Fin dal 1987, attraverso il pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede — Donum vitae — la Chiesa si era pronunciata contro ogni forma di fecondazione extracorporea, omologa ed eterologa. Quel documento si faceva, e si fa, interprete anche di molte annotazioni filosofiche, e antropologiche, che individuavano nelle tecniche riproduttive, al di là delle buone intenzioni degli aspiranti genitori, un vero e proprio stravolgimento della generazione umana. Di quelle riflessioni c’è ancora memoria?
Non tutte le tecniche si equivalgono, e non si può negare la differenza accentuata che distingue l’omologa dall’eterologa, e questa dalla maternità surrogata: ma tutte espongono la procreazione umana a una metamorfosi perché delegano l’atto della generazione alla medicina. La cronaca chiarisce più delle argomentazioni. Lo “scambio” degli embrioni, scoperto lo scorso aprile in un ospedale romano, ha trasformato una fecondazione omologa in un’involontaria maternità surrogata. Situazione tragica: due donne vivono la loro maternità portando in grembo l’una i figli dell’altra, ma purtroppo solo in un caso la gravidanza continua, mentre nell’altro si interrompe. Così nessuna delle due donne vive pienamente il processo della propria maternità: la prima, perché nella gioia della gravidanza non può dimenticare che i suoi embrioni sono morti e che i gemelli che porta in grembo non sono realmente figli suoi; l’altra, perché la sua gravidanza si è interrotta e non può ignorare che i suoi gemelli, tanto desiderati, sono in un altro grembo. Chi è la madre e che cosa vuol dire essere madre? Quanti significati di maternità dobbiamo inventare, a motivo delle tecniche che frammentano il processo della generazione umana? Per quante variazioni si diano, il significato originario, quello che è il fondamento e il punto di riferimento di tutti gli altri (i filosofi lo chiamano l’analogato principale), si radica nella maternità che oggi definiamo biologica, ma che è semplicemente la maternità in quanto tale. Certo è evidente che per essere una buona madre e un buon padre bisogna poi prendersi cura, amare e crescere un figlio e che questi gesti sono compiuti con generosa e meritoria disponibilità anche da chi non ha generato, ma ha adottato un bambino. Tuttavia questo non deve farci dimenticare che il significato educativo, formativo, affettivo di maternità e paternità sono e debbono essere l’espressione della responsabilità che ci si assume quando, con la fecondazione, si consegna al proprio figlio, attraverso il proprio patrimonio genetico, parte della propria storia e della propria carnale identità. Nella concreta trasmissione della vita, che mescola e unifica ciò che è separato e distinto, si radica quell’implicita promessa del «mi prenderò cura di te» che continua la generazione del corpo nei tempi dell’affetto, della crescita, della formazione del figlio. Frammentare le fasi della generazione con la tecnica significa certamente aprire la porta a trasformazioni difficilmente controllabili. Ma se una coppia non può avere figli, perché impedirle di usare il materiale biologico di altre persone? In fondo, si dice, se un uomo e una donna si amano, che cosa importa da dove viene lo spermatozoo o l’ovocita con cui si genera l’embrione? Basta che un figlio sia intensamente desiderato e perciò amato. Non contano la genetica, la tecnica, il corpo: i valori sono altri, riguardano lo spirito, il legame e la complicità della coppia in questa decisione. Lo si dice, ma non lo si può del tutto pensare senza ingannarsi. Il corpo è così importante che la donna vuole sentire crescere dentro di sé, nel proprio grembo, il figlio che desidera: e per questo è disposta a far generare un embrione ricorrendo all’ovocita o agli spermatozoi di una persona estranea. Non si potrà certo avere l’esclusiva del materiale biologico che si sceglierà dal laboratorio specializzato che siamo soliti chiamare “banca dei gameti”: si potrà al più tentare di ricorrere a donatori che non siano totalmente dissimili nei loro caratteri ereditari a quelli dei futuri genitori. Perché il corpo e la genetica contano e ognuno di loro sa che il bambino che nascerà porterà in sé i tratti genetici del donatore X. Per quanto marito