere con un progetto dell’amor di Dio, un dono “dell’amor che muove il sole e l’altre stelle” (Dante Alighieri). Ma il pensiero ebraico-cristiano ha demitizzato la natura, non le ha più attribuito un carattere divino, essa è lo scenario, il luogo  dell’appassionante e drammatica storia umana.

E vi è la giusta, legittima autonomia delle realtà terrene (Gaudium et Spes 36), pur essendo chiamato, l’essere umano, a ricondurre tutte le cose al loro Creatore. È ancora questione di giustizia.

Il quarto coagulo di pensiero gira attorno al messaggio di ogni creatura nell’armonia di tutto il creato mentre la quinta scansione, di «comunione universale», sublime, si riferisce a una sorta di famiglia universale.

Il sesto coagulo concerne invece un tema fondamentale della dottrina sociale della Chiesa, cioè «La destinazione comune dei beni» poiché «la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti… Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza ogni approccio ecologico di giustizia, deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati». Su ogni proprietà privata grava sempre “un’ipoteca sociale” (Giovanni Paolo II).

Per concludere, l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e oggetto della responsabilità di tutti. Come può dunque “un venti per cento della popolazione mondiale consumare risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno o avranno bisogno per sopravvivere”?

Per la scansione ultima del II° capitolo dell’Enciclica, su «Lo sguardo di Gesù», colgo soltanto una affermazione basilare, la seguente: «Secondo la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col. 1, 16) scrive S. Paolo».

Qui penso sia indicato il perché in Francesco d’Assisi il cammino della creazione, “il perché i cammini di Francesco a cui la nostra Associazione si rifà, per metterne insieme i vari tronconi, in Italia, passando poi in Francia e congiungendosi al Cammino di Santiago de Compostela, è al tempo stesso itinerario cristiano, incontro con Cristo, identificazione con lui fino al segno delle stigmate, sigillo della sua pietas.

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All’origine di sofferenze per fame e sete

Attorno a questi pensieri mi viene facile enumerare alcune questioni legate alla giustizia, come per es. «guerre e cambiamenti climatici, all’origine della fame» (tema pontificio per la giornata mondiale dell’alimentazione 2017), il grido d’allarme lanciato il 24 febbraio dello scorso anno perché il mondo sta andando “verso la grande guerra mondiale per l’acqua”. Orbene dar da bere agli assetati è opera di misericordia, di giustizia. L’acqua è un diritto umano, come il cibo del resto, un bene primario indisponibile per troppe persone, per cui oggi si scrive, si parla della tragedia dell’acqua. Vi è altresì (di Papa Francesco, il 18 Nov. u.s.) l’appello affinché cure e farmaci siano accessibili a tutti per cui attraverso anche l’ecologismo cristiano entriamo così, quasi senza accorgercene, nella sfera dei diritti umani, questione di giustizia, oggetto della virtù della giustizia (è in effetti un «dare al prossimo ciò che gli è dovuto»).

Se si evitano le colonizzazioni ideologiche e si assicura la libertà religiosa «sui diritti umani, una sintesi è possibile» scriveva L’Oss. Rom. (p. 7) del 19 luglio 2017, riferendosi lungamente ad un intervento a Rovereto dell’Osservatore permanente della S. Sede presso il Consiglio d’Europa.

Giustizia e diritti umani

Naturalmente la base la troviamo nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il cui 70° (1948-2018) ha offerto spunti importanti di riflessione al Prof. Vincenzo Buonomo in una relazione tenuta all’incontro del «Forum Ginevra delle Organizzazioni non governative di ispirazione cattolica», organizzato dalla Missione Permanente della S. Sede colà il 21 febbraio u.s.

Scansioni dell’intervento sono le seguenti domande:

1)    Cosa rappresenta la dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo nella visione della Chiesa? (Si tratta di una consonanza con la visione cristiana);

2)    Cosa voleva esprimere nel ’48 la Dichiarazione Universale? (Il primato della libertà contro l’oppressione, l’unità della famiglia umana);

3)    Diritti universali o universalità del soggetto dei diritti? (“Universale” è anche la persona umana);

4)    Quanto pesa sulla mancata tutela dei diritti umani la frammentazione dell’unità della persona? (Questione di nuovi diritti, diversi);

5)    Quali impegni possono essere presi?

