P. Pietro Messa, ofmLa differenza tra il moralismo e la morale è che il primo è l'adesione a una serie di norme e valori, la seconda scaturisce da un incontro. E questo si intravvede anche in Armida barelli come illustra il francescano umbro padre Cristoforo Cecci nel seguente scritto del 1972.
La nascita di un nuovo impegno morale può avvenire solo sulla base di una conversione evangelica, conversione ai valori del Regno
CONVERTIRSI AI VALORI DEL REGNO
“ Ciò vedendo i farisei gli dissero: “Guarda, i tuoi discepoli fanno quello che non è permesso fare di sabato” Ma egli rispose loro: “ Non avete letto ciò che fece David, quando ebbe fame lui e quelli che aveva con sé? Come egli entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di Proposizione, che non era permesso di mangiare né a lui, né a quelli che aveva con sé, ma ai soli sacerdoti? E non avete letto nella Legge, che, nei giorni di sabato, i sacerdoti nel Tempio violano il sabato e sono senza colpa. Ora io vi dico che c’è qui qualcuno di più grande del tempio. Se voi aveste compreso che cosa significa :” Misericordia voglio e non sacrificio,; non avreste condannato degli innocenti! Padrone del sabato infatti è il Figlio dell’uomo” ( Mt. 12, 2-8 ).
Questo brano di Matteo mi è tornato alla mente mentre stavo pensando all’affannosa preoccupazione di molti, che pensano di rimediare alla crisi morale che caratterizza il nostro tempo, modificando leggi e progettandone delle nuove.
“ C’è qualcosa di più grande ” del rinnovamento delle leggi per cui merita conto spendere forze e inventiva. La legge ci vuole, ma non basta. Rinnovarla è cosa opportuna ed utile, ma non basta.
La nascita di un nuovo impegno morale può avvenire, a mio parere, solo sulla base di una conversione evangelica: una conversione che con parole dei san Paolo possiamo caratterizzare come “conversione alla fede” ( Rom. 3,30 ) , o più semplicemente come “ conversione ai valori del Regno”.
Senza questo passaggio, che ha nei valori del Regno il suo punto di arrivo e di impegno, temo che una rinascita morale abbia scarse possibilità di successo. Perché giova poco lamentarsi della crisi delle leggi, se non si coglie l’aspetto più profondo della crisi morale, che è un oscuramento e un affievolimento di sensibilità nei confronti dei valori della vita.
Del resto, a reclamare tale “primato dei valori” sono gli uomini stessi del nostro tempo: essi, proprio per bocca dei più giovani, si dichiarano disposti a spendere la vita per valori veri, capaci cioè di rivelare dimensioni nuove di vita.
Prima i valori e poi la legge, e la legge nuova in funzione di valori veri: questa mi pare l’esigenza più vera di un rinnovamento morale. Questo del resto è l’itinerario pasquale della morale evangelica: dal sabato all’uomo, come dice Gesù; “dalla legge alla fede” come scrive Paolo nella Lettera ai Galati.
UNA MORALE NUOVA PER UNA VITA NUOVA
Cosa vuol dire convertirsi ai valori del Regno? Innanzi tutto vuol dire decidersi per una scelta di vita che Paolo definisce “da risorti”. Da questa scelta deriva necessariamente un certo tipo di condotta e di impegno morale.
L’impegno morale deve, cioè, essere riportato alla sua fonte teologale: prima di sapere che cosa debbo fare, debbo decidere chi voglio essere. E, se ci si decide ad essere cittadini del Regno, “gli uomini nuovi del tempo nuovo”, allora si riesce a capire come e perché la morale evangelica sia una morale nuova per una vita nuova.
