Paolo di Tarso tra storia e contemporaneità
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Chi ha familiarità con il cristianesimo sa che l'evangelizzazione d'Europa è partita dalla Turchia, come sa anche che Paolo non è stato rappresentativo di se stesso, ma della comunità d'Antiochia che non solo lo scelse e lo inviò, ma in parte gli fece conoscere "quello che vi ho trasmesso", come scrisse lui stesso ai Corinti. Come Paolo, tanti altri annunciatori, pellegrini, commercianti, schiavi, monaci, soldati, missionari si sono mossi dall'Anatolia per evangelizzare terre lontane. Il monachesimo occidentale, benemerito della trasmissione della cultura antica e della salvaguardia del creato, ha radici cappadoci. L'intera cristianità ha pertanto un grosso debito storico verso questa terra che ha tenuto a battesimo le prime comunità cristiane. C'è di più: circa i tre quarti dei libri del Nuovo Testamento sono stati scritti per le piccole comunità dell'allora Asia Minore o sono partiti da essa. È d'obbligo, allora, considerare la Turchia un po' come il prolungamento della Terra Santa, a cui assomiglia per tanti aspetti, compreso quello di ospitare oggi un esiguo numero di cristiani.
Proprio partendo da queste considerazioni, vent'anni fa un gruppo di studiosi, spinti dall'attuale vicario apostolico dell'Anatolia, Luigi Padovese, cappuccino, allora preside dell'istituto francescano di spiritualità dell'Antonianum di Roma, decise di organizzare a Efeso e a Tarso incontri di studio - simposi - per approfondire alcune tematiche legate a due protagonisti dell'evangelizzazione della Chiesa primitiva: Paolo e Giovanni. Situazioni contingenti hanno impedito di portare avanti gli incontri su Giovanni - interessanti anche perché nel loro nome furono strappate concessioni impensabili, come poter celebrare l'eucaristia sulla tomba dell'apostolo - ma continuano quelli su Paolo, l'ultimo dei quali si è svolto recentemente a Iskenderun, dove risiede il vicario apostolico dell'Anatolia.