Milioni di persone costrette all’invisibilità
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ROMA, 15. «In città, invisibili. Colloquio sulle migrazioni» è il titolo, particolarmente significativo, del convegno organizzato giovedì pomeriggio dal Centro Astalli nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, a Roma, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno). Le statistiche delle Nazioni Unite mostrano che, in tutto il mondo, la maggior parte dei rifugiati vive nei centri urbani: da Roma a Bangkok, da Bogotá a Nairobi. Non è mai una vita facile: nelle città i rifugiati pensano di trovare maggiori opportunità, ma più spesso conoscono soprattutto isolamento, solitudine, mancato accesso ai servizi, insicurezza, marginalizzazione. La Giornata mondiale del rifugiato 2012 vuole far riflettere sulle difficili scelte che un rifugiato è spesso costretto a fare nel corso della propria vita alla ricerca di protezione. «Partendo dalla Libia sono arrivata in Italia nell’estate del 2004, su uno dei tanti barconi. Non sapevo — racconta Mihret, una giovane donna eritrea che vive a Roma — di avere il diritto di chiedere protezione. Durante la traversata mi ero messa d’accordo con alcuni connazionali per raggiungere Roma. Giunta alla stazione Termini in treno sono rimasta fuori davanti ai binari, senza sapere cosa fare. Non mi reggevo per la stanchezza e un bambino in braccio. La stazione è diventata la mia casa per un po’, finché un ragazzo eritreo non mi ha vista dormire su una panchina stretta a mio figlio e mi ha accompagnata in questura per chiedere l’asilo p olitico». In Italia i percorsi sono complicati dalla diversificazione dei sistemi di accoglienza che, privi di standard uniformi, finiscono per mostrare le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano. Questo ha alimentato, negli anni, il fenomeno delle occupazioni abusive: centinaia di persone alle quali è riconosciuta protezione internazionale finiscono a vivere in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il tessuto sociale, in condizioni di grave precarietà e insicurezza. Migliaia di persone — si legge in un rapporto di ricerca promosso da Crs-Caritas di Roma, Associazione Centro Stalli, Solidarietà Caritas onlus di Firenze e Fondazione Caritas Ambrosiana di Milano — sono costrette a vivere in vere e proprie isole di emarginazione, spesso a pochi metri da stazioni e centri commerciali convinte di non avere alternativa. Se pur con livelli di gravità diversi, in tutti questi insediamenti le condizioni abitative sono abbondantemente al di sotto di ogni standard minimo accettabile in relazione alla salute e alla sicurezza. Secondo lo studio, la situazione più problematica è quella di Roma, dove si stima che negli insediamenti spontanei vivano complessivamente 1.200- 1.500 persone. «Purtroppo non fu affatto semplice, anzi all’inizio fu un incubo — racconta Mary giunta a Roma dall’Eritrea insieme alla famiglia — dormimmo per otto notti con le bimbe nei giardini antistanti la basilica di San Giovanni in Laterano. Nessuno si avvicinò per chiederci se avevamo bisogno di aiuto. Era tutto così spaventosamente caotico». Il primo problema dei rifugiati che vivono nei centri urbani è l’invisibilità. Anche quando viene loro riconosciuta la protezione internazionale, queste persone hanno difficoltà a vederla declinata in diritti sociali concreti. Proprio ai più vulnerabili, le vittime di tortura e di violenza intenzionale, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale. L’associazione Centro Astalli è la sede italiana del Jesuit Refugee Servic, il servizio creato verso la fine degli anni Ottanta per coordinare il lavoro dei gesuiti e presente in diversi Paesi. La struttura offre sostegno a coloro che, a causa di persecuzioni, guerre e violazioni dei diritti umani, sono costretti a emigrare per mettere in salvo la propria vita.© Osservatore Romano - 16 giugno 2012