Rassegna stampa etica

Sul “nuovo ordine” della #Giannini

gianniniUn articolo dell’Huffington Post ha riferito del colloquio intercorso tra il ministro italiano dell’istruzione e il suo omologo tedesco Johanna Wanka. Lo stesso è stato eliminato in seguito al polverone sollevatosi. Non solo per le scandalose frasi sul precariato (altrui) che «non è sinonimo di malessere», ma ben più per le inquietanti allusioni a un orizzonte antropologico modificato ad arte.

di Emiliano Fumaneri

Pochi giorni fa l’Huffington Post ha colpito molti pubblicando le parole pronunciate il 2 e 3 maggio dal Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini (che in un passato non troppo lontano aveva paventato azioni legali ai danni di chi, diceva, aveva imbastito una «truffa culturale» parlando «di teoria di genere in relazione al progetto educativo del Governo Renzi sulla scuola») durante il vertice bilaterale svoltosi a Villa Vigoni, dove ha sede il Centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea. Motivo dell’incontro col suo omologo tedesco Johanna Wanka è stato, a quanto si sa, la ratifica di un accordo di cooperazione tra Italia e Germania in merito alla formazione professionale.
Colpiva, di quel colloquio riportato dall’HP, la “profezia” di un’Europa vincolata alle esigenze del mercato globale, caratterizzata dal precariato permanente, una società di nomadi sradicati, in cui la famiglia appare come un’entità marginale. Ora l’articolo è provvidenzialmente scomparso dal blog aggregatore diretto da Lucia Annunziata. In rete tuttavia ne sono rimaste le tracce. Secondo l’articolo stralciato, il Ministro Giannini avrebbe affermato, tra le altre cose, che «flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere». Per questa ragione «dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti». Tra le conseguenze del nuovo modello economico bisogna contare anche il fatto che «la famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno», perché «le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione ». Il post, come si è detto, è stato ritirato in buon ordine dall’Huffington e sul sito del Miur campeggia una chiosa in cui si precisa che «contrariamente a quanto riportato negli articoli, che facevano un resoconto dell’incontro bilaterale con la Germania che si è tenuto a Villa Vigoni il 2 e 3 maggio scorsi, il Ministro Giannini ritiene che la “flessibilità non voglia dire automaticamente precariato” e non, come scritto, che “flessibilità significa precariato che non è sinonimo di malessere”. Quest’ultima affermazione è fermamente smentita dal Ministro secondo cui è invece necessario, come ha effettivamente dichiarato a Villa Vigoni, abituarsi ad una “sempre maggiore mobilità lavorativa”. Giannini è altresì convinta, diversamente da quanto evidenziato dagli autori dei resoconti, “che non si possa innestare in un sistema come quello italiano un modello tipicamente americano”. Il Ministro, infine, non ha assolutamente dichiarato che la famiglia “come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno”, ma ha fatto riferimento alle trasformazioni sociali che il nucleo familiare, inteso come ammortizzatore sociale conosciuto nei decenni passati, ha inevitabilmente subito». La rettifica non vale tuttavia a cancellare un fatto incontestabile: l’adesione a un ben noto modello di “società flessibile” (sul quale tanto ha scritto Luciano Gallino, da poco venuto a mancare) in cui la flessibilità diventa il tratto dominante della vita sociale. Nella società flessibile il lavoro «decente», cioè stabile, ben remunerato, con prospettive di carriera e di gratificazione personale, diventa un privilegio riservato a un numero sempre più ristretto di «eletti». Per la stragrande maggioranza il lavoro diventa temporaneo, nomade, precario, di passaggio, in affitto. Al più si cerca di mitigare le asprezze della flessibilizzazione universale rendendola più sostenibile (flexicurity), facendo in modo che la perdita del posto di lavoro, anzi la sua perdita reiterata, non sia vissuta come un trauma, cioè come un passo verso la definitiva esclusione dal mondo del lavoro. È, nella sostanza, l’esortazione del Ministro Giannini: occorre abituarsi alla mobilità lavorativa. In una parola: adattarsi, essere flessibili. La flessibilità del lavoro è considerata con favore dagli operatori economici perché è ideale in termini di razionalità economica, visto che concede alle aziende la possibilità di ottimizzare i costi, impiegando e retribuendo esattamente le unità di lavoro che servono al