La terza e ultima predica di Avvento
Se san Francesco d’Assisi suggerisce che ciascuno «è madre di Cristo» e «lo concepisce quando lo ama e lo dà alla luce quando compie opere sante», san Bonaventura propone di vivere, nella propria esistenza, «le cinque feste di Gesù Bambino: il concepimento, la nascita, la circoncisione, l’epifania e la presentazione al tempio». È andato dritto al cuore del Natale padre Raniero Cantalamessa nella terza e ultima predica di Avvento tenuta venerdì mattina, 20 dicembre, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, alla presenza di Papa Francesco.

Indicando «le prime due feste, il concepimento e la nascita di Gesù», il predicatore della Casa Pontificia ha fatto presente che «il proposito di vita nuova deve tradursi, senza indugio, in qualcosa di concreto, in un cambiamento, possibilmente anche esterno e visibile, nella nostra vita e nelle nostre abitudini. Se il proposito non è messo in atto, Gesù è concepito, ma non è partorito. È uno dei tanti aborti spirituali. Non si celebrerà mai “la seconda festa” di Gesù Bambino che è il Natale! È uno dei tanti rinvii, di cui è forse stata punteggiata la nostra vita e che sono una delle ragioni principali per cui così pochi si fanno santi».
«Se decidi di cambiare stile di vita e di entrare a far parte di quella categoria di poveri ed umili che, come Maria, cercano solo di trovare grazia presso Dio, senza curarsi di piacere agli uomini — ha affermato il religioso — allora devi armarti di coraggio, perché ce ne sarà bisogno». Infatti, ha aggiunto, «dovrai affrontare due tipi di tentazione. Ti si presenteranno dapprima, come dice san Bonaventura, gli uomini carnali del tuo ambiente a dirti che “è troppo arduo ciò che intraprendi; non ce la farai mai, ti mancheranno le forze, ne andrà di mezzo la tua salute; queste cose non si addicono al tuo stato, comprometti il tuo buon nome e la dignità della tua carica”».
Ma, ha proseguito padre Cantalamessa, «superato questo ostacolo, si presenteranno altri che hanno fama di essere e, forse, sono anche di fatto, persone pie, religiose, ma che non credono veramente nella potenza di Dio e del suo Spirito. Queste ti diranno che, se cominci a vivere dando tanto spazio alla preghiera, evitando le chiacchiere inutili, facendo opere di carità, sarai ritenuto presto un santo, un uomo devoto, spirituale, e poiché tu sai benissimo di non esserlo ancora, finirai per ingannare la gente ed essere un ipocrita, attirando su di te l’ira di Dio che scruta i cuori». E «a tutte queste tentazioni — ha insistito il predicatore — bisogna rispondere con fede».
Con le tre meditazioni di Avvento, ha affermato, «abbiamo cercato di prepararci al Natale sotto la guida della Madre di Dio», attraverso le meditazioni sull’Annunciazione, il Magnificat e del mistero della Visitazione. E in fin dei conti «non ci resta che unirci a Maria nella contemplazione silenziosa ed estasiata del Dio fatto uomo per noi». In particolare, padre Cantalamessa ha invitato a concentrarsi «sull’applicazione del titolo Madre di Dio che ci riguarda anche singolarmente. Come ci dice Gesù che si diventa sua madre? Attraverso due operazioni: ascoltando la Parola e mettendola in pratica. Ripensiamo, per capire, a come divenne madre Maria: concependo Gesù e partorendolo».
«Vi sono due maternità incomplete o due tipi di “interruzione di maternità”» ha spiegato. «Una — ha detto — è quella, antica e nota, dell’aborto. Essa avviene quando si concepisce una vita, ma non si partorisce, perché, nel frattempo, o per cause naturali o per il peccato degli uomini, il feto è morto. Fino a poco fa, questo era l’unico caso che si conosceva di maternità incompleta. Oggi se ne conosce un altro che consiste, all’opposto, nel partorire un figlio senza averlo concepito. Così avviene nel caso di figli concepiti in provetta e immessi, in un secondo momento, nel seno di una donna, e nel caso desolante e squallido dell’utero dato in prestito per ospitare, magari a pagamento, vite umane concepite altrove. In questo caso, quello che la donna partorisce non viene da lei, non è concepito “prima nel cuore che nel corpo”».
Il predicatore della Casa Pontificia ha rilevato che «purtroppo anche sul piano spirituale ci sono queste due tristi possibilità. Concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola, senza metterla in pratica, chi continua a fare un aborto spirituale dietro l’altro, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada; chi si comporta verso la Parola come l’osservatore frettoloso che guarda il suo volto nello specchio e poi se ne va dimenticando subito com’era. Insomma, chi ha la fede ma non ha le opere».
«Partorisce, al contrario, Cristo senza averlo concepito — ha fatto presente — chi fa tante opere, anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall’abitudine, dall’ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare. Insomma, chi ha le opere, ma non ha la fede».
Nella sua predica, padre Cantalamessa ha messo in risalto che, appunto, «nel parlare di Maria la Scrittura mette costantemente in risalto due elementi, o momenti, fondamentali, che corrispondono, del resto, a quelli che anche la comune esperienza umana considera essenziali perché si abbia una vera e piena maternità. Essi sono: concepire e partorire». E dopo uno sguardo storico al formarsi del dogma della Madre di Dio, non ha mancato di rilanciare la sua valenza ecumenica.
«Madre di Dio, Theotókos, è il titolo al quale bisogna sempre ritornare — ha affermato — distinguendolo da tutta l’infinita serie di altri nomi e titoli mariani. Se esso fosse preso sul serio da tutte le Chiese e valorizzato di fatto, oltre che riconosciuto di diritto in sede dogmatica, basterebbe a creare una fondamentale unità intorno a Maria ed ella, anziché occasione di divisione tra i cristiani, diventerebbe, dopo lo Spirito Santo, il più importante fattore di unità ecumenica, colei che, con il suo carisma materno, aiuta a “riunire tutti i figli di Dio che sono dispersi”».
© Osservatore Romano - 21 dicembre 2019