Con i suoi interlocutori, schiavi di un rigido formalismo, che invano tentano di eleggerlo arbitro nei loro conflitti, Gesù rifiuta di apparire come un casista o un dispensatore di ricette ascetiche: chi si rivolge a lui viene portato, al di là della soluzione attesa, a confrontarsi con la volontà di dio e a conformarsi ad essa
( Gv.4,34 ). Egli va al di là della Legge e riporta alla fonte della vita. La polemica tra Lui e i farisei, sulla quale tanto si compiace il Vangelo di Matteo, è lo scontro fra chi cercava di attenersi alla Legge senza badare al “cuore”, cioè alle condizioni interiori, e chi, invece, badava soprattutto all’uomo.
Per questo è stato giustamente scritto che “ l’insegnamento morale dei vangeli non costituisce un vero e proprio codice di condotta per questa o per quella situazione, ma piuttosto una segnalazione dei criteri assoluti, che sono gli unici che si impongono quando il Regno di Dio è presente. Questi criteri però non vengono presentati per mezzo di enunciati generici e astratti, ma quasi scenicamente in situazioni concrete e vive ” (C.H. DODD, Evangelo e Legge, Brescia 1960).
Anzi, di più : e la novità di vita e la novità di condotta viene proposta visivamente in Cristo Gesù :” Il Cristo è la fine della legge e il principio della giustizia per chiunque crede” (Rom. 10,4). Egli è la nuova Alleanza e in Lui il Regno del Padre è già presente tra noi: ” Voi siete in Cristo Gesù” ( 1Cor.1,30).
In Lui, l’uomo nuovo si sono compiute e realizzate le esigenze della Legge e dei Profeti ( cfr. 2Cor. 1,20 ).
Cristo Gesù è la nuova proposta di vita e “coloro che sono in Cristo” ( 1Cor. 15,23 ) esistono in Cristo e “vivono nel Cristo” ( Rom. 8,1 ). Nessuno come Paolo ha espresso questa scelta di novità e di vita e di comportamento “per me vivere è Cristo” ( Filip. 1,21 ). Tale novità di vita è destinata naturalmente a generare una novità di condotta: come è difatti possibile pensare che questa unione di fede e di amore ad una persona non sia anche sorgente di ispirazione e di guida per tutti i pensieri, i sentimenti e tutta la condotta di vita?
E’ così che nasce e si configura la morale del Regno, dove al posto di un codice c’è una Persona; al posto di un ideale e di norme casistiche c’è una sola legge : amare.
Quando l’apostolo Paolo proclama che “Cristo è la nostra vita” ( Col. 3,4 ) egli intende sostituire questa legge interiore e il complesso dei valori incarnati in Cristo ai precetti rabbinici.
Cristo è l’origine e il modello di un nuovo modo d’essere e di un nuovo stile di vita. La morale evangelica è una morale “critica”, cioè un impegno di ripetizione della sua vita : “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” ( Filip. 2,5 ). E l’impegno morale del cristiano è, in fondo, nient’altro che una risposta libera e matura alla proposta che è Cristo.
I VALORI DEL REGNO
Un impegno morale è un impegno per dei valori ai quali si vuole legare la vita. Decidersi per Gesù Cristo, convertendosi a Lui non è un’astrazione, ma significa decidersi a vivere per i valori di quel Regno che Egli ha reso presente. In Cristo c’è, difatti, l’universo dei veri valori.
Quali valori?
La risposta che cercheremo di dare è solo una esemplificazione di quel grosso discorso intorno alla scelta cristiana come scelta di valori. Noi proviamo solo ad indicarne alcuni che a parte la loro ricchezza, ci pare trovino una particolare consonanza con le attese dell’uomo di oggi.
1. “ TU HAI VALORE PER ME” ( Is. 43,4 )
L’uomo è il valore centrale del disegno di Dio. Tutto è stato fatto per l’uomo; Dio stesso non vive che per l’uomo. La Bibbia ci presenta costantemente un Dio innamorato dell’uomo. Lo stesso Regno, che Egli ha progettato come un banchetto, è un regno di uomini, nella cui festosità Egli rivela la sua gloria. Più l’uomo si fa uomo, più gloria da a Dio : l’uomo che vive in pienezza è la gloria di Io, scrive sant’Ireneo.
