Il vescovo di Mar del Plata in difesa delle immagini religiose nei luoghi pubblici
- Details
- Hits: 1574
BUENOS AIRES, 31. Rimuovere i simboli religiosi nei luoghi pubblici della capitale argentina significa cancellare con un semplice tratto di penna tanta parte della storia e della cultura patria. E significa anche ignorare che proprio al contributo originale del cristianesimo si deve l'introduzione del concetto di laicità dello Stato. È quanto, in sintesi, afferma il vescovo di Mar del Plata, Antonio Marino, che è intervenuto nel dibattito suscitato da una recente proposta di legge che, sulla base del "diritto a non credere", vorrebbe appunto l'eliminazione dei simboli religiosi dagli spazi pubblici della città autonoma di Buenos Aires. Il progetto, presentato nel 2010 e approdato alle commissioni cultura e affari costituzionali, non è stato ancora discusso, ma ha ricevuto il sostegno di esponenti di diversi partiti. La proposta "proibisce l'installazione o l'esibizione permanente di immagini o motivi religiosi in tutti gli edifici pubblici" della capitale, con eccezione di quelli che si trovino in ospedali e cimiteri e sempre che "si trovino in uno spazio riservato e venga garantita la molteplicità di convinzioni". L'iniziativa si aggiunge a un'altra, anch'essa molto discussa, presentata nei mesi scorsi e che puntava a rimuovere la statua della Vergine di Luján, patrona dell'Argentina, che campeggia nel Salón de Pasos Perdidos del Congresso Nazionale.Numerosi sono state in questi mesi, sia da parte dei presuli che del laicato cattolico, le reazioni a questo genere di proposte caratterizzate da un marcato spirito anticlericale. L'ultimo, in ordine di tempo, è stato, appunto, l'intervento del vescovo di Mar del Plata pubblicato, venerdì 26, sul giornale "La Capital". Il presule, che non risparmia critiche al progetto di legge in questione, sostiene appunto come la rimozione dei simboli religiosi significa ignorare la storia e l'identità stessa del Paese. "Se prendiamo sul serio la proposta di sradicare i simboli religiosi dalle istituzioni civili e dagli spazi pubblici, ciò ci porterà molto lontano. L'applicazione coerente di questo principio, promosso da una minoranza, sembra presumere che l'organizzazione della società possa ignorare il proprio passato e la propria identità storica e culturale". E ciò equivarrebbe a "pretendere di fondare nuovamente la Patria su basi diverse". E per fare questo, si sottolinea, sarebbe necessario anche cambiare passaggi chiave della Carta costituzionale, laddove s'invoca Dio come la "fonte della ragione e della giustizia" e s'indica la Chiesa cattolica come una istituzione di diritto pubblico.
Inoltre, sottolinea ancora il presule con una punta d'ironia, "secondo la stessa linea argomentativa, che vede nei simboli religiosi una minaccia per la democrazia e la libertà, dovremmo quindi cambiare i nomi d'innumerevoli città, province e strade che recano il marchio cristiano e cattolico". A cominciare dalle province di Santa Fe, San Juan, Santa Cruz, e via dicendo.
Infine, il vescovo ha ricordato che, con il celebre invito evangelico a "dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio", il "cristianesimo è la forza spirituale che ha portato a distinguere, senza opporli, il campo del potere spirituale e la portata di quello politico". Infatti, se "correttamente intesa, la laicità dello Stato ha origine con la fede cristiana". Altra cosa, invece, è il "secolarismo, che cerca di escludere Dio dalla vita pubblica e di relegarlo nella sfera della coscienza e all'interno dei templi".
(©L'Osservatore Romano 1° settembre 2011)