momento. Si assiste così a una radicale mercificazione del lavoro, al quale vengono applicati criteri tipici della produzione dei beni di mercato. Sono infatti i princìpi del “just in time” e della produzione “on demand” a permettere di impiegare, licenziare, spostare, accrescere o diminuire orari dei lavoratori con la medesima facilità e rapidità con cui si acquista o si scarta un pezzo di ricambio. In questo modo il costo del lavoro da contabilizzare viene fortemente ridotto. Inoltre l’estremo frazionamento della forza lavoro indebolisce la forza dell’opposizione sindacale. È evidente che la mercificazione e la precarizzazione della forza lavoro spingono al massimo la dipendenza del lavoro dagli andamenti del mercato permettendo, al tempo stesso, di sfruttarlo il più possibile. Giova ricordare che papa Francesco, nel discorso tenuto il 2 ottobre 2014 al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha condannato questa concezione del lavoro, che «non può essere considerato una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari ». Inutile dire che la flessibilità lavorativa colpisce in maniera particolarmente dura i lavoratori meno qualificati, sconvolgendo non soltanto la loro vita professionale ma anche quella famigliare, come accade alle cosiddette “commesse-squillo”: le lavoratrici che sanno di poter essere chiamate dall’azienda in settimana ma che fino a 24 ore prima non sanno quando dovranno presentarsi al lavoro. Da qui l’impossibilità di programmare qualsiasi impegno personale o famigliare non effimero. È il modello di società 7 x 24, in cui ogni attività, in forza della onnipresente flessibilità, è divenuta possibile per tutti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In un simile attivismo lavorativo Ernst Jünger avrebbe forse visto un altro esempio storico della mobilitazione totale (totale Mobilmachung), la condizione in cui «il sempre maggiore aumentare della precarietà di tutti i legami, a favore della loro motilità» fa sì che «la vita di ciascun singolo diventa in maniera sempre più univoca la vita di un lavoratore». L’uomo sfuma in un gigantesco processo lavorativo, assumendo valore nella misura in cui può dirsi l’ingranaggio efficiente e utile di una portentosa macchina sociale. Il tipo umano del lavoratore (der Arbeiter) condiziona tutta l’esistenza umana, sradicando dalla società l’otium (nel senso originario evidenziato da Josef Pieper, cioè come attività ricreativa-contemplativa, in questo senso legata al culto). Anche la festa, in un mondo del lavoro così assorbente, scade di significato. Non è un caso allora che le élites politiche cerchino di associare alla flessibilità lavorativa unioni sessuali altrettanto flessibili, sempre più fluide, a corta scadenza, di dimensioni ridotte (la famiglia non è mai stata solo un’unione sessuale, ma anche una unione economica in cui i due piani si riflettono l’uno nell’altro). La famiglia naturale, l’unione stabile e feconda di un uomo e una donna con l’eventuale prole, in quest’ottica è un’anticaglia da rottamare il prima possibile. Si trova un esempio di questa mentalità nel tecnocrate Jacques Attali, a un tempo apologeta della sessualità infinitamente flessibile del «poliamore» e cantore dell’«uomo nomade». Anche per il poliamore la fine della relazione amorosa, analogamente per quella lavorativa, non deve rappresentare un evento doloroso e tanto meno un trauma. I dispiaceri amorosi sono antieconomici, sottraggono energie alla produttività. Da qui la necessità di ridurre l’oggetto del desiderio amoroso a una funzione interscambiabile nel bilancio della salute psichica. E cos’è l’ideologia del gender se non uno stupendo grimaldello dialettico per rendere le identità sessuali sempre più modellabili secondo la geometria variabile richiesta dalla società flessibile? Il punto di arrivo della società flessibile è descritto in un libro come «Bold New World» (chiara allusione alla spaventosa distopia tecnocratica descritta da Aldous Huxley in «Brave New World») di William Knoke, fondatore e presidente dello Harvard Capital Group, una società specializzata in fusioni e acquisizioni di imprese high tech. Knoke prefigura una «placeless society», una società totalmente delocalizzata, nomadizzata, completamente funzionale ai flussi comunicativi e finanziari. La «società senza luogo» è una società smaterializzata in cui ogni attività umana, a cominciare da quelle lavorative, ha perso ogni legame definito con uno spazio fisico ben determinato. Inutile dire che questo modello di società