E tutto questo perché in Gesù Cristo l’uomo è diventato il supremo interesse di Dio. Non c’è che un solo peccato, ha scritto il teologo protestante Bonhoffer: quello contro l’uomo. L’affermazione può apparire paradossale, ma è vera proprio perché Dio stesso ha amato farsi uomo e stare con l’uomo. Tanto è vera che non si può andare a Dio scavalcando o, peggio ancora, mortificando l’uomo. “Se stai presentando la tua offerta all’altare ed ivi ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta lì davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello; e poi torna e presenta la tua offerta”( Mt. 5, 23-24 ).
Dio stesso è anzi geloso e vindice della dignità dell’uomo: “Chiunque avrà detto ‘pazzo’ al suo fratello sarà condannato al fuoco della Geenna” ( Mt. 5,22 ).
Nessuno può fare questo né strumentalizzare né offendere l’uomo: chi lo fa, ha scritto sant’Agostino, commette un attentato a Dio che si è fatto uomo.
La decisione per un nuovo impegno morale deve partire da qui: l’uomo della morale evangelica, proprio perché ha scelto Cristo, deve impegnarsi a rispettare e a dare fiducia all’uomo, figlio di Dio e fratello di Gesù.
L’uomo del nostro tempo è particolarmente sensibile ad una testimonianza di tal genere. Difatti il suo sforzo di essere uomo è oggi minacciato in forme fortemente vigorose: le ideologie, i movimenti politici, i mezzi di comunicazione sociale, lo stesso fenomeno della socializzazione costituiscono oggi un grosso rischio di spersonalizzazione. Il credente è chiamato a testimoniare la sua fede come gesto di gelosia e di amore verso l’uomo. Egli deve mostrare attenzione all’uomo nella pienezza della sua realtà, nell’unità organica del suo essere ( non si può dire di amare e rispettare l’uomo, riducendolo, per esempio, soltanto a sesso), nella sua apertura verso Dio, nella sua capacità di bene, nel suo desiderio di crescita.
2. NESSUNO E’ UN’ISOLA ( Merton )
Ma l’uomo lo ama solo chi lo vede fratello. La originalità della morale evangelica è tutta in questa apertura alla comunione fraterna e alla circolarità dell’amore: “ In Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione, né altro: ma solo una fede operante per la carità” ( Gal. 5,6 )
Al primato rabbinico della legge si sostituisce il primato dell’amore. L’uomo nuovo del Vangelo è un uomo che si sente amato e che si sente fatto per amare. Egli si sente uomo “fatto per gli altri”; uomo che annuncia e testimonia che solo l’amore conta, perché è solo l’amore a dare valore pieno e senso di verità a tutto quello che si fa.
“ Voi che siete stati battezzati siete tutti fratelli” ( cfr. Gal. 4, 26-28 ): l’annuncio di Paolo esprime la verità di tutto l’annuncio evangelico.
In tale prospettiva si capisce come nessuno si realizza da sé, perché nessuno basta per sé, nessuno può vivere per sé, perché il Padre ci ha chiamati a ricostruire nella grazia l’unità della famiglia umana.
Non occorre spendere molte parole per rilevare quanto questo primato dell’amore e questa affermazione dell’apertura sugli altri trovi rispondenza nell’animo dell’uomo di oggi. Il nostro tempo è ricco di “segni” in tal senso: perché essi non si sciupino, occorre che ci sia qualcuno a testimoniare l’amore, con senso di radicalità piena e sconcertante. Credere operosamente nella fraternità: basterebbe questo oggi a rendere credibile l’amore di Dio.
3. “ CHIAMATI AD ESSERE LIBERI” (Gal.5,3 )
La vocazione cristiana è una chiamata alla libertà: una libertà che è dono del Signore, ma che è anche un compito da vivere e da realizzare con l’aiuto dello Spirito. Essa è per questo la dignità prima della persona umana e insieme l’ideale al quale siamo chiamati. Un ideale al quale debbo andare incontro, che debbo conquistare, prendendo la mia vita in mano e scegliendo di orientarla verso la pienezza di sé. Una pienezza che concretamente si realizza come “apertura” ( ecco la legge dell’amore ) su Dio e sugli altri. Per la legge dell’amore Dio e gli altri vengono sentiti e desiderati come “parte di me”. Che è quanto dire, che se non mi apro non diventerò mai me stesso; se non vivo secondo la legge dell’amore, l’osservanza di ogni altra legge non mi farà crescere.
