Nella liturgia il senso della cattolicità e dell'unità
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"La lettera apostolica di Benedetto XVI Summorum Pontificum sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970 sta facendo tornare anche alcuni non cattolici alla piena comunione con Roma. Giungono richieste in tal senso dopo che il Papa ha rinnovato la possibilità di celebrare secondo l'antico rito". Ad affermarlo è il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, che in quest'intervista al nostro giornale, dopo la pubblicazione del documento pontificio sugli Acta Apostolicae Sedis, ne chiarisce i contenuti e ne evidenzia l'importanza come strumento per conservare il tesoro della liturgia che risale a san Gregorio Magno e per un rinnovato dialogo con quanti, in ragione della riforma liturgica, si sono allontanati dalla Chiesa di Roma. La pubblicazione sugli Acta ha preceduto di qualche giorno le nomine di Benedetto XVI a vice presidente dell'Ecclesia Dei, del precedente segretario monsignor Camille Perl, e a segretario di monsignor Mario Marini, che era segretario aggiunto.
La Lettera, sotto forma di motu proprio, non si riferisce all'attuale forma normale - la forma ordinaria - della liturgia eucaristica, che è quella del Messale Romano pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due occasioni da Giovanni Paolo II; ma si riferisce all'uso della forma straordinaria, che è quella del missale romanum anteriore al Concilio, pubblicato nel 1962 con l'autorità di Giovanni XXIII. Non si tratta di due riti differenti, ma di un uso duplice dell'unico rito romano. È la forma celebrativa - spiega il porporato colombiano - "che è stata usata per più di 1.400 anni. Questo rito, che potremmo chiamare gregoriano, ha ispirato le messe di Palestrina, Mozart, Bach e Beethoven, grandi cattedrali e meravigliose opere di pittura e di scultura".
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