prevede anche una «placeless family». Anche per Knoke la famiglia è destinata a perdere il suo ruolo tradizionale: «Le strutture famigliari come le conosciamo stanno per essere ridefinite. In molti casi la famiglia nucleare, per millenni base fondamentale dell’umanità, si disintegrerà. Nuove strutture ne prenderanno il posto. Il riordino della società metterà a dura prova l’ordine morale costituito. Aprirà la strada a nuove etiche basate sul primato dell’individuo, mentre la mancanza di luogo (placelessness) delle culture mondiali contribuirà a un “relativismo morale” che sfida le tradizionali nozioni di bene e male. Nel XXI secolo anche le religioni organizzate saranno trasformate, dando vita a filosofie e atteggiamenti nuovi per un mondo assetato di risposte spirituali ». (William Knoke, «Bold New World», Kodansha International, New York 1996, p. 287). Presentata come la società del futuro e del progresso, la società senza luogo, o società flessibile, segna in realtà un regresso. È un ritorno alla schiavitù nella sua essenza più pura: l’anti-parentela. La condizione dello schiavo è quella dello straniero assoluto, un essere che non alcun ha legame famigliare. Una società schiavizzata, attesta Claude Meillassoux nel suo classico «Antopologia della schiavitù», è resa tale nella misura in cui ai suoi membri è stato vietato di avere una famiglia, una propria parentela (avere delle bocche da sfamare sottrae energie allo sfruttamento intensivo di esseri umani destinati al ciclo della produzione). Chesterton ha previsto con largo anticipo questa deriva. In «What’s Wrong With the World» («Ciò che non va nel mondo», del 1910) si produce in una arguta critica della dottrina del «dispotismo commerciale». In epoca moderna, osserva GKC, si è imposta una moda letteraria impegnata ad esaltare il fascino degli affari, dell’avidità, della finanza. In breve, il business come misura di tutte le cose. Per alcuni plutocrati la civiltà deve basarsi unicamente sul commercio, pertanto può fare tranquillamente a meno di orpelli come la democrazia e la famiglia. I riflessi di una tale euforia conducono direttamente a un nuovo cesarismo: la tirannia dello specialismo (oggi diremmo tecnocrazia), col suo disprezzo per l’uguaglianza di fronte alla legge, che per Chesterton simboleggia il cameratismo, la fratellanza tra pari. Ogni specialismo tecnico, come tutto ciò che è mosso – o afferma di esserlo – da inderogabili esigenze pratiche, è autoritario. Quando c’è un incendio non si può convocare un comitato. La fretta impone di chiamare i pompieri, non c’è tempo per discutere. La tecnica è il regno dello spirito pratico, che mal tollera i tempi pazienti e dilatati della conversazione. Il disciplinamento e la gerarchizzazione sono indissociabili da un ordine tecnocratico. La civiltà del business, come regno dello spirito pratico o spirito di economia, ignora ogni forma di solidarietà tra gli uomini: «I nostri traffici specialistici e altamente civili non possono essere gestiti – ci viene detto – senza impartire ordini e licenziare: si pensi a slogan-spazzatura come: «A quarant’anni un operaio è troppo vecchio» ecc. E poiché gli affari vanno sbrigati, ci rivolgiamo a un Cesare». Chesterton definisce questa come la «nuova gigantesca eresia, che modifica l’anima umana per adattarla alle proprie condizioni, invece di modificare le condizioni umane per adattarle all’anima umana». Il dispotismo del business, che in nome del progresso civile sacrifica al profitto di pochi le piccole grandi gioie dell’esistenza umana, va rigettato senza rimorsi. «Se la civiltà non è compatibile con la democrazia, amen per la civiltà, non per la democrazia. Sarebbe senz’altro meglio tornare alle comunità di paese, se davvero sono comunità. Sarebbe certamente meglio vivere senza sapone che senza società. Potremmo di sicuro sacrificare tutti i cavi, le ruote, i sistemi, le specializzazioni, la scienza e la frenetica finanza per mezz’ora di felicità simile a quella che spesso abbiamo goduto con i nostri camerati in una normale taverna. Non sto dicendo che tale sacrificio sarà necessario: dico solo che sarà semplice». Più che mai occorre essere consapevoli che la resistenza pro-family e pro-life contro la retorica dei «diritti civil» non può essere compartimentata per settori stagni. Non può essere settoriale né va dissociata da una lotta per riconquistare al lavoro umano la sua dignità.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 10 maggio 2016

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