6)    Esser costruttori dei diritti sociali;

7)    Come difendere i diritti fondamentali?

8)    Per una N.G.O. l’approccio non può esser generalista (resta il fondamento dei diritti e l’universalità del soggetto: dignità umana e persona, per una questione di giustizia, e pure di diritti e doveri).

Vi è inoltre il tema della giustizia internazionale e relativa corte penale internazionale che ha – come sappiamo – difficoltà a condurre le proprie inchieste.

Giustizia sociale

Ma non possiamo dimenticare in tutto questo la giustizia sociale in una sintesi che ci è data da Papa Francesco all’inizio del volume Potere e denaro. La giustizia sociale secondo Bergoglio, curato da Michele Zanzucchi. Scrive il Vescovo di Roma nella Prefazione:

«L’economia è una componente vitale per ogni società, determina in buona parte la qualità del vivere e persino del morire, contribuisce a rendere degna o indegna l’esistenza umana. Perciò occupa un posto importante nella riflessione della Chiesa, che guarda all’uomo e alla donna come a persone chiamate a collaborare col piano di Dio anche attraverso il lavoro, la produzione, la distribuzione e il consumo di beni e servizi. Per questo, sin dalle prime settimane del pontificato, ho avuto modo di trattare questioni riguardanti la povertà e la ricchezza, la giustizia e l’ingiustizia, la finanza sana e quella perversa. 

Se oggi guardiamo all’economia e ai mercati globali, un dato che emerge è la loro ambivalenza. Da una parte, mai come in questi anni l’economia ha consentito a miliardi di persone di affacciarsi al benessere, ai diritti, a una migliore salute e a molto altro. Al contempo, l’economia e i mercati hanno avuto un ruolo nello sfruttamento eccessivo delle risorse comuni, nell’aumento delle disuguaglianze e nel deterioramento del pianeta. Quindi una sua valutazione etica e spirituale deve sapersi muovere in questa ambivalenza, che emerge in contesti sempre più complessi.
Il nostro mondo è capace del meglio e del peggio. Lo è sempre stato, ma oggi i mezzi tecnici e finanziari hanno amplificato le potenzialità di bene e di male. Mentre in certe parti del pianeta si annega nell’opulenza, in altre non si ha il minimo per sopravvivere. Nei miei viaggi ho potuto vedere questi contrasti più di quanto mi sia stato possibile in Argentina. Ho visto il paradosso di un’economia globalizzata che potrebbe sfamare, curare e alloggiare tutti gli abitanti che popolano la nostra casa comune, ma che — come indicano alcune statistiche preoccupanti — concentra nelle mani di pochissime persone la stessa ricchezza che è appannaggio di circa metà della popolazione mondiale. Ho constatato che il capitalismo sfrenato degli ultimi decenni ha ulteriormente dilatato il fossato che separa i più ricchi dai più poveri, generando nuove precarietà e schiavitù.

L’attuale concentrazione delle ricchezze è frutto, in buona parte, dei meccanismi del sistema finanziario. Guardando alla finanza, vediamo inoltre che un sistema economico basato sulla prossimità, nell’epoca della globalizzazione, incontra non poche difficoltà: le istituzioni finanziarie e le imprese multinazionali raggiungono dimensioni tali da condizionare le economie locali, mettendo gli Stati sempre più in difficoltà nel ben operare per lo sviluppo delle popolazioni. D’altronde, la mancanza di regolamentazione e di controlli adeguati favorisce la crescita di capitale speculativo, che non si interessa degli investimenti produttivi a lungo termine, ma cerca il lucro immediato.

