La Fedeli che bluffa sul titolo di studio è solo la punta d’iceberg di un quadro degno di Dalí: è lo schiaffo in faccia all’indolenza popolaredi Davide Vairani
Matterella ha scelto: Paolo Gentiloni incaricato di fare il nuovo governo. Lo schiaffo sonoro del referendum al PdR (come lo chiama da tempo Ilvo Diamanti, Partito democratico di Renzi) ha scompaginato totalmente le agende e le strategie dei partiti.
Il Presidente della Repubblica ha chiuso in fretta e furia il giro delle consultazioni perché il Paese abbia un governo. Il problema serio in questo momento non è però chi guiderà e che cosa farà e nemmeno per quanto tempo resterà in carica. Il problema serio risponde a due domande: quale alternativa ci aspetta? Possiamo pensare solo di attendere e non fare nulla? Ci sono tre fatti che mi hanno colpito e che rendono bene – a mio avviso – la situazione surreale che stiamo vivendo in questi giorni. Il primo è l’immagine della Direzione Nazionale del Partito Democratico dell’altro giorno. Da una parte un Renzi che non dice nulla, dall’altra i dirigenti del partito zittiti dalla presidenza Orfni. Una sorta di titoli di coda di un flm appena terminato. Titoli di coda che scorrono senza che nessuno se ne accorga. Renzi snocciola quante cose belle e buone ha fatto il suo governo, il popolo è sovrano e quindi viva l’Italia e se ne va a rassegnare le dimissioni al Colle. Nessun commento, nessuna minima analisi della sconftta pesante. Nulla. Esattamente come successe l’indomani della scoppola delle regionali e delle ultime amministrative. Niente analisi, nessuna mea culpa. Nulla di nulla. Come se non fosse successo. Il secondo è una notizia che riporta “Il Giornale” (“Ncd, prima dei saluti arrivano gli incarichi per amici e parenti”) nei giorni scorsi. Tempi duri per Angelino Alfano. “Con il passo indietro del Governo guidato da Matteo Renzi, a seguito della batosta referendaria, anche la stampella Ncd scricchiola pericolosamente davanti a un futuro pieno di incognite – scrive Stefano Sansonetti -. Al punto che il ministro dell’Interno è stato tra i primi a invocare elezioni immediate per cercare di salvare quel perimetro di potere e poltrone i cui confni adesso rischiano di farsi più fragili. E quando si tratta di scranni e strapuntini da occupare, non appena se ne presentano i margini, la sensibilità del Nuovo Centrodestra è sempre massima. Difcile spiegare altrimenti l’ultimo regalino confezionato ad amici e fedelissimi alla vigilia della consultazione, quando forse l’aria da fne impero già non faceva più dormire sonni tranquilli. Si dà infatti il caso che la portavoce del partito di Alfano, ovvero Valentina Castaldini, abbia incassato un incarico da consigliere del ministro per gli affari regionali Enrico Costa, altro Ncd molto vicino al titolare del Viminale, assurto al rango ministeriale nel rimpastino di Governo del gennaio scorso. Il compenso per questo incarico dell’ultima ora a benefcio della Castaldini è di 30 mila euro, anche se dalla griglia delle collaborazioni non emergono indicazioni relative all’oggetto. Contattata sul punto da il Giornale, la portavoce dell’Ncd conferma che il rapporto è nato di recente, a ottobre, e aggiunge che «riguarda ciò di cui mi occupo da sempre, e cioè la famiglia». Parliamo di una delle deleghe assegnate a Costa. In particolare lei è stata chiamata a svolgere «un lavoro di raccordo tra tutte le politiche per la famiglia adottate dai vari comuni». Di sicuro la Castaldini adesso avrà la possibilità di cumulare il compenso di questo incarico con lo stipendio da portavoce del partito di Alfano. Anche se lei si affretta a precisare che mentre i 30 mila euro della collaborazione per Costa sono soldi pubblici, quelli percepiti dal Nuovo Centrodestra non sono tali, «perché noi siamo nati dopo l’abolizione del fnanziamento pubblico». Qui però conta il fatto che le sia stato trovato un altro incarico proprio in zona Cesarini, in un ministero non proprio strategico. Ma la Castaldini può stare tranquilla, perché non è la sola. Sempre in tempi recenti Alfano aveva riattivato presso la sua segreteria al Viminale una consulenza da 41.600 euro a benefcio del fedelissimo Ivan Paci, subito dopo che quest’ultimo era stato trombato alle elezioni per diventare sindaco di Canicattì (Agrigento). Un’altra consulenza al ministero dell’Interno, stavolta per 65mila euro, era stata nello