Essere liberi allora vuol dire assecondare nell’amore il movimento di crescita di me in autenticità: vuol dire cercare di porsi in iter pasquale di liberazione. Proprio perché “compito“ e “ideale“, la libertà è un passaggio, è un voler liberarsi da tutti i limiti interni ed esterni, da tutti i condizionamenti che si muovono in senso opposto all’amore (egoismo, pigrizia…).
“ Voi siete chiamati alla libertà: tuttavia non vogliate fare di questa libertà un’occasione per vivere secondo la carne” ( Gal. 5,13 ). Per il realismo antropologico di Paolo la libertà può correre il rischio della corruzione, magari identificandosi con l’istintività. Incarnata nella nostra vita, essa ne subisce i condizionamenti e i rischi; ed è per questo che postula, proprio per non corrompersi, oltre la presenza vivificante dello Spirito, anche un ausilio esterno. E’ qui che si recupera, ma all’interno di una logica dell’amore, il discorso sull’ausilio della legge, intesa paolinamente come aiuto e garanzia della stessa libertà.
Sappiamo tutti che la legge non appartiene al complesso dei valori assoluti dell’esistenza cristiana, ma questo non vuol dire che essa non abbia la sua importanza, tenuto conto dello stato di fragilità al quale la nostra libertà è realisticamente esposta.
Il teologo Bonhoffer, nell’ultima pagina del suo libro “Resistenza e resa” scrive: “ Stazioni sul cammino della libertà. Disciplina. Se parti alla ricerca della libertà, impara anzitutto la disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri e le membra non ti portino a caso qua e là. Nessuno penetra il mistero della libertà se non con la disciplina”.
In fondo, la legge è la disciplina che ci aiuta a maturare, tenendo conto della nostra debolezza: essa presta un servizio alla libertà, perché non viva che secondo l’amore. La conquista della libertà è nient’altro che l’amore interiorizza la legge e così la rende inutile.
Quanto sia importante questa conversione alla libertà dei figli di Dio, oggi che e la libertà e la legge corrono il rischio di corrompersi, ognuno vede e comprende. Forse è uno dei compiti più urgenti degli uomini del Vangelo.
I VALORI DELLE BEATITUDINI
Ma la conversione morale alla quale siamo chiamati, proprio perché evangelica, esige una spinta ulteriore nella direzione della radicalità. Ci sono altri valori, ai quali oggi è necessario convertirsi: sono i valori delle beatitudini. Sarà proprio tale scelta a dare un carattere di originalità e contemporaneità al nostro impegno morale.
Il nostro tempo, collocato difronte a tali valori, sembra assumere un atteggiamento di rifiuto; ma se si va oltre l’apparenza ci si accorge che in fondo c’è una specie d’attesa verso di essi. Si fa sempre più generale la convinzione che una crisi morale come quella del nostro tempo non potrà essere sanata da rimedi superficiali, ma solo da gesti che scelgono il Vangelo in tutta la sua dimensione. La nostra conversione morale è forse tutta in questo passaggio: dalla legge ai valori delle beatitudini.
In questi giorni mi è capitato di leggere un piccolo libro, appena pubblicato, di Ladislao Boros: “L’ultima base” ( Brescia 1972 ); un libro che vi consiglio di leggere. L’autore, in un capitolo molto bello intitolato “L’uomo felice” indica nei valori delle beatitudini i connotati più veri dell’uomo nuovo del Vangelo: connotati capaci tra l’altro di rendere l’uomo veramente felice.