Prima da semplice cristiano, poi da religioso e sacerdote, quindi da Papa, ritengo che le questioni sociali ed economiche non possano essere estranee al messaggio del Vangelo […] La Chiesa, nel diffondere il messaggio di carità e giustizia del Vangelo, non può rimanere silente di fronte all’ingiustizia e alla sofferenza. Ella può e vuole unirsi ai milioni di uomini e donne che dicono no all’ingiustizia in modo pacifico, adoperandosi per una maggiore equità. Ovunque c’è gente che dice sì alla vita, alla giustizia, alla legalità, alla solidarietà. Tanti incontri mi confermano che il Vangelo non è un’utopia ma una speranza reale, anche per l’economia: Dio non abbandona le sue creature in balia del male. Al contrario, le invita a non stancarsi nel collaborare con tutti per il bene comune […]

In particolare, costantemente chiedo che si smetta di lucrare sulle armi col rischio di scatenare guerre che, oltre ai morti e ai poveri, aumentano solo i fondi di pochi, fondi spesso impersonali e maggiori dei bilanci degli Stati che li ospitano, fondi che prosperano nel sangue innocente. Nei miei messaggi in materia economica e sociale desidero sollecitare le coscienze, soprattutto di chi specula e sfrutta il prossimo, perché si ritrovi il senso dell’umanità e della giustizia. Per questo non posso non denunciare col Vangelo in mano i peccati personali e sociali commessi contro Dio e contro il prossimo in nome del dio denaro e del potere fine a se stesso […].

Non basta un po’ di balsamo per sanare le ferite di una società che tratta spesso tutti e tutto come merce, merce che, quando diventa inutile, viene gettata via, secondo quella cultura dello scarto di cui tante volte ho parlato […].

Tanti, tantissimi uomini e donne di ogni età e latitudine sono già arruolati in un inerme “esercito del bene”, che non ha altre armi se non la passione per la giustizia, il rispetto della legalità e l’intelligenza della comunione […].

Come qui testimonio  - conclude il Papa -, il mio pensiero si situa nel cammino tracciato dal ricchissimo patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa. Chiunque può farlo proprio, anche solo accedendo a quel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa che tante volte ho citato perché in poche parole offre una panoramica del pensiero ecclesiale in materia sociale».

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Giustizia e pace

Come avete ascoltato ho concluso questa lunghissima citazione, per molti aspetti straordinaria, con la Dottrina Sociale della Chiesa, “dottrina” più che insegnamento, come è stato deciso di nominarla alla fine del Vaticano II. Essa è contributo straordinario alla pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi. Si capisce che mi riferisco alla Pacem in terris di Giovanni XXIII, un testo in cui si delineano quattro dimensioni, che sono quelle dell’ordine mirabile, dell’universo, degli esseri umani, dei rapporti tra essi con le autorità politiche e della comunità mondiale. Scriveva San Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: «Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri».

Per questo – aggiungeva – «anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà, nella libertà». Perché «la stessa legge morale, che regola i rapporti tra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche». Così continuava Giovanni XXIII: «Sarebbe del resto assurdo anche solo pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità».

Mi si permetta almeno di menzionare in questo contesto anche la Populorum Progressio, nel commento che ne fa con il titolo Scommessa sulla fraternità, un mio condiocesano, in origine, il Sig. Cardinale Pietro Parolin, Segretario Papale (v. L’Oss. Rom. del 19-20 giugno dello scorso anno).

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Giustizia e migrazioni e itineranza

Questo parlare di fraternità universale, come “scommesse”, mi è di aggancio al tema nostro, oggi, della giustizia, complesso, e attuale - perché nel linguaggio odierno ecclesiale, si chiama, “segno dei tempi” - in relazione all’emigrazione e all’itineranza, legato strettamente alla mia vita episcopale nella Curia romana per ben due lustri, come Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nei primi 10 anni di questo secolo e millennio.

Mi è impossibile qui, nemmeno per sommi capi, condensare pensiero ecclesiale ed azione pastorale per realizzazione della giustizia in rapporto a tale settore. Rimando dunque al sito della S. Sede, nella Curia Romana,  alla voce riferentesi al Pontificio Consiglio appena menzionato e al sito cronologia.leonardo.it/pastoral.htm, per l’aspetto più personale, oltre che al volumetto-intervista con Marco Roncalli “Chiesa e Migranti.  La mia battaglia per una sola famiglia umana”.