stesso periodo concessa a Mauro Patti, ingegnere nato ad Agrigento, incidentalmente testimone di nozze del ministro. La cui cognata, Flavia Montana, più indietro nel tempo era stata assunta al gruppo Ncd della Camera come responsabile comunicazione web e social media. Parliamo di quella Flavia Montana che è la consorte di Alessandro Alfano, fratello del ministro e dirigente delle Poste in Sicilia”. Il terzo è l’analisi del voto che ha fatto il “Sole 24 ore”, il giornale della Confndustria. “I sogni non si devono avverare di Anna Zafesova, 06 Dicembre 2016). “Oggi tutti dicono che Renzi, e tutti noi, non abbiamo ascoltato la pancia, non abbiamo capito il popolo e la sua rabbia. Non raccontiamoci frottole. Noi il popolo lo conosciamo. Anche noi siamo il popolo. Chi pensa che per far parte del popolo bisogna essere ignoranti e poveri, offende il popolo. Noi la pancia la conosciamo, la vediamo ogni giorno, la sentiamo brontolare. Non abbiamo bisogno di corsi accelerati per scoprire come vive, cosa vuole e quanto è incazzata. E non diciamo che chi non è d’accordo con noi ha delle ragioni che vanno rispettate. Se alla pancia si chiede se le piace il modo in cui viene riempita, risponderà sempre no. E se a qualcuno piace sentirsi pancia, deve ricordarsi dove si trova il suo sbocco. Non raccontiamoci la storia che la linea divisoria passa tra un’élite che si è chiusa nella torre d’avorio e il popolo, lasciamo queste terminologie da marxismo per gli asili. La linea divisoria passa tra chi vuole cambiare e chi stava bene quando stava peggio. Tra chi si guadagna da vivere e chi campa di rendita, e sa che potrà contare su qualche appartamentino o villetta ereditato dai genitori. Tra chi parla inglese non per fnta e chi si esprime in dialetto. Tra chi preferisce fare il fgo in provincia invece che competere nella metropoli. Tra chi vuole modernizzarsi – il che non signifca necessariamente vivere più tranquilli e protetti di prima – e chi chiede i posti fssi, chi vuole le protezioni dei piccoli politici locali, chi vuole chiudere la domenica, chi sostiene che il liceo classico italiano sia la migliore scuola del mondo, chi ha paura di non essere più competitivo. La differenza è tra chi vuole il mondo ‘liquido’, globalizzato, multi culturale, multietnico, multisessuale, multi tutto, razionale e non del cuore, con ciascuno che si sceglie l’identità che vuole e risponde per se stesso. E chi non ci vuole stare. Abbiamo sbagliato in una sola cosa: a trattarli come dei bambini e non dire loro la verità. E cioè che Babbo Natale non esiste. Dal treno della globalizzazione non si può scendere. Le leggi dell’economia sono inesorabili quanto quelle della fsica, e non sono imposte dalla Goldman Sachs, dalla Merkel e dalla dittatura dei mercati. Chi dice ‘no’ non tornerà indietro nell’Italia della lira, della scala mobile, del sindacato, del BOT alle stelle, dei mercati protetti dalla concorrenza da ordini e corporazioni, delle baby pensioni, senza immigrati e disoccupati. Il ‘No’ non fa che rendere più pesanti le condizioni del cambiamento, come è stato per l’’ohi’ greco. Con il ‘Sì’ e tutto quello che signifcava avremmo potuto aiutare quelli rimasti indietro a traghettarsi, a coinvolgerli. Il paragone con Brexit e Trump regge fno a un certo punto. I giovani inglesi hanno votato Remain, i giovani americani hanno votato Hillary, i giovani italiani rimasti in Italia hanno votato ‘No’. A 15 anni parlano della pensione, vivono con i genitori fno ai 40 anni, fanno errori di ortografa dopo due lauree. E non diciamo che vivono peggio dei loro genitori, hanno viaggiato, studiato, ballato e fatto l’amore molto più di loro, che dovevano anche lavorare. Gli altri giovani italiani hanno votato con i piedi. Ed è un’altra legge della natura inesorabile. Il voto all’estero, il ‘Sì’ soverchiante, lo dimostra. Quando tutti i rompiscatole se ne saranno andati arriveranno i cinesi. O i coreani, i russi, gli indiani, o qualche altro extracomunitario che nel frattempo si sarà dato una mossa. E compreranno l’Italia. Chi non voleva riformarsi da solo, o sotto la spinta della troika, lo farà sotto la frusta degli asiatici, che non terranno referendum. Chi oggi vota ‘No’ perché ha paura che le loro fglie verranno molestate dai musulmani domani dovrà farsi piacere dei rampanti generi cinesi. Perché sì, non è buonista dirlo, ma il mondo si divide in falliti e riusciti. E il fallimento e il successo si misurano anche da quanti stranieri vogliono vivere, lavorare, studiare, investire e sposarsi – e non solo passare le vacanze – in un posto. In Italia non ci sarà mai più un politico che promuoverà le riforme, perché saprà che fnirà fucilato da un fuoco incrociato. Questo non signifca che l’Italia non cambierà. Ma il suo cambiamento sarà molto più doloroso, e lascerà sul terreno molte più vittime. E non si potrà accusare nessuno, perché ora sappiamo fnalmente chi è stato”. Ecco. Questi tre fatti messi insieme ci dicono – essenzialmente – una cosa: da oggi in avanti la politica non potrà più permettersi l’arroganza di guardarsi la propria pancia, i propri interessi, il puro meccanismo della costruzione del Potere fne a se stesso. Eppure – ne sono certo – continuerà a fare esattamente come ha fatto sin’ora. Continuerà a cercare la santa alleanza con i poteri forti (a partire da Confndustria che si permette di deridere gli italiani del NO) e continuerà a perdere di vista la realtà del Paese. In tutto questo chi ci guadagnerà? Il populismo vuoto di Grillo e dei suoi Pentastellati che – non per caso – stanno spingendo perché si vata a votare il più presto possibile, con qualsiasi tipo di legge elettorale. Come scrive Angelo Panebianco sul Corsera di ieri (“I futuri convertiti ai Cinque Stelle”), “è facile scommettere sul fatto che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi i benefciari del bandwagoning saranno i Cinque Stelle. Si capisce perché: è il partito che al momento gode di migliore salute rispetto a tutti gli altri. Il Pd del post-referendum è in una crisi dalla quale non uscirà facilmente. Anche perché coloro che in quel partito hanno ora vinto, coloro che hanno realizzato il regicidio, hanno fnalmente abbattuto il tiranno, l’usurpatore, rappresentano quanto di più vecchio (culturalmente parlando) esista nella politica italiana. È difcile che possano avere un futuro. Non era stato proprio Marx, del resto, a dire che la prima volta è tragedia e la seconda è farsa?”. E facendo un parallelismo con la situazione del 1993 con la discesa in campo di Berlusconi in politica, aggiunge: “Consiglio di osservare con attenzione le future ‘conversioni’ ai Cinque Stelle. Assisteremo sicuramente a indimenticabili scenette comiche. Tra le due situazioni, del 1993 e di oggi, ci sono molte differenze. A cominciare da quelle che intercorrono fra i presunti (molto presunti) vincitori del momento. Il Pds era un partito strutturato, socialmente insediato, con una organizzazione ancora imponente. Aveva una testa (un gruppo dirigente) ma anche un corpo solido e pesante. I Cinque Stelle hanno una testa ma non un corpo. Sono un partito allo stato gassoso, una organizzazione di tipo nuovo, fglia del Web. Il che rende molto più precario e fragile il ‘carro’ (del vincitore previsto) su cui ci si affanna a salire”. Sarà così. Ma non possiamo fare fnta di non sapere che i Grillini non sono altro che la stessa faccia della medaglia di quanto abbiamo visto nell’ultimo governo sui temi e i valori cosiddetti non negoziabili: sono a favore delle unioni civili, dell’utero in aftto, vogliono persino abolire l’ora di religione nelle scuole, sono sostanzialmente anticlericali, laicisti e persino incapaci di governare. Siamo condannati ad un futuro peggiore del presente? Non lasciamoci prendere dalla sindrome del popolo ebraico durante l’esodo che a Mosè gridava di tornare schiavi in Egitto perché almeno là si poteva mangiare. Io personalmente non ho voglia di andare a votare turandomi ancora una volta il naso. Lo chiedo per l’ennesima volta da queste colonne: prendete tutti insieme per mano il popolo del Family Day e guidatelo ancora una volta insieme. Dentro la politica stavolta. Non più fuori. Perché stare fuori dalla politica o – peggio ancora – andare a pietire attenzioni a questo o a qual politico non serve a nulla. Occorre uno scatto di coraggio. Anche temerario. Anche folle: costruire insieme un nuovo partito di chiara ispirazione cristiana. Il Popolo Della Famiglia c’è. È lì: attende solo che la classe dirigente della cultura, del mondo prolife, dell’associazionismo cattolico, dei tanti che non si sentono rappresentati da nessuno decida di metterci la faccia.
© http://www.lacrocequotidiano.it - 14 dicembre 2016
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