La povertà scelta , dice Boros, è capace di creare un tipo di esistenza nuova. Il povero del vangelo si presenta agli altri, vittime del potere, come colui che ha preso una “essenziale” decisione nella vita, per la quale egli rinuncia a porre se stesso sul piano della propria realtà esteriore. “Io sono, egli dice, più di tutto ciò che ho”. E una scelta di tal genere equivale per lui ad “una conquista di libertà”: una libertà che è “l’apertura di un cuore buono, per il quale è del tutto indifferente se nella vita gli riescono molte o poche cose”. Il povero perché libero “si accosta alle cose, alle persone, agli avvenimenti con una fondamentale rettitudine, lontana da ogni desiderio di possesso”. Egli si presenta come una di quelle “esistenze distese alle quali gli altri si aprono in ciò che hanno di più segreto, perché sanno di non essere usati, ma soltanto accolti nell’irrepetibilità delle proprie gioie e delle proprie sofferenze”.
Altrettanto è da dirsi del valore contenuto nell’altra parola del Signore: “Beati gli afflitti”.
“Nella misura in cui, distaccati da sé, ci si apre sugli altri per partecipare alle sofferenze altrui” si rivela qualcosa di nuovo, di inatteso nella vita. Perché colui che ”si lascia prendere dalle sofferenze altrui, che accetta che il buio del dolore altri ottenebri la sua esistenza” e per questo sa “stare accanto al fratello, sopportando la miseria degli altri, condividendo l’umiliazione di un’esistenza fallita, e tutto questo lo fa non per sentimentalismo, ma provando la gioia di non appartenere più a se stesso, della donazione interiore e totale”, questi sconfigge la durezza del cuore del mondo perché vi pianta la tenerezza di Dio.
Chi poi, in questo mondo, dove tutti siamo addestrati ai giochi del potere, ha “il coraggio della mitezza” e crede nella fecondità del mezzo inerme e paziente della persuasione, nella tranquillità dello sguardo della mente, nella finezza del linguaggio e nella cordialità dell’incontro, questi scompagina tutte le certezze della logica umana, perché questi è un uomo diverso.
Uomo diverso perché ha fame e sete di giustizia, perché misericordioso, perché puro: ”l’uomo intimamente povero” che vive un’esistenza nel distacco da sé per gli altri è qualcosa di autentico, di immacolato: è l’esistenza come trasparenza. Incontrare un uomo così è una delle più grandi grazie della vita. Essi difatti sono i costruttori della pace perché hanno in sé qualcosa di straordinariamente creativo: creano il bene e la grazia. Come fu e fece Francesco, la cui conversione al ,Vangelo significò decisione a voler essere uomo delle beatitudini: un uomo povero ma insieme incredibilmente felice.
CONVERTIRSI ALL’OGGI CHE E’ DI DIO
La conversione ai valori del Regno sembra esigere un esodo dalla nostra situazione storica, tanto il Regno e i suoi valori ci appartengono “al di là” di questo e di ogni altro tempo. E invece non è così.
L’atteggiamento dell’uomo del Vangelo non è evasivo; egli non si rifugia nel futuro dimenticando o sottovalutando il presente in cui vive. La secolare consacrata, in particolare, “prende sul serio” il suo tempo nella convinzione che dentro la sua trama ci sono, portati avanti dallo Spirito, tutti i valori del Regno. Essi sono il più delle volte avvolti nell’ambiguità, ma al di là di ogni stortura essi mostrano come segni della presenza operosa di Dio.
Nella prima circolare di quest’anno, io tentavo di indicare alcuni di questi valori del Regno presenti nel mondo di oggi: l’ansia della libertà, il desiderio di unità, l’apertura alla comunità, l’anelito alla pace.
La secolare consacrata si deve concretamente convertire ad essi: deve cioè assumerli, esserci dentro, riscattarli dall’ambiguità, promuoverli. Perché anche questo oggi è oggi di Dio; e la missionaria deve amare di esserci dentro per tutto ordinare e orientare secondo Dio.
Cfr. https://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/armida-barelli-fedelta-senza-rigidita.html