e moglie decidano insieme di fare questo passo, lei sa che diventerà madre grazie a Xe lo sa anche lui, e non è così semplice riconciliarsi con l’idea, simbolica e reale, di aver accettato una sostituzione che non perde il suo fardello originario. Tutto ciò lo saprà un giorno anche il loro bambino e a quella Xtornerà il suo pensiero quando rifletterà sulla propria identità, perché, piaccia o no, nel proprio corpo, nella propria salute o malattia, si profila l’ombra di un estraneo. Non c’è bisogno di vedere il reality americano, trasmesso anche in Italia, dal titolo Generation Cryo, per comprendere gli interrogativi e le ansie di quei figli che inseguono la loro identità andando alla ricerca dell'anonimo genitore e alla scoperta dei “fratelli per caso” nati grazie agli spermatozoi dello stesso “d o n a t o re ”: un estraneo, identificabile con il numero di una provetta, indifferente alla loro sorte, ignaro della loro esistenza, persino preoccupato di essere coinvolto in legami che non intende certo riconoscere, a cui peraltro debbono pur sempre la loro vita. Questo disagio esistenziale dei figli è analogo a quello che sorge quando un bambino scopre di essere stato adottato: ma in questo caso egli non ha proprio nulla da rimproverare ai propri genitori adottivi, perché, a differenza di quanto capita nell’eterologa, non sono loro la causa della sua situazione: ne sono il generoso rimedio e per questo è facile la riconciliazione e la pienezza della vita familiare. E dovremmo chiederci perché uno Stato normalizzi e legalizzi tutto questo, permettendo a un uomo o una donna di mettere a disposizione spermatozoi e ovociti sapendo che da quel loro cosiddetto “dono” nasceranno figli di cui non si prenderanno mai cura, nemmeno qualora fossero in stato di necessità. E come sottovalutare il fatto che per usare ovociti femminili si devono sottoporre le cosiddette donatrici a una procedura invasiva, che strumentalizza il corpo femminile? Nessuno può e deve sottovalutare o minimizzare il valore del desiderio di maternità e paternità di chi incontra nel corpo ostacoli sormontabili alla generazione. Ma il desiderio, nemmeno quello delle coppie fertili, istituisce un diritto al figlio: i figli — cioè ogni uomo che viene al mondo — non sono oggetti o merci su cui accampare pretese. Tutelare i diritti dei figli significa sempre tutelare i diritti dell’uomo. Piuttosto dobbiamo riflettere sulle due facce che ha ogni ostacolo che il desiderio incontra: da una parte non dipende dalla volontà — lo si trova — ma dall’altra è posto dal desiderio stesso quando diventa progetto di vita. Infatti, qualora si modificassero il progetto e il desiderio, l’ostacolo cesserebbe di apparire nella sfera dell’esistenza. Resterebbe là, opaco, ma fuori dal desiderio. Chi accetta quei limiti che non possono essere superati senza creare danni ad altri, li depotenzia, perché si riconcilia con se stesso. Ma chi non lo fa passa dal desiderio all’ossessione e diventa prigioniero dei propri limiti. Così, anche se non appare alla luce della ragione, perché occcultata dalla forza della volontà, la generazione esogamica genera nell’inganno. Ci si inganna pensando di aver vinto degli ostacoli che invece permangono; si inganna il bambino, che forse faticherà a credere nella potenza dell’a m o re quando saprà di essere stato un modo per soddisfare il desiderio altrui; e si inganna il desiderio, che però resta sullo sfondo, ad ammonire della presenza dell’ostacolo. Dagli inganni si può e si deve uscire, e a volte i divieti servono proprio a questo: altre volte i divieti stessi alimentano il desiderio e la sua insoddisfazione, che diventano, appunto, ossessione. Certo, ci si deve augurare che chi ha generato nell’inganno riscatti il suo desiderio con una nuova dedizione e doni al figlio gli strumenti per una crescita equilibrata, capace di fornirgli una gioia esistenziale che lo faccia sentire l’ospite amato che non ha bisogno di cercare altrove identità e sicurezza: semplicemente un figlio, al di là del sociale e del naturale. Ma perché mettersi in una strada simile, moralmente sbagliata, socialmente destabilizzante, quando possiamo evitarlo, e potremmo ricorrere all’adozione?
© Osservatore Romano - 23 agosto 2014