di GIULIA GALEOTTIDa cosa nasce l'attuale pluralismo esasperato (e a volte un po' esaltato) delle fedi religiose e civili? A cosa si deve il fatto che oggi manchi una sostanziale idea condivisa di bene comune o che le nostre società siano così frantumate da ritenere che la verità sia una questione relativa e opinabile? Da dove discende il trionfo odierno del capitalismo (e lo strapotere del suo motore, cioè il consumismo) o la certezza ideologica che solo le scuole e le università non confessionali siano in grado di insegnare? Secondo Gregory, l'hyperpluralism che ci caratterizza ormai in ogni ambito è l'effetto di lungo periodo di quel terremoto strutturale che ha segnato la fine del primo (abbondante) millennio della storia umana, facendo crollare l'ossatura della vita intellettuale, morale e sociale dell'Occidente, sino ad allora operante.
Contestando dunque gli storici che ritengono che la pluralità sia il risultato dell'Illuminismo, lo studioso americano si spinge molto indietro. In una dettagliata ricerca che si occupa tanto del presente quanto del passato, Gregory parte con l'analizzare Duns Scoto giungendo a Benedetto XVI. Non che i protagonisti della Riforma protestante volessero scientemente frantumare la Cristianità occidentale (con la sua visione istituzionalizzata del mondo e carica di aspettative sulla sicurezza delle società terrene e di speranza per la salvezza eterna dei singoli). Ciò che Lutero e Calvino provarono a fare, infatti, fu tentare di migliorare la realizzazione delle aspettative di quel mondo, non di distruggerlo. Ma questo è ciò che si è verificato: la complessa e intricata matassa risultante dalla trasformazione (e in parte dal rifiuto) delle tradizioni della Cristianità medievale ha gradualmente rimpiazzato quel tessuto religioso univoco che fino ad allora aveva accomunato le società occidentali. E il paradosso è stato che proprio l'idea di libertà religiosa diffusasi allora, ha finito col diffondere una nozione di religione soggettiva e arbitraria, nozione universalmente condivisa. Né manca un paradosso ulteriore: è stata proprio l'enormità della frattura che si è compiuta nel passaggio dalla pre-modernità alla modernità ciò che ha permesso di celare l'influenza continua di questo passato nel nostro presente.
Nell'identificare quelle che definisce "le conseguenze non comprese della Riforma protestante", Brad S. Gregory è tremendamente cupo. Il Cristianesimo medievale ha fallito, la Riforma ha fallito, la modernità occidentale continua ancora a fallire. Tra le altre cose, lo studioso si rivela decisamente preoccupato per il pericoloso relativismo morale che ha rimpiazzato la virtù della carità, il cui risultato è - giusto per inciso - una politica senza etica. Se tale esito è oggi ampiamente colto e commentato, il contributo del presente volume è quello di collegare in modo lineare il quadro odierno con la celebre affissione del 31 ottobre 1517. E solo partendo dall'impropria trasformazione del portale della cattedrale di Wittenberg, possiamo capire come la libertà religiosa si sia progressivamente trasformata nella libertà dalla religione, permettendo la crescita esplosiva di una società irrimediabilmente frammentata. L'eredità che oggi raccogliamo dalla Riforma protestante sarebbe dunque la realtà frammentata di oggi: i disaccordi intellettuali frantumati in minuti discorsi specializzati; l'idea che la scienza moderna - fonte di ogni verità - necessariamente mini il credo religioso; il ricorso pervasivo a una visione terapeutica della religione; un set di valori morali di contrabbando con i quali cerchiamo di fertilizzare un liberalismo sterile; e la certezza ormai istituzionalizzata per cui solo le università secolari sarebbero in grado di fornire il sapere.
Questo delirio di frammentazione ha travolto anche la ricerca storica. È un altro punto su cui Gregory torna continuamente nel suo volume, criticando un certo modo di fare storia. Gli storici tentano in tutti i modi di condizionare i giovani imponendo loro rigide categorie (inherited cells of periodization), riducendo così il passato a una serie consequenziale di blocchi epocali. Si tratta però di partizioni e periodizzazioni che - sempre secondo lo storico statunitense - impediscono una reale comprensione di ciò che è stato, e delle avvincenti articolazioni che invece si dipanano nel tempo. La ghettizzazione del materiale studiato ha finito per imbrigliare anche quanti di quel materiale si occupano. Tantissimi storici infatti - al pari di colleghi di tante altre discipline - tendono alla specializzazione esasperata, alla frammentazione e alla esiguità del campo, finendo per perdere the big picture nelle loro discipline.
E se davvero è solo questo ad accomunare ancora la modernità al suo interno, beh, in effetti è davvero pochino.
(©L'Osservatore Romano 13-14 febbraio 2012)