Non posso comunque non ricordare l’Istruzione Erga Migrantes Caritas Christi del 3 maggio 2004, che era stata approvata da Giovanni Paolo II il primo di quel mese, testo “ricevuto” poi nell’enciclica benedettina Caritas in Veritate al numero 62 e gli Orientamenti pastorali. Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate del 2013.

Richiamo inoltre il messaggio pontificio per la giornata mondiale dedicata a migranti e rifugiati di quest’anno dal significativo titolo «Uomini e donne in cerca di pace», nonché il discorso di Papa Francesco dell’otto gennaio u.s. al Corpo Diplomatico, in parte ad essi consacrato.

Aggiungerei che si sta passando finalmente, negli approfondimenti degli aspetti culturali dell’integrazione degli immigrati, dal multiculturalismo all’interculturalità.

Comunque, se guardiamo a come vanno le cose, nel concreto, chi ha combattuto per i non respingimenti, specialmente dei rifugiati e dei richiedenti asilo, tenendo presente particolarmente la Libia, non ha motivi per rallegrarsi, costatando come ci siano qui nel mondo d’oggi vere tragedie. Fonte di speranza è invece l’importante Global Compact sui rifugiati, in preparazione da parte delle Nazioni Unite, fermamente centrato sulla persona umana, con spinta affinché la dignità di ciascuno e ognuno, e i loro diritti fondamentali, guidino tutti gli aspetti del relativo piano d’azione già delineato nell’apposito Draft ispirato, com’è, a un approccio olistico e integrato.

La stessa speranza – dopo quella per la guida di Papa Francesco – sorge dai negoziati in corso, sempre sotto l’egida delle Nazioni Unite, per un simile “Global Compact” per Migrazioni sicure, ordinate e regolari. La finalità è la creazione di una “cornice” che ne migliori il governo e assicuri che tale segno dei tempi sia veramente benefico per tutti. Last not least è incoraggiante che Papa Francesco pure nella Sua ultima esortazione apostolica Gaudete et exultate, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, nel suo impegno di delinearla come frutto del Concilio Vaticano II, - già si ebbe una santità tridentina, ispirata cioè da quel concilio -  ritorni a parlarne negli importanti e significativi nn. 100-101 e specialmente 103 e 104.

Del resto in questo documento pontificio quanti pensieri e cose, incoraggiamenti e auspici riguardano, guardandovi negli occhi, anche la situazione terremotata di nostri fratelli e sorelle qui e nel mondo, se dobbiamo credere, dopo la scossa nelle Marche, a un titoletto in prima pagina del Corriere dell’11/4/18, il seguente: “Terremoto, ricostruite solo 18 case su centomila”. Alla fine si diceva però: «Riaperto il centro polivalente di Norcia».

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Giustizia per l’Africa

Infine, a chi ha servito in essa durante 20 anni, permettete, a conclusione, di indirizzare lo sguardo e aprire il cuore a questo Continente così vicino a noi, un vero possibile alleato strategico, nel contesto del fare giustizia, di esercitare cioè tale virtù anche tenendo conto della grandezza geografica, della popolazione in vorticosa crescita, delle ricchezze, e dello sfruttamento europeo, alcuni parlano di “saccheggio”, e non solo, di questo nostro vicino.

Varrebbe la pena di leggere a tale riguardo uno studio pubblicato da Global Justice Now dal titolo Honest Accounts 2017 (= conti onesti 2017). Forse ci convinceremo così che il nostro futuro è legato all’Africa e che dobbiamo arrivare a «un piano Marshall» per tale continente.

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Ho finito di usare i colori nella tavolozza della mia vita per offrirvi alcuni campi ispirati al personale che riguardano la virtù della giustizia che si è rivelata straordinaria nel suscitare con vivezza qui non solo due mondi ma – scusate l’iperbole -  l’intero universo e noi ci troviamo piccini piccini di fronte a tanto spettacolo che spesso è tragico, ma al tempo stesso challenging e responsabilizzante. Certo l’impegno per il bene comune universale, che ne deriva, dev’essere comunitario, anche se rimane vero il detto: “Ogni anima che si eleva, eleva il mondo” intero (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 16).

+ Agostino Marchetto

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