Figlio di tre culture Interprete della speranza
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In occasione dell'apertura dell'Anno paolino, il numero di "Luoghi dell'Infinito" in edicola con "Avvenire" da martedì 1 luglio è dedicato all'"apostolo senza frontiere". Introdotto da un editoriale di Davide Rondoni, il dossier comprende un articolo del presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura che qui anticipiamo.
Ciò che accadde, in un giorno imprecisato tra il 33 e il 35 d.C., sulla strada che dalla Galilea conduceva a Damasco è rimasto inciso nella memoria collettiva secondo una tipologia, di per sé fantasiosa, che è stata fissata in modo icastico dal Caravaggio nella sua tela di Santa Maria del Popolo a Roma: un enorme cavallo sogguarda un Paolo disarcionato e accecato. In realtà, la descrizione di quella celebre epifania (o, meglio, cristofania), offerta per ben tre volte dalla seconda opera dell'evangelista Luca, gli Atti degli Apostoli (ix, xxii; xXVI), non comprende quella scenografia equestre: "Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Sono quel Gesù che tu perseguiti!" (ix, 3-5).
Paolo, per evocare quella svolta capitale, ricorrerà nel suo epistolario solo a tre verbi, due di illuminazione ("Cristo è apparso anche a me... Dio si degnò di rivelarmi il suo Figlio") e uno di lotta ("sono stato afferrato da Cristo Gesù"). Certo è che quell'evento sarà per lui discriminante: dal persecutore Saulo, fariseo fanatico ("perseguitavo oltre ogni misura la Chiesa di Dio cercando di distruggerla"), nascerà l'apostolo Paolo, pronto a confessare che il suo stesso "vivere è Cristo". Così, la "via di Damasco" è divenuta un simbolo universale per indicare non solo una svolta esistenziale o una conversione, ma una vera e propria folgorazione che rivoluziona l'essere intero di una persona. Si pensi solo ad August Strindberg e al suo audace dramma Verso Damasco, composto tra il 1898 e il 1904: lo scrittore svedese trasforma, infatti, il simbolo paolino in una parabola del percorso della vita, sia pure con un approdo antitetico. La sua Damasco è un labirinto onirico e non certo un'illuminazione, una spirale ossessiva ove il passato non è annientato ma miscelato a brandelli col presente, ove tutto si aggroviglia e la meta non è liberatoria.