SANT'ALBERTO MAGNO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA, DOMENICANO
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“Dottore universale”, grande riformatore dell’Ordine Domenicano, Alberto si guadagna già in vita l’appellativo di "Magno". Maestro di San Tommaso d’Aquino, per tutta la vita si divide tra l’insegnamento, che predilige, e le cariche che gli vengono assegnate, fino alla morte nel 1280. (Vaticannews.va)
Alberto, della nobile famiglia Bollstadt, prese ancora giovanissimo l’Abito dei Predicatori dalle mani del Beato Giordano di Sassonia, immediato successore del Santo Patriarca Domenico. Dopo aver trionfato nel mondo, al giovane studente sembrò ostacolo insormontabile le difficoltà che incontrava nello studio della Teologia, e fu tentato di fuggire dalla casa del Signore. La Madonna, però, di cui era devotissimo, lo animò a perseverare, rassenerandolo nei suoi timori, dicendogli: “Attendi allo studio della sapienza e affinché non ti avvenga di vacillare nella fede, sul declinare della vita ogni arte di sillogizzare ti sarà tolta”. Sotto la tutela della Celeste Madre, Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor quando era in vita. Insegnò con sommo onore a Parigi e nei vari Studi Domenicani di Germania, soprattutto in quello di Colonia, da lui fondato, dove ebbe tra i suoi discepoli San Tommaso d’Aquino, di cui profetizzò la grandezza. Fu Provinciale di Germania e, nel 1260, Vescovo di Ratisbona, alla cui sede rinunziò per darsi di nuovo all’insegnamento e alla predicazione. Fu arbitro e messaggero di pace in mezzo ai popoli, e al Concilio di Lione portò il contributo della sua sapienza per l’unione della Chiesa Greca con quella Latina. Avanzato negli anni saliva ancora vigoroso la cattedra, ma un giorno, come Maria aveva predetto, la sua memoria si spense. Anelò allora solo al cielo, al quale volò dopo quattro anni, il 15 novembre 1280, consumato dalla divina carità. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Colonia. Papa Gregorio XV nel 1622 lo ha beatificato. Papa Pio XI nel 1931 lo ha proclamato Santo e Dottore della Chiesa. Il 16 dicembre 1941 Papa Pio XII lo ha dichiarato Patrono dei cultori delle scienze naturali. (Santiebeati.it)
SAN SERAPIO
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Nasce a Londra nel 1179. Ragazzino, Serapio è col padre alla terza Crociata di Riccardo Cuor di Leone. Dopo varie peripezie entra nei Mercedari e si dedica al riscatto e alla conversione degli schiavi, che libera a centinaia, in Francia in Spagna e ad Algeri. Qui i Mori lo martirizzano nel 1240. (Vaticannews.va)
La sua gioventù e la sua vita furono delle più avventurose che potevano capitare in quell’epoca. Serapio nacque a Londra nel 1179 figlio di Rotlando Scoto, capitano e nobile della corte inglese di Enrico II.
Partecipò con il padre alla Terza Crociata, anche se era un giovanetto; sotto il comando di Riccardo Cuor di Leone, prese parte alla conquista di Tolemaide (S. Giovanni d’Acri) e all’assedio di Ascalona.
La sorte volle che al ritorno dalla Crociata, la nave si arenò sulle coste venete, costringendoli a proseguire il viaggio per terra, durante il percorso i naufraghi furono fatti prigionieri dal duca d’Austria.
Il re e il padre vennero liberati, Serapio invece fu trattenuto in ostaggio; fu notato per la sua bontà dal principe Leopoldo d’Austria che lo prese al suo servizio, lì gli giunse la notizia della morte dei suoi genitori, quindi rimase alla corte d’Austria, dedicandosi alle opere di carità e di pietà.
Fu al seguito del duca Leopoldo nella spedizione in aiuto del re di Spagna contro i Mori, con il desiderio di poter combattere i musulmani, nemici della religione cristiana. La spedizione, vinta la resistenza degli Albigesi nel Sud della Francia, arrivò in Spagna quando già il 19 luglio 1212, i Mori erano stati sconfitti.
