Quei dossier Ici contro la chiesa
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di Filippo Di Giacomo in “l'Unità” del 19 dicembre 2011
Equità, come parola, nasce nella Grecia antica. È Aristotele a condurla oltre la sfera morale iniziandola al dialogo con la legge, affinché non dimenticasse mai di essere stata concepita proprio per servire la giustizia. La legge, per sua natura, è «generale», deve essere cioè uguale per tutti, e per questo deve sempre essere corretta dall’epikeia (il nome dell’equità in greco, e per il Platone di Le Definizioni «la disposizione a cedere i propri diritti e i propri interessi; moderazione nelle relazioni; ordinato atteggiamento verso il bene e verso il male») perché, spiega Aristotele, quando l’applicazione di una legge rischia di creare un’ingiustizia maggiore di quella che si determinerebbe nel caso in cui non fosse applicata, allora la norma deve adattarsi nel caso concreto alle esigenze della giustizia. Perché legge e giustizia non è detto che sempre vadano a braccetto. E quindi, spiega Aristotele nel quinto libro dell’Etica Nicomachea, «l’equo è pur giusto ma non secondo la legge, lo è a correzione e supplemento del giusto legale… questa è appunto la natura dell’equo, di integrare la legge là dove essa è insufficiente a causa del suo esprimersi in senso generale». Certo, in tempi difficili, le eccezioni diventano odiose. Ma al contempo, non si comprende perché non si sia dato ascolto alle voci che, dall’Arci (che cattolica non è) a tutta la galassia no-profit, si sono levate evidenziando come la riedizione di una gazzarra iniziata undici anni fa contro una Chiesa (indovinate quale) evasore dell’Ici (cosa peraltro facilmente dimostrabile, limitata a pochi casi controversi) significhi colpire tutto il settore no-profit, e scardinare tutte, proprie tutte le reti di solidarietà esistenti in Italia. Reti di solidarietà che, con la loro presenza, riescono a supplire alle tante incongruità di un sistema sociale appaltato alla politica e agli interessi di parte. Negli ultimi trent’anni, come annotato dagli analisti più avvertiti, le sole organizzazioni che hanno mostrato sorprendente capacità di adattamento alle imputridite circostanze strutturali della nostra economia (e della nostra politica) sono state quelle della criminalità organizzata. Come abbiamo già scritto, dal 1999 al 2009, le opere sociali sostenute dalla Chiesa sono passate da 10.938 a 21.000. In termini equitativi ciò significa che mentre infuriava la battaglia tra quel manipolo di capitalisti che hanno bloccato il nostro sistema socio-politico (ma quanto è «equo» fare soldi in Italia e scegliere una cittadinanza estera, magari Svizzera?), 10062 «centri» (cioè case, immobili) della Chiesa sono stati re-impiegati nel sociale. Questo, significa lavoro per 420.000 persone. La Chiesa in Italia possiede circa 700 fra ospedali e case di cura, e dalla fine degli anni Settanta, dall’entrata in scena delle Regioni, a livello locale la loro presenza ha consentito un welfare di tipo misto, capace cioè di mantenere, da noi, i prezzi della salute anche nel privato ai livelli più bassi della media europea. E, in un’Italia affollata da sessantacinquenni, il «mercato» della salute, nel medio termine, è un boccone che certo in tanti desiderano addentare. Ma non c’è proprio nessuno, tra i giornalisti stipendiati dalla Chiesa, capace di fare un giro di telefonate per chiedere a vescovi e superiori religiosi quanti di loro, in questi ultimi mesi, hanno ricevuto la visita della solita «persona per bene» venuta per conto di un noto gruppo di un imprenditore-editore a chiedere la vendita di questa o quell’altra opera sanitaria, situate magari nei capoluoghi di provincia? Sarà proprio un caso se il dossier «Ici della Chiesa», che circola nelle redazioni dai tempi del Giubileo, quando gli albergatori romani tentarono di contrastare l’utilizzo di pochi immobili per ospitare pellegrini poco abbienti (magari non disposti a subire il raddoppio dei prezzi in uso a Roma in concomitanza dei grandi eventi ecclesiali) ha avuto nuova vita solo dopo che, scoppiato il bubbone San Raffaele, in Vaticano si è deciso che la sanità cattolica non è in svendita? La Chiesa cattolica è sopravvissuta a tante spoliazioni ed è probabile che sopravvivrà anche a questa tanto desiderata dal buon salotto romano, quello che guarda al sociale (salute compresa) come ad un mercato di cui disporre liberamente, utilizzando quel sistema con cui ha azzerato prima l’industria pubblica italiana e poi quella privata. Dunque equità vorrebbe, che almeno in questo caso, siano loro, i manipolatori dell’opinione pubblica, a rientrare nel caso concreto, tra virgolette. Cioè in quell’Italia che usa la fantasia morale per far sopravvivere il meglio che riesce a realizzare. Ogni giorno, senza l’appoggio della stampa e senza concepire affari sempre a danno dei soliti poveri.
© www.unita.it - 19 dicembre 2011