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john-lennondi MARCELLO FILOTEI
La maggior parte delle volte le rivoluzioni finiscono in dittature. E queste sono cose serie. Nell'arte succede la stessa cosa quando le innovazioni si rivelano o diventano conformismo. Queste pure monteverdisarebbero cose serie, ma spesso vengono sottovalutate da quanti suppongono che l'arte sia cosa diversa dalla vita. In musica, in particolare, si contano migliaia di supposti ribelli costruiti a tavolino dai più feroci conservatori. Quali sono gli artisti che veramente sono stati in grado di dire qualcosa di originale prova a spiegarcelo un manualetto pungente messo a punto da due ex ragazzi ancora terribili. Guida ai musicisti che rompono. Da Beethoven a Lady Gaga (Torino, Giudizio Universale, 2011, pagine 157, euro 15) di Massimo Balducci e Federico Capitoni, sessantasette anni in due, è un excursus brillante e senza sconti tra i nomi che hanno cambiato qualcosa nella storia della musica, o che hanno fatto e fanno finta di farlo. L'aspetto più interessante è l'atteggiamento degli autori che pretendono dagli artisti prima di tutto lealtà intellettuale. E allora è quasi scontato che proprio Beethoven, "il più grande trasformatore in musica dell'infelicità", prenda in pagella tre soli rossi ("alla grande" anche se non il "perfetto" dei quattro soli), soprattutto per essere stato "il primo compositore veramente libero, che scrive come un intellettuale al servizio della civiltà, senza ricevere compiti da nobili". Quattro ombrelli ("si salvi chi può") invece per Lady Gaga, giudicata più che una musicista un fenomeno che si interpreta meglio se si tiene conto non "dei mediocri dischi rilasciati sino ad oggi", ma delle "brillanti strategie economiche che mette in atto". Tre ombrelli ("terrificante") pure a Mina della quale viene contestato il "ritiro fasullo", anche se le viene riconosciuto che "oggi ci vorrebbe la Mina degli esordi: brava, divertita, sbarazzina; con delle brutte canzoni, ma cantate bene, con personalità". Quattro soli, finalmente, al "più grande autore di canzoni della storia": Claudio Monteverdi, classe 1567: più rivoluzionario lui con la viola da gamba a Mantova che John Lennon (un ombrello, "anche no") sul letto con la chitarra che grida di volere la pace: soppravvalutato come artista e come personaggio pubblico. Monteverdi, l'innovatore vero, "assume su di sé un carico di responsabilità che nessun altro nella storia della musica ha mai avuto. È anzitutto l'artefice ufficiale del definitivo spostamento della disciplina musicale dal contesto scientifico a quello puramente artistico". Certo, ammettono gli autori, "almeno un problema lo ha creato: restituendo in maniera così forte un ruolo primario alla parola, non ha permesso una completa liberazione alla musica, la quale per essere cultura ancora oggi deve essere accompagnata alla parola: parola che la spieghi, che la racconti, che la semantizzi". La musica è cultura: idee da ragazzacci.

(©L'Osservatore Romano 10 luglio 2011)