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the danish girldi Mirko De Carli

Non accenna a placarsi la polemica nata a seguito dell’inserimento nella programmazione del cinema Antoniano di Bologna di ”The Danish girl”, film drammatico del regista Tom Hooper , uscito in Gran Bretagna nel 2015, con Eddie Redmayne nei panni di Lili Elbe, una delle prime persone ad essere identificata come transessuale e la prima ad essersi sottoposta ad un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale, che però gli fu fatale, e Alicia Vikander nei panni di Gerda Wegener, che in virtù di questa interpretazione si è vista assegnare il premio Oscar come miglior attrice non protagonista.

Un film che, ricordiamolo è stato premiato anche alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 2015 col Queer Lion Award ( o Leone Gay) assegnato al miglior film con tematiche omosessuali & queer culture con la motivazione: “Per la rappresentazione semplice ed onesta dell’identità gender all’interno di un matrimonio”.

Da segnalare anche che negli Stati Uniti il sito Filmrating.com lo ha classificato con una R, che si assegna ai film vietati ai minori di 17 anni, data in cui negli Usa viene raggiunta legalmente la maggiore età. La motivazione data dall’organismo di classificazione, nato per dare alle famiglie un criterio orientativo sulle pellicole per bambini e famiglie, è la seguente: Rated R for some sexuality and full nudity. Tradotto: “Nudità completa e scene con tematiche sessuali”.

La storia si svolge Copenaghen, ai primi del Novecento. Un pomeriggio, una modella non può presentarsi al lavoro e allora la pittrice Gerda chiede al marito, il pittore Einar Wegener, di prenderne il posto, indossando calze e scarpe da donna. E’ un gioco, una scommessa che Einar accetta fino ad assumere l’identità di una donna fittizia di nome Lili Elbe.
E’ l’inizio di un percorso che condurrà Einar verso la decisione di cambiare sesso mettendo duramente alla prova i sentimenti di Gerda e la solidità del loro matrimonio. Il tutto succede per caso e poi, invece, quello che sembra un gioco, cresce fino a diventare un’attrazione sempre più pressante e difficile da reprimere.
I due artisti, marito e moglie, cercano di capire cosa stia succedendo e si arrendono solo di fronte alla evidenza di una impossibile marcia indietro.

Sorprende che questo film sia stato proposto (e addirittura consigliato, come si legge nel sito) dai Frati minori dell’Antoniano di Bologna a un pubblico composto per lo più da famiglie che frequentano la parrocchia e che addirittura sia stato messo in programmazione nei giorni immediatamente successivi alla Pasqua; un film che è in contrasto con quell’antropologia cristiana che una sala gestita da un ente religioso dovrebbe promuovere.

Alle prime critiche mosse contro questa scelta, i curatori del cartellone si sono giustificati rimandando al giudizio della Commissione Nazionale di Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana dove si legge ” Opera di livello notevole che fa dell’arte un veicolo di bellezza e consuma su se stessa la scommessa di una identità che chiede solo attenzione e giustizia. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.”

Al di là di tutto quindi il film si presenta come un vero e proprio manifesto della transessualità e non meraviglia che in questo tempo di martellante promozione del genere fluido, del dibattito sulle unioni civili gay e sulla adozione concessa alle coppie omogenitoriali, esso abbia trovato successo non tanto al botteghino quanto in termini di spazio sui giornali e nelle mostre cinematografiche dove è stato candidato a molti premi.

Ci domandiamo quindi che senso abbia averlo suggerito a un pubblico di famiglie e soprattutto ci chiediamo quando, come e da chi verrà utilizzato per un dibattito come suggerito dalla commissione della Cei.

Per questo il nostro impegno non è volto a censurare nulla ma a dare un giudizio capace di dettagliare per filo e per segno le ragioni che sottendono una simile scelta. Per quanto ci riguarda il richiamo al giudizio della Commissione Nazionale di Valutazione Film della CEI può essere un valido riferimento ma non è sufficiente. Occorre comprendere ora, dopo che l’Antoniano di Bologna ha rimandato alle indicazioni della CEI, che cosa ha spinto la conferenza dei vescovi italiani a definire ‘Danish Girl’ un film, dal punto di vista pastorale, ‘consigliabile, problematico e adatto per i bambini’.

A noi del Popolo della Famiglia quando le questioni non ci sono chiare domandiamo e apriamo dibattiti: non per un bigottismo clericale fine a se stesso ma perché amiamo la ragione quanto la nostra fede. E per questo siamo in lotta per difenderla da una mondanità che la violenta ogni giorno.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 5 aprile 2016

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