Serapio allora restò al servizio del re Alfonso di Castiglia, partecipando alle successive battaglie. Il 16 ottobre 1214 morì il re Alfonso e Serapio ritornò in Austria, partendo con il duca Leopoldo per la quinta Crociata nel 1217, prima in Palestina e poi in Egitto.
Nel suo via vai avventuroso Serapio, ritornato in Austria, si ritrova ad accompagnare nel 1221 Donna Beatrice di Svevia che andava in sposa a san Ferdinando di Castiglia; in Daroca conobbe s. Pietro Nolasco, fondatore nel 1218, dell’Ordine di Maria S.ma della Mercede, che aveva lo scopo di riscattare i prigionieri cristiani fatti schiavi dai Mori (con il quarto voto s’impegnavano a sostituirli nella prigionia, ove occorresse di persona).
Decise di abbracciare l’Istituto nel 1222, dedicandosi prima alla cura ed all’istruzione religiosa degli schiavi liberati e poi come questuante delle elemosine per la loro ‘redenzione’ (nome che si dava al riscatto) nella Spagna ed in Francia.
Insieme a s. Raimondo Nonnato, nel 1229 compì la prima ‘redenzione’ in Algeri, liberando 150 schiavi e sempre nel 1229 prese parte con s. Pietro Nolasco il fondatore, alla conquista delle Baleari, dove fondò i primi conventi dell’Ordine.
Ancora nel 1232 ritornò ad Algeri, sempre con s. Raimondo Nonnato, liberando altri 228 schiavi, al ritorno questi, presi dai loro vizi si ammutinarono ai due santi sacerdoti che li rimproveravano; ma una terribile tempesta placata per le preghiere dei due religiosi, li ricondusse alla normalità e a chiedere perdono.
Ma le sue avventure non erano finite, nel 1239 s. Pietro Nolasco lo mandò in Inghilterra, sua patria natia, per diffondervi l’Ordine, ma la nave fu assalita dai corsari che lo bastonarono selvaggiamente e credendolo morto fu abbandonato nudo sulla spiaggia deserta; venne soccorso e vestito da alcuni pescatori, poi raggiungendo i suoi parenti a Londra, ma anche da qui venne scacciato perché disapprovava le requisizioni dei beni della Chiesa e passò in Scozia e in Irlanda.
Nel 1240 ritornato in Spagna compì una ‘redenzione’ in Murcia di 98 schiavi e di altri 87 ad Algeri, dove rimase in ostaggio per liberare altri infelici. I Mori si irritarono per le sue predicazioni e per le conversioni operate, quindi lo legarono ad una croce di s. Andrea e infierirono selvaggiamente su di lui, con un odio da estremismo islamico cieco e fanatico; gli ruppero tutte le giunture degli arti, ne estrassero gli intestini avvolgendoli ad un argano e gli troncarono la testa.
Ridotto in pezzi, il 14 novembre 1240, compiva così il suo martirio; lui Serapio che aveva abbandonato i fasti della corte, la milizia e la gloria mondana, per seguire Cristo nella povertà, nell’umiltà e nel sacrificio.
Il culto da sempre tributatogli, fu confermato il 23 marzo 1625 da papa Urbano VIII; festa religiosa il 14 novembre, è invocato contro l’artrosi. (santiebeati.it)
SANTA AGOSTINA PIETRANTONI, VERGINE
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Di umili origini sabine, Livia assume il nome di Agostina quando diventa religiosa delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, dalle quali è inviata ad assistere i malati dell’ospedale Santo Spirito a Roma. Qui, in un ambiente ostile alla fede, viene pugnalata da un malato nel 1894. (Vaticannews.va)
Una terra... una famiglia
"C'era una volta, e ancora c'è, con volto nuovo, un villaggio chiamato Pozzaglia, nei colli della Sabina... e c'era là una casa o benedetta, nido pieno di voci infantili, tra le quali, quella di Oliva, chiamata poi Livia, che cambierà il nome domestico in quello religioso di Agostina... ".
La breve vita di Suor Agostina, che ha ispirato a Paolo VI, il Papa della sua beatificazione nel 1972, accenti di straordinaria poesia per tracciarne il percorso, prende avvio e si dipana così: " semplice, limpida, pura, amorosa... e alla fine... dolorosa e tragica... anzi... simbolica ".
27 marzo 1864. Nel piccolo paese di Pozzaglia Sabina, 800 metri di altitudine, nella bella zona geografica tra Rieti, Orvinio, Tivoli, nasce e viene battezzata Livia: seconda di 11 figli! Francesco Pietrantoni e Caterina Costantini, i genitori, piccoli agricoltori, lavorano la loro terra e qualche appezzamento in affitto. L'infanzia e la giovinezza di Livia respirano i valori della famiglia onesta, laboriosa, religiosa, e sono segnati soprattutto dalla saggezza di nonno Domenico, vera icona patriarcale nella casa benedetta, dove "tutti badavano a fare bene e si pregava spesso... ".
A quattro anni, Livia riceve il sacramento della Cresima e intorno al 1876 fa la sua prima comunione, con una consapevolezza certamente straordinaria a giudicare dalla sua vita successiva di preghiera, di generosità, di donazione. Presto impara da mamma Caterina le attenzioni e i gesti della maternità che esprime con dolcezza tra i numerosi fratellini, nella grande famiglia, dove tutti sembrano avere diritto al suo tempo e al suo aiuto. Lavora nei campi e si prende cura degli animali... Conosce perciò poco i giochi e... la scuola, eppure riesce a trarre un grande profitto dalla sua irregolare frequenza, tanto da meritare, dalle sue compagne, il titolo di " professora".
Lavoro e... fierezza
A sette anni inizia a " lavorare ", con altri bambini, trasportando a migliaia, secchi di ghiaia e sabbia per la costruzione della strada Orvinio-Poggio Moiano. A dodici, parte con le altre giovanette " stagionali " che nei mesi invernali si recano a Tivoli, per la raccolta delle olive. Livia, precocemente saggia, assume la responsabilità morale e religiosa delle giovani compagne, le sostiene nella durezza del lavoro, lontano dalla famiglia e dal paese, tiene testa con fierezza e coraggio a " caporali " prepotenti e senza scrupoli.
Vocazione e distacco
Livia è una ragazza piacevole per la saggezza, il senso dell'altro, la generosità, la bellezza... e diversi giovani, in paese, hanno gli occhi su di lei. A mamma Caterina non sfuggono gli sguardi di ammirazione e sogna una buona collocazione per la figlia. Ma Livia cosa pensa? Quale segreto custodisce? Perché non sceglie? Perché non decide? "Livia... fatta audace dalla voce che parla dentro, la vocazione, si arrende: Cristo sarà l'amore, Cristo lo Sposo... ". La sua ricerca si orienta verso una vita di sacrificio. A chi, in famiglia e nel paese, vuole distoglierla dalla sua decisione, definendola una fuga dalla fatica, Livia risponde " Voglio scegliere una congregazione dove c'è lavoro per il giorno e la notte " e tutti sono certi dell'autenticità di queste parole. Un primo viaggio a Roma, in compagnia dello zio fra Matteo, si conclude con una delusione cocente: il rifiuto di accoglierla. Qualche mese dopo però, la Superiora generale delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret, la Madre Giuseppina Bocquin, le fa sapere che l'aspetta nella Casa generalizia di Via S. Maria in Cosmedin. Livia avverte che questa volta l'addio è per sempre. Con emozione saluta i paesani, ogni angolo del villaggio, i luoghi di preghiera: la Parrocchia, la Madonna della Rifolta; abbraccia i suoi famigliari; in ginocchio riceve la benedizione di nonno Domenico, " bacia la porta della sua casa, vi traccia un segno di croce, e corre via". (Continua a leggere